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sarfatti margherita Il “glub” del villaggio (a cura di Benedetto Brugia)
Ancora oggi, esiste in Bologna una “via dei Mussolini”, ed esisteva un arengo e una torre. Del casato, che certo venne dal mestiere di fabbricanti o venditori dei finissimi lini di Mossul d'Asia, rimasero tracce e documenti anche a Venezia. Questa gente della torre diede fieri partigiani e capitani del popolo alla guerresca Bologna del Duecento, quando un Capitano del popolo era insieme legislatore e uomo d'armi. Non sappiamo se fosse loro discendente il signor Alessandro Mussolini, fabbro e poi oste nel casolare di Varano di Costa, un gran fabbricato sul pendio di una collinetta a Dovía, frazione del paesello di Predappio nel Forlivese. Non di rado, in quei tempi turbinosi, una famiglia cospicua decadeva dal proprio rango, se trionfava la fazione avversa, e si riconfondeva con il popolo. Benché semplice artiere, il signor Mussolini non era uomo rozzo. Ancora giovanissimo, seguace di Bakunin e Andrea Costa, fu coinvolto nei processi politici che segnarono i primi fasti della propaganda socialista in Italia, e specialmente in Romagna, terra classica di tutte le sedizioni. Da figlia e colonia devota, l'antica Romandiola sempre conservò nelle vene un poco del fermento rivoluzionario del populus vero di Roma. Il signor Alessandro aveva scontato parecchi mesi di carcere, prima che intervenisse il condono del rimanente della pena alla quale era stato condannato. Chi non ha vissuto almeno una estate in Romagna non sa quanto in terra la vita materiale possa essere facile, larga e gaudiosa. Ogni aia ha il suo gallo che canta, da ogni plaustro di contadini si rovescian corbe fragranti di frutta e verdura, ogni paranza che arriva dal fondo dell'orizzonte, ad ali spiegate pel cilestrino Adriatico, rigurgita di grossi crostacei e argenteo pesce guizzante. Non è meraviglia che il romagnolo sia fortemente attaccato alla sua terra, e non voglia saperne di emigrazione. Battagliero ed edonista, vuole lavoro a casa sua, e quando non ne trova, congiura contro il governo, perché glielo fabbrichi. La mano d'opera, impiegata in costose imprese antieconomiche, arricchí però alla fine l'Italia, invece che l'America, e condusse al frazionamento della proprietà, a una classe nuova di piccoli proprietari diligenti e agiati. Le famose cooperative rosse della Romagna non ebbero altra origine che tale volontà tenace; non altra origine il movimento sovversivo dei braccianti, né quello delle risaiole, né i conflitti per le trebbiatrici. Anche per questo, il romagnolo è un animale accanitamente politico. «Terra ferace, uomini feroci», disse non so quale Cardinale Legato. Non ho mai visto neppure una donna di Romagna, una massaia popolana, l’arzdora, la reggitrice, come dicono laggiú, non rispettare le passioni politiche dei suoi uomini: e’ partí e no piú, dicono brevemente. Belle e libere Nausicae giovinette, poi consorti di uomini gravi, reggono la casa con fiero senno, come la savia Arete, regina nell'isola dei Feaci. L'officina del fabbro di Dovía, sindaco del paese e già vittima politica, si trovava naturalmente indicatissima, un trenta o quarant'anni fa, a fungere da club. Il padrone, conviviale e cordiale, badava alle idee piú che ai quattrini, e offriva litri per innaffiare la discussione e galletti arrosto per sostentarla. In un angolo della casa, una figuretta di donna esile e fine, non che protestasse, ma si vedeva che pativa di tante parole vane e si sdegnava della troppo sfruttata bontà del marito. Era la signora Rosa, la maestra del villaggio, ancor giovane e tenuta in grande venerazione dalla gente bonaria e rozza che l'attorniava. Faceva scuola nelle camere sopra l'officina, e il martellare dell'incudine e il ruggire della fiamma al soffio del mantice accompagnavano la sua voce, mentre insegnava a ragazzini e bimbette la poca scienza ad essi utile, e mostrava, con l'esempio e il sorriso, la grande arte che non si spiega ed è necessaria: saper esser buoni. Tutto fa male, alle creature troppo superiori al proprio ambiente, come era la signora Rosa. Fasci di nervi martoriati, forma piaga nel loro cuore ciò da cui gli altri si liberano con una facezia e una risata. Una corazza di apparente stoicismo li difende, non dalle ferite, solo dalla compassione altrui, e non la scambierebbero con la felicità degli esseri senza pudore spirituale. Al suo adorato primogenito, Benito, trasmise con orgoglio la parte migliore di sé. E pur soffriva anche di lui, di quel sistema nervoso sempre pronto a spezzarsi eppur forte, come il suo proprio. E piú lo amava, come sempre è delle mamme, per la sofferenza e la rassomiglianza. Il popolo, che ha l'intuizione e il rispetto delle vere superiorità, e ama collocare sempre piú indietro negli anni quanto è bello e buono, sino alla mitica età dell'oro, riassumeva il suo elogio con una frase: l'è una donna all'antica. Gli eroi di Omero consideravano se stessi come gli infrolliti epigoni di generazioni ben piú agguerrite e nobili; e “donna all'antica”, in Romagna, significa la sintesi delle piú austere virtú: forse un inconsapevole ricordo delle antiche matrone. |
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