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carli plinio-sainati augusto La civiltà medievale e l'Italia (a cura di Benedetto Brugia) § 4. Risorgimento italico § 1. — Il Medio Evo, alla luce dei più recenti studi, non ci appare quell'età chiusa e barbara che si compiacquero di rappresentare gli storici fino all'estremo Ottocento. In tutto il primo millennio dell'era volgare noi assistiamo al lento dissolversi della civiltà classica, e al sorgere, sulle sue ruine, d'una civiltà nuova; che pur dell'antica conserva ed assorbe quant'era ancor vivo e vitale, cioè a dire tutto quello che aveva, in essa, un valore assoluto e non perituro in rapporto coi fini più alti dell'esistenza umana. Roma in sé aveva assommato e riassunto il frutto del gigantesco lavoro compiutosi, nel campo del pensiero dell'arte e del costume, presso i vari popoli dell'antichità, attraverso secoli e secoli; e aveva largito a tutto il mondo quel patrimonio di civiltà su cui rifulgeva l'originale indelebile suggello della sua potenza e dalla sua virtù. L'Italia, di fronte a questa grande e gloriosa eredità, si trovava in una condizione di privilegio in confronto con le altre nazioni che si vennero sviluppando e differenziando da quella ch'era stata l'unità dell'Impero. Un valore diverso e maggiore che per gli altri popoli della rinnovantesi Europa occidentale ebbero per il popolo italiano la tradizione latina e il Cristianesimo. Furon queste — per noi assai più che per gli altri — le maggiori forze propulsive di una nuova vita nazionale; e ad esse basterà che noi ci riferiamo qui — senza entrare in una più minuta indagine — per spiegare e giustificare un fatto che colpisce chiunque si accinga allo studio della nostra letteratura: come cioè sia avvenuto che noi fummo gli ultimi fra le tre grandi nazioni dell'Occidente (Italia, Francia e Spagna) ad avere una produzione letteraria nel nuovo volgare derivato dal latino. Non è, questo, un segno di inferiorità, né effetto d'un minor fervore di vita spirituale; anzi è proprio una testimonianza eloquentissima di quel maggior valore che ebbe appunto per noi la tradizione romana avvalorata dal Cristianesimo, e del nostro attaccamento profondo a quella tradizione ed alla lingua che, attraverso l'adozione fatta di essa dalla Chiesa, continuava ad essere — anche se imbarbarita e adoperata imperfettamente e con crescente difficoltà — il simbolo e l'espressione più viva della nostra passata grandezza. Il ricordo di Roma e delle sue glorie ha sempre esercitato sull'intelletto — e più ancora sul cuore — di noi Italiani, perfino nei secoli più oscuri della nostra esistenza storica, un fascino incomparabile; ha contribuito potentemente a creare la nostra nuova coscienza di popolo e di nazione, a darci un senso di giusto orgoglio, a spronarci, a richiamarci ogni volta che le sventure minacciassero di avvilirci o che rischiassimo di smarrirci, vinti da un senso di torpore e d'abbandono quasi senile. Così noi potemmo essere quella che i nostri poeti celebrarono, «l'Itala gente dalle molte vite», la «sempre-rinascente, il fiore di tutte le stirpi». I più schietti rappresentanti