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BAUDELAIRE
CHARLES
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Le
due buone sorelle
Son due puttane
amabili, la Morte
e la
Dissolutezza; di salute
ricche, e di
baci prodighe, il cui fianco
sempre vergine
e tutto ricoperto
di cenci,
schiavo d'un travaglio eterno,
non ha mai
partorito. Sotto volte
segrete, tombe
e lupanari mostrano
al sinistro
poeta, favorito
dell'inferno,
nemico di domestici
focolari,
infimo cortigiano,
un letto dove
non ha mai giaciuto
il rimorso.
Feconde di bestemmie,
bara ed alcova
a volta a volta ci offrono
orribili
dolcezze e godimenti
tremendi, come
due sorelle buone.
E quando
sotterrarmi vorrai dunque,
Dissolutezza
dalle immonde braccia?
e quando, o
Morte, sua rivale in fascino,
verrai sopra
gli infetti mirti suoi
ad innestare i
tuoi cipressi neri?
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La
distruzione
Accanto a me
incessantemente s'agita
il Demonio, e
mi gira intorno come
ara
impalpabile; io l'ingoio e sento
che mi brucia
il polmone, e d'un eterno
desiderio
colpevole lo colma.
A volte,
conoscendo l'amor mio
per l'Arte, mi
si mostra sotto forma
di donna
seducente, e con speciosi
pretesti,
comportandosi da ipocrita,
a filtri infami
le mie labbra avvezza.
In mezzo alle
distese solitarie
e profonde del
tedio egli mi guida
ansante e
affranto di fatica, lungi
dallo sguardo
di Dio, e dentro agli occhi
conturbati
m'avventa vesti lorde,
ferite aperte e
tutto il sanguinoso
triste apparato
della Distruzione!
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L'uomo
e il mare
Sempre il mare,
uomo libero, amerai!
perché il mare
è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito
svolgersi dell'onda
l'anima tua, e
un abisso è il tuo spirito
non meno amaro.
Godi nel tuffarti
in seno alla
tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e
con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal
suo sonno al suon di questo
selvaggio ed
indomabile lamento.
Discreti e
tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno
ha mai sondato il fondo
dei tuoi
abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue
più intime ricchezze,
tanto gelosi
siete d'ogni vostro
segreto. Ma da
secoli infiniti
senza rimorso
né pietà lottate
fra voi,
talmente grande è il vostro amore
per la strage e
la morte, o lottatori
eterni, o
implacabili fratelli!
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Il
vino dell'assassino
Mia moglie è
morta: finalmente libero!
Posso dunque
ubriacarmi a mio piacere.
Quando tornavo
a casa senza il becco
d'un quattrino,
i suoi urli mi straziavano
fin nelle
fibre. Son felice al pari
d'un re; l'aria
è pura, il cielo è bello
a vedersi. Era
estate, così, quando
m'innamorai di
lei. Questa tremenda
sete che ora mi
strazia, per estinguersi
bisogno avrebbe
di sì tanto vino
quanto ne può
tenere la sua tomba;
e non è dire
poco: io l'ho gettata
in fondo a un
pozzo e le ho buttato sopra
tutte quante le
pietre, anche, dell'orlo.
— La
scorderò, se lo posso! Nel nome
delle promesse
tenere da cui
nulla può
svincolarci — ed affinché,
come al bel
tempo delle nostre ebbrezze.
Potessimo far
pace, io le implorai
un convegno, di
sera, su una buia
strada. Ci
venne! folle creatura!
Noi siamo tutti
più o meno pazzi.
Era ancora
graziosa, benché tanto
stanca: troppo
l'amavo: ecco perché
le dissi: fuggi
da questa vita!
Nessuno può
comprendermi. Uno solo
fra tutti
questi stupidi beoni
pensò mai
nelle sue notti morbose
di far del vino
un drappo sepolcrale?
Mai, né
l'estate né l'inverno, questa
schiera di
crapuloni invulnerabili,
macchine di
metallo, hanno gustato
il vero amore,
coi suoi neri incanti,
l'infernale
corteo delle inquietudini,
i suoi filtri
attoscati, le sue lacrime,
i suoi rumori
di catene e d'ossa!
Eccomi solo e
libero! Stasera
sarò sbronzo
del tutto; e allora, senza
paura né
rimorso, sulla terra
mi stenderò a
dormire come un cane.
Il carro dalle
enormi ruote, carico
di fanghiglia e
di pietre, il furibondo
treno
schiaccino pure la mia testa
colpevole o mi
taglino per mezzo:
me ne infischio
di Dio come del Diavolo,
e così pure
della Sacra Mensa!
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Inno
alla Bellezza
Vieni, o
Bellezza, dal profondo cielo
o sbuchi
dall'abisso? Infernale e divino
versa insieme,
confusi, la carità e il delitto
il tuo sguardo:
assomigli, in questo, al vino.
Racchiudi nei
tuoi occhi alba e tramonto. Esali
profumi come un
temporale a sera.
