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SARFATTI MARGHERITA Le prime spedizioni punitive (a cura di Benedetto Brugia)
Si chiamava Benito, in onore di Benito Juarez, il rivoluzionario messicano, che capitanò la rivolta contro Massimiliano d'Austria. Assai piú tardi, nacque la sorellina Edvige, e, fra i due, un bambino dedicato ad Arnaldo da Brescia, altro santo del calendario sovversivo. Arnaldo, il buono, modesto e valoroso direttore del Popolo d’Italia, succeduto al fratello quando la rivoluzione d'ottobre 1922 chiamò lui altrove, era allora un bimbo grasso, placido e un poco miope, devotissimo al primogenito che lo spadroneggiava e lo faceva divertire, lo malmenava e lo accarezzava, protettore dispotico, ricambiato con adorazione e timore reverenziale. A difendersi e difendere, Benito aveva imparato fin dai sette anni, il giorno che un compagno grandicello lo aveva chiamato a giocare, lui che ruzzava, fiducioso e felice, tra la polvere d'oro e il canto della trebbiatrice sull'aia. «Portami qui la tua carriola nuova». Gliela sbatté in faccia a tradimento e corse via con il caro balocco, lasciandolo pesto, sanguinante e schernito. Rincasò piangendo. «Ti ha picchiato, chi? Uno piú grande? E l'hai lasciato scappare?» fece il padre. «Impara a difenderti da uomo, invece di pianger come una femmina», e gli lasciò andare un solenne ceffone. Le lagrime si asciugarono di colpo e il bimbo meditò. Trascorse la giornata ad aguzzare un sasso, e prima di cena, ricercò il grande, che aveva dimenticato l'episodio. «Mi hai dato il carretto sulla testa: adesso tieni». E gli martellò il capo col sasso puntuto, due, tre volte, sinché vide sangue. Quando ne parla, ha ancora una piega orgogliosa e cattiva nelle labbra, ancora gusta e il rancore dell'offesa, e la vendetta. Nella sua vita psicologica è un episodio significativo. La prima delusione dell'infanzia è la prima cacciata dall'Eden della purezza dove ogni bimbo ancora è serafino; è la conoscenza del bene e del male. Mai vidi il Mussolini abbattuto dopo una sconfitta. Scrolla il capo, ride il suo riso raro e cordiale, a cui tutto il corpo consente, e che gli fa sussultare le spalle; piú di prima sicuro di sé, pertinace come un guerriero, incurante come un bambino che vede a terra il suo castelletto di carte, e gode di ricominciare. Ma a quest'uomo, rotto alla vita politica, il tradimento fa un male sentimentale da cui cerca difesa sotto la maschera del cinismo. Schiva le affezioni e le amicizie, per non dare in mano ad alcuno l'arma che lo ferisce nel solo punto sensibile. Quando «mastica la cenere» di un tradimento — come egli dice — allora, sí, Mussolini diviene livido, disfatto e terribile. Eppure, per una contraddizione della sua natura affettiva, perdona molto — anche il tradimento — a chi una volta gli volle bene. A chi, malgrado errori, gli rimase in fondo fedele (“fedele” è una bella parola di Capo, che ripristinò istintivamente nel pretto senso antico e feudale, e pronuncia con uno speciale accento), perdona qualsiasi errore. «Non bisogna tollerare prepotenze; da nessuno, a nessun costo. Chi le subisce è vigliacco». Lo scapaccione paterno glielo aveva inchiodato nella testa piú che un sermone. Il fascismo non fu se non l'applicazione del principio, fatto dal buono scolaro su larga scala. Non è il santo Vangelo del Cristo, e ancor meno l'utopia tolstoiana, è la base pratica delle società che furono e probabilmente saranno: lo Stato è la collettività dei singoli; non aspettate tutto da babbo-governo, siate forti se lo volete forte. Non però deve considerarsi la violenza come un metodo. «La violenza deve essere soltanto chirurgica; non mai provocatrice. Ritorsione, non attacco; un episodio, non un sistema» baderà a dire costantemente. E quando è lui Governo, perché l'altro governo si è liquefatto, previene severamente le provocazioni, per evitare le ritorsioni. «Nei casi di fermento collettivo non esiti, metta in prigione da una parte e dall'altra, signor Prefetto» dice ai suoi funzionari. «Meglio venti uccelli di gabbia oggi, che uno solo ammazzato domani a cielo scoperto. I venti usciranno a spasso dopo un paio di giorni». Lo stesso codice cavalleresco che ordina di rintuzzar le offese dei nemici, prescrive solidarietà e soccorso agli amici. È l'altro lato, piú fine, della stessa educazione di austerità guerriera e aristocratica. I beni materiali, la comodità della vita, e lo stesso istinto di conservazione non contano di fronte ai supremi valori morali, quale è l'onore. Naturalmente l'infanzia degli uomini superiori non è mai felice, ignorano l'equilibrio naturale e amabile dei mediocri, l'insito bisogno di supremazia li rode, e contrasta con lo stato di soggezione imposto dall'età. Talvolta, una insanabile irrequietudine spingeva il ragazzo ad assumersi cómpiti strani e gravosi lavori, come quando corse difilato un chilometro e mezzo, senza mai prender fiato, quasi lo avesse punto l'estro, dalla propria abitazione alla cima della collinetta vicina, a strappar la zappa di mano al vecchio Filippone, senza una parola, e si mise a zappare al suo posto, per sei ore di fila. Il vecchio contadino lo lasciava fare, filosoficamente seduto a fumar la pipa. Tanto meglio per sé, tanto peggio per il fanciullo, che alla fine, esausto e pago, buttò via l'arnese e se ne andò, senza una spiegazione, come era venuto. Quanti schiaffi, che scarica di pugni addosso al fratello Arnaldo e ai compagni di scorribande, un altro giorno, che eran frullati via come passeri all'arrivo d'un sasso, impauriti dalle grida e le minacce del padrone del podere vicino! Uno di loro, il quale scrollava dall'albero l'incomparabile fra tutti i pomi, il frutto proibito, nel cader giú, tramortito dallo spavento, si era spezzata una gamba; sfidando le imprecazioni e il fucile del contadino, il piccolo capo se lo portò sulle spalle, da solo, di corsa, fino alla casa. Era un capo sul serio, un capo che sa assumersi la responsabilità delle malefatte, e sa castigare. |
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