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SARFATTI MARGHERITA Ascese spirituali (a cura di Benedetto Brugia)
Abbandonato il collegio dei Salesiani, il giovinetto entrò nell'Istituto Magistrale di Forlimpopoli, con minor fatica nel distacco, perché aveva oramai gustato la voluttà di apprendere, che dà trasporti di insostenibile ebbrezza alle studiose giovinezze. O divina adolescenza, quando ogni giorno dischiude nuove visioni, e con la risposta ad ogni perché tumultuano i perché nuovi, e ci si butta a tutte le soglie del sapere, con l'avidità di tutte varcarle! Dolcissima età, a cui la vita sta innanzi lunga, non sproporzionata alla lunghezza dell'arte, e in capo a ogni lungo glorioso meriggio si sprofonda la lunga notte con il sonno ristoratore pieno di lunghi sogni. Ogni giorno, si ha l'orgoglio di sentirsi crescere, anche nei brividi della irrequietudine, e lo spirito, che ancora non si è ferito alla gabbia, si esalta di ingrandir senza limiti. Batte forte, all'udir la parola «adolescenza» il cuore degli uomini che furono giovani, e non per sola combinazione di date. Una delle impressioni piú dolci della sua vita, fu il commento al Davanti San Guido, fatto dal fratello del poeta agli allievi, in classe. Si commosse, vedendo il vecchio professore ch'egli molto amava leggere piangendo le soavi evocatrici quartine, rimembranze di un'altra selvaggia infanzia. E un altro giorno capitò egli stesso, il poeta, a trovare il fratello, e i discepoli del fratello gli mossero incontro a festa, con una fanfara — dice Mussolini — che stonava maledettamente. Vide solo una chioma irsuta, e due occhi, vivi, luminosi, che lo colpirono. E udí questa frase, di rude paterna sollecitudine: «Copritevi, ragazzi, che c'è il sole». Malgrado le marachelle del temperamento irrequieto, tanta fiducia ispirava agli insegnanti, che fu lui prescelto, ancora alunno diciassettenne, a commemorare nel teatro di Forlí Giuseppe Verdi. E fu un trionfo. Gli scolari pigri, zucconi o discoli accreditano una interessata leggenda contro gli scolari dalle buone pagelle. Anche nella vita vi sono cómpiti e costrizioni, gerarchie da subire, un sistema meno evidente e piú ferreo di castighi e classifiche. L'attenzione e la ferma tenacia, che permettono agli sgobboni di fare la loro sudata strada, sono le stesse doti senza le quali l'ingegno dà scarsi frutti, senza le quali si perderebbe lo stesso genio, se potesse esistere genio senza qualche forma di energia nel lavoro. Alla scuola come nella vita, è la decima Musa che vince, e anche le energie malvagie o superficiali dell'impostura o della sfacciataggine, non è detto che non conducano — anche fuori della scuola — a risultati discreti. Caso mai, i rimproveri che al turbolento ma diligente scolaro Mussolini avrebbero potuto rivolgere dei maestri chiaroveggenti, non sarebbero stati gran che dissimili dalle «note caratteristiche» che i perspicaci istruttori della scuola militare di Brienne stillarono per un giovinetto isolano, novello suddito di Sua Maestà Cristianissima: «oltremodo studioso, non dà confidenza ad alcuno, senza amicizie, appare divorato da sconfinata ambizione». Come allievo, non sapeva circoscrivere la sua personalità, già formata, entro i limiti del cómpito e della interrogazione, si interessava della questione in sé, sviscerandola dal suo punto di vista di uomo, non di scolaro. Piú tardi, quando andò al potere, murarono una lapide sulla facciata dell'istituto, ma quando dei bei ricordi e della lapide la gente di Forlimpopoli tentò farsi arma, nel 1923, contro la divisata soppressione della scuola, il Capo del Governo rispose, affabile e irremovibile, che le affettuose rimembranze del passato non erano ragioni per pregiudicare l'avvenire. Bisognava eseguire la legge, non considerarla piú un elastico che ciascuno tira a piacere, con una serie di innumerevoli eccezioni personali. I popoli, come i bimbi, cercano e disprezzano chi a loro cede. Tornato a casa con il diploma di maestro, chiese al Municipio di Predappio il posto vacante di scrivano comunale, specialmente per star vicino alla mamma, già ammalata. Ma i suoi diciott'anni furono trovati pochi, e troppo l'odore di rivoluzionario sovversivo e dal carattere poco malleabile; e, in collegio, troppi ancora i suoi successi di oratore nelle solenni occasioni scolastiche. Quando il direttore fu partito dal Popolo d’Italia di Milano per il Viminale di Roma, la sera del 31 ottobre 1922, rimanemmo negli uffici del giornale, noi redattori e qualche fedele amico, a commentare, e, soprattutto, a riempire di chiacchiere — inutili, ma confortevoli — il vuoto di quella trionfale partenza. Primo atto del Capo, prima di assumere il duro cómpito nuovo, era stato quello di affidare a mani sicure e fedeli la missione che aveva tenuta sino allora egli stesso. Ma Arnaldo Mussolini, malgrado la lettera di investitura ufficiale che aveva innanzi e rileggeva commosso, non osava ancora sedersi al suo posto, nella poltrona direttoriale, che poi sempre occupò con bello e grazioso senso di devozione verso l'assente: il Presidente, nelle brevi gite a Milano, non avrà mai l'impressione sgradevole di esser divenuto un estraneo; carte, libri e oggetti familiari, ogni cosa è ancora in luogo. Nel bisogno di sfogo di quei primi momenti, Arnaldo proruppe in confidenze: «Il mio povero padre, pareva se la sentisse! Quando rifiutarono a Benito il posto di scrivano comunale, tanti anni fa, sgridò pubblicamente il sindaco e i consiglieri: vi vergognerete un giorno, come si vergogna oggi il paese di Francesco Crispi di non averlo voluto segretario comunale!». Quasi profetico il riavvicinamento, e anche singolare la citazione, perché allora, intorno al 1900, Francesco Crispi era inviso e vilipeso da socialisti e democratici a gara. E veramente il figliolo del fabbro romagnolo ha con lui comune la fierezza del carattere e l'indomito senso dell'autorità dello Stato e della dignità del nome italiano. Lo ammira e lo definisce benissimo: «Tutto in lui è qualità nativa, senza nulla di acquisito. Autoritario, sdegnoso e sprezzante — “con la fortuna di un pessimo carattere” — intransigente e iroso; dotato di senso politico, di patriottismo e d'ingegno; tale era a vent'anni; tale, inasprito, non migliorato, a cinquanta; reso meno elastico e duttile, non maturato né affinato dagli anni e dall'esperienza». Nel riconoscimento, insieme con la critica, è una involontaria confessione. «Oggi non saprei scriverle una lettera in inglese, ma fra un mese saprò; e prometto di fargliela avere». Cosí per esempio, a Losanna, nel novembre del 1922, si accomiatò da Lady Curzon e dal ministro inglese, che sorrisero al madrigale diplomatico. Sorrisero in altro modo quattro settimane piú tardi; nel vortice di lavoro e di responsabilità di quella tremenda assunzione al potere, il giovane primo ministro aveva trovato tempo ed energie per rinfrescare l'inglese imparato anni prima in carcere, e, secondo promessa, inviava alla signora qualche elegante espressione di saluto nella di lei lingua. «Fare di tutta la propria vita tutto il proprio capolavoro» egli dice talvolta. L'artista puro pretende di piú e di meno: anela a proiettare il proprio io migliore, all'infuori di sé, nell'opera d'arte, con una perfezione che il tempo e le limitazioni dello spazio lasceranno intatta e splendente. Ma la politica è arte applicata all'azione, e «fare di tutta la propria vita tutto il proprio capolavoro» è un programma di ascesa vertiginosa e totale, al cui confronto impallidiscono le ambizioni parziali. |
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