Sono un filtro
i tuoi baci, la tua bocca un'ampolla
che l'eroe
fanno vile e il fanciullo ardito.
Esci dal gorgo
nero o discendi dagli astri?
Il Destino,
innamorato, ti segue come un cane,
sémini
capricciosa felicità e disastri,
disponi di
tutto, non rispondi di niente.
Cammini,
Bellezza, su morti, e ne sorridi;
fra i tuoi
gioielli l'Orrore non è il meno attraente
e, in mezzo ai
tuoi gingilli preferiti,
l'Assassinio
oscilla adorabile sul tuo ventre orgoglioso.
Abbagliata
l'effimera s'abbatte in te candela
e crepita
bruciando e la tua fiamma benedice.
Cosí, chino
fremente sul suo amore, chi ama
sembra un
moribondo che accarezza la sua tomba.
Che importa
che tu venga dall'inferno o dal cielo,
o mostro
enorme, ingenuo, spaventoso!
se grazie al
tuo sorriso, al suo sguardo, al tuo piede
penetro un
Infinito che ignoravo e che adoro?
Che importa se
da Satana o da Dio? se Sirena
o Angelo, che
importa? se si fanno per te
— fata
occhi-di-velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina —
meno orrendo
l'universo, meno grevi gli istanti.
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Profumo
esotico
Se in una calda
sera d'autunno, gli occhi chiusi,
respiro del tuo
seno accaldato l'odore,
vedo scorrermi
innanzi lunghe rive radiose
sbiancate dai
bagliori d'un monotono sole:
un'isola pigra
dove dà la natura
alberi strani e
frutta saporose,
uomini dalle
membra sottili e vigorose
e donne che
hanno sguardi d'un mirabile ardire.
Guidato dal
tuo odore verso climi d'incanto
vedo un porto
con alberi e con vele
per la forza
dei flutti ancor tremanti
e intanto un
profumo di verdi tamerici
gira nell'aria
e colma il mio respiro
e al canto
degli equipaggi si mischia nel mio cuore.
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La
capelliera
Chioma, che al
collo scorri d'onda in onda!
riccioli,
profumi pesanti di languore,
estasi! Perché
stasera gremiscano la buia alcova
i ricordi che
dormono nella tua capelliera,
io voglio
sventolarla come un fazzoletto!
L'Africa
ardente, l'Asia sospirosa,
tutto un mondo
lontano, assente, quasi morto
vive, foresta
d'aromi, nei tuoi luoghi profondi;
e, come altri
spiriti sulla musica, il mio
galleggia,
amore, sopra il tuo profumo!
Là dove,
colmi di linfa, alberi e uomini
si struggono
nella calura in deliqui sena fine
lanciatemi,
forti trecce, come sa fare l'onda!
In te, mare
d'ebano, vive un fulgido sogno
di remi e vele,
d'alberi e di fiamme:
porto
risonante dove l'anima può
dissetarsi
d'odore, di suono e di colore,
e su scivoli
d'oro e seta i bastimenti
le ampie
braccia spalancano alla gloria
d'un cielo puro
che freme d'immortale calore.
La mia testa,
che l'ebbrezza innamora, immergerò
nell'oceano che
nero l'altro chiude;
e il mio
spirito sottile, molcito dal rollio,
saprà ben
ritrovarvi, o pigrizia feconda,
di svaghi
imbalsamati dondolarsi infinito!
In voi,
capelli azzurri, baldacchino di tenebre,
c'è l'immensa,
celeste rotondità del cielo;
sui piumosi
contorni delle ciocche ritorte
ardendo io
m'inebrio d'un confuso sentore
d'olio di
cocco, di muschio e di catrame.
A lungo —
sempre! — nella greve criniera la mia mano
rubini
spargerà e zaffiri e perle
perché al mio
desiderio tu non sia mai sorda,
oasi dove
sogno, borraccia dove fiuto
a lungi sorsi
il vino del ricordo...
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Io t'adoro come
la volta notturna,
o vaso di
tristezza, grande taciturna,
e t'amo tanto
piú, bella, se fuggi,
quasi sommando,
o mia notturna gioia,
con ironia le
leghe che separano
dal mio petto
le azzurre immensità.
Vengo
all'attacco, insisto su di te
come un grumo
di vermi su un cadavere e t'amo,
o animale
implacabile e crudele,
anche nel gelo
che ti fa piú bella!
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Ti porteresti a
letto il mondo intero,
o impura, o
crudele per noia! A questo gioco strano
devi, per
tenerli in esercizio, ogni giorno
metterti almeno
un cuore sotto i denti.
Chiari come
vetrine, fiammeggianti
come le
luminarie d'una festa, i tuoi occhi
usano,
insolenti, d'un potere non loro,
ignari della
legge onde son belli.
Macchina
cieca, sorda, feconda in crudeltà!
Strumento
salutare, sanguisuga del mondo,
non hai
vergogna, dunque, non hai visto
spegnersi in
ogni specchio le tue grazie?
