CARDUCCI GIOSUÈ

Giosuè Carducci (1835-1907)

Panteismo

Pianto antico

Giuseppe Mazzini

Canto dell'Italia

Il bove


panteismo

Io non lo dissi a voi, vigili stelle;

A te non 'l dissi, onniveggente sol:

Il nome suo, fior delle cose belle,

Nel mio tacito petto echeggiò sol.

Pur l'una de le stelle a l'altra conta

Il mio secreto nella notte bruna,

E ne sorride il sol, quando tramonta,

Ne' suoi colloqui con la bianca luna.

Su i colli ombrosi e nella piaggia lieta

Ogni arbusto ne parla ed ogni fior:

Cantan gli augelli a vol — Fosco poeta,

Ti apprese al fine i dolci sogni amor. —

Io mai no 'l dissi; e con divin fragore

La terra e il ciel l'amato nome chiama,

E tra gli effluvi delle acacie in fiore

Mi mormora il gran tutto — Ella, ella t'ama. 

Pianto antico

L'albero a cui stendevi

La pargoletta mano,

Il verde melograno

Da' bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo

Rinverdì tutto or ora,

E giugno lo ristora

Di luce e di calor.

Tu fior della mia pianta

Percossa e inaridita,

Tu dell'inutil vita

Estremo unico fior,

Sei nella terra fredda,

Sei nella terra negra;

Né il sol piú ti rallegra,

Né si risveglia amor.

Giuseppe Mazzini

Qual da gli aridi scogli erma su 'l mare

Genova sta, marmoreo gigante,

Tal, surto in bassi dí, su 'l fluttuante

Secolo ei grande austero immoto appare.

Da quegli scogli, onde Colombo infante

Nuovi pe 'l mar vedea mondi spuntare,

Egli vide nel ciel crepuscolare

Co 'l cuor di Gracco ed il pensier di Dante

La terza Italia; e con le luci fise

A lei trasse per mezzo un cimitero,

E un popol morto dietro a lui si mise.

Or, vecchio esule, al ciel mite e severo

Levato il volto che giammai non rise,

— Tu solo, — pensa — o idëal, sei vero.

11 febbraio 1872 

Canto dell'Italia

Zitte, zitte! Che è questo frastuono

Al lume della luna?

Oche del Campidoglio, zitte! Io sono

L'Italia grande e una.

Vengo di notte, perché il dottor Lanza

Teme i colpi di sole:

Ei vuol tener la debita osservanza

In certi passi, e vuole

Che non si sbracci in Roma da signore

Oltre certi cancelli.

Deh, non fate, oche mie, tanto rumore,

Che non senta Antonelli.

Fate piú chiasso voi, che i fondatori

Della prosa borghese,

Paulo il forte ed Edmondo da i languori

Il capitan cortese.

Qua, qua, qua. Che volete voi? Chiamate

Il fratel Bertoldino

O Bernardino? Ei cova, ci ponza, il vate,

Lo stil nuovo latino.

S'ell'è per Brenno, o paperi, sprecata

È ormai la guardia. Brava

Io fui tanto e sottil, che sono entrata

Quand'egli se ne andava.

Sí, sí, portavo il sacco a gli zuavi

E battevo le mani

Ieri a' Turcòs: oggi i miei bimbi gravi

Si vestono da ulani.

Al cappellino, o a l'elmo, in ginocchione

Sempre; ma lesta e scaltra

Scoto la polve di un'adorazione

Per cominciarne un'altra.

Cosí da piede a piè figlia di Roma

I miei baci io trascino,

E giú nel fango la turrita chioma

Con l'astro annesso inchino

Per raccattar quel che sventura o noia

Altrui mi lascia andare.

Cosí la eredità vecchia di Troia

Potei raccapezzare

A frusto, a frusto, via tra una pedata

E l'altra, su bel bello:

Il sangue non è acqua; e m'ha educata

Nicolò Machiavello.

Ora, se date il passo a la gran madre,

Oche, io vo in Campidoglio.

Cittadino roman vo' fare il padre

Cristoforo, e mi voglio

Cingere i lombi di valore, e forte

In rassegnaziöne,

Oche, io voglio soffrir sino a la morte

Per la mia salvazione.

Voglio soffrire i Taicùn e i Lami,

E il talamo e la culla

Aurea de' muli, e le contate fami,

E i motti del Fanfulla.

Vo' alloggiar co 'l possibile decoro

La gloria del Cialdini,

Cantar l'idillio dell'età dell'oro

Di Saturno Bombrini;

E vo' l'umilità mia gualdrappare

Di stil manzonïano,

E recitar l'uffizio militare

D'Edmondo il capitano

Per non cader in tentazion; la prosa

Di Paolo Fambri, il grosso

Voltèr delle lagune, è spiritosa

Troppo per il mio dosso,

Gli analfabeti miei che la lettura

Di poco han superato,

Preferiscon d'assai la dicitura

Piú svelta del cognato.

E cosí d'anno in anno, e di ministro

In ministro, io mi scarco

Del centro destro su 'l centro sinistro,

E 'l mio lunario sbarco;

Fin che il Sella un bel giorno, al fin del mese,

Dato un calcio a la cassa,

Venda a un lord archëologo inglese

L'augusta mia carcassa.

Il bove

T'amo, o pio bove; e mite un sentimento

Di vigore e di pace al cor m'infondi,

O che solenne come un monumento

Tu guardi i campi liberi e fecondi,

O che al giogo inchinandoti contento

L'agil opra dell'uom grave secondi:

Ei ti esorta e ti punge, e tu co l' lento

Giro de' pazïenti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera

Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto

Il mugghio nel seren aër si perde;

E del grave occhio glauco entro l'austera

Dolcezza si rispecchia ampio e quïeto

Il divino dei pian silenzio verde.


 

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