E la forza del
male in cui ti credi esperta
non ti fa
indietreggiare di spavento
quando, grande
nelle ascose sue trame, la natura
si serve di te,
femmina, regina dei peccati,
di te, vile
animale! perché un genio abbia vita?
Sublime
infamia, altezza verminosa...
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Sed
non satiata
Bizzarro idolo,
bruno al pari delle notti,
odoroso di
muschio e avana, creatura
d'un obi, il
Faust della savana, strega
dal fianco
d'ebano, figlia di tenebre profonde,
a esotici vini,
a resine, all'oppio io preferisco
l'elisir dei
tuoi baci, dove amore è pavone,
e se a te in
carovana vengono le mie voglie,
nel pozzo dei
tuoi occhi disseto le mie pene.
Da quei grandi
occhi neri, spie della tua anima,
non versarmi,
demone senza cuore, tanto fuoco!
Non son lo
Stige, io, per abbracciarti
nove volte —
né posso, Megera libertina,
per domarti e
ridurti alla ragione
nell'inferno
del tuo letto convertirmi in Proserpina.
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Sembra, coi
suoi vestiti d'ondulante
madreperla, che
danzi se cammina,
simile a quei
serpenti che nei riti, in cadenza,
smuovono su
bastoni i giocolieri.
Come nei
deserti la smorta sabbia e il cielo,
sordi al dolore
di chi vive, o l'onda
che nel mare
s'intreccia senza posa,
cosí lei si
dispiega, indifferente.
Splendono nel
suo sguardo minerali d'incanto;
in lei, strana,
simbolica natura
di sfinge
antica e d'angelo inviolato,
tutto è
chiarore, acciaio, oro e diamanti,
e per sempre,
astro inutile, scintilla
il gelo
maestoso della sterilità!
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Il
serpente che danza
Quanto,
indolente amata, amo vedere
del tuo corpo
leggiadro
come seta che
oscilla e trascolora
luccicare la
pelle!
Sulla tua
chioma senza fondo
che sí acre
profuma,
mare odoroso e
vagabondo
dall'onda
azzurra e bruna,
simile ad un
vascello che si desta
al vento del
mattino, sognante
il mio cuore s'appresta verso
un cielo lontano. I
tuoi occhi ove nulla si rivela di
dolce né d'amaro son
freddi gioielli ove fuso è
con il ferro l'oro. Se
guardo i passi che muovi in cadenza, bella
d'abbandono, penso
a un serpente che danza in
cima ad un bastone. Sotto
il fardello della tua pigrizia la
testa di bambina come
quella d'un giovane elefante dondola
mollemente e il
corpo si tende e s'inclina, smilzo
vascello che
rolla e sbanda e tuffa i
pennoni nei flutti. Quando,
fiume che inturgida rombando la
fonte dei ghiacciai, all'orlo
dei denti risale l'acqua
della tua bocca, mi
par di bere un vino di Boemia amaro
e trionfale, un
liquido cielo che di stelle spruzza
il mio cuore!
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Una
carogna
Ricordi la cosa
che vedemmo, anima mia,
una dolce
mattina d'estate?
Svoltato un
sentiero, su un giaciglio di sassi,
una carogna
infame,
a gambe
all'aria, simile a una donna impudica,
bruciando,
sudando veleni,
spalancava con
cinica indolenza
il ventre
gonfio di miasmi.
Su tanto
putrefarsi s'accaniva il sole
come per
completare la cottura
e rendere a
cento doppi alla grande Natura
ciò che con
cura aveva unito;
e il cielo
contemplava la carcassa gloriosa
schiudersi come
un fiore.
Cosí atroce il
fetore, che sull'erba
per poco non
sei svenuta.
Su quel
putrido ventre ronzavano le mosche
e ne uscivano
neri battaglioni
di larve che
colavano, liquido vischioso,
lungo i
brandelli brulicanti.
Il tutto come
un'onda s'alzava, s'abbassava,
o si slanciava
spumeggiando
quasi che un
vago soffio, il corpo dilatando,
moltiplicasse
la sua vita.
E dava, quella
folla, una musica strana,
come vento o
corrente,
o il grano che
in cadenza agita il vagliatore
per separarlo
dalla pula.
Sbiadivano le
forme, diventavano sogno,
abbozzo che
tarda a venire
sulla tela
obliata e ormai l'artista
compirà solo
col ricordo.
Da dietro i
sassi, inquieta, l'occhio irato,
ci spiava una
cagna,
aspettando il
momento di strappare allo scheletro
il pezzo
abbandonato.
— E tu sarai
come quel mucchio immondo,
quell'orrenda
infezione,
tu stella dei
miei occhi, sole della natura,
angelo mio, mia
passione!
Sarai cosí,
regina delle grazie,
dopo l'estrema
unzione,
discesa sotto
l'erba, sotto i grassi cespugli,
a muffir fra le
ossa.
E allora ai
vermi che ti mangeranno
di baci, o mia
bellezza,
di' che in me
sono salve la forma, l'essenza divina
dei miei
marciti amori!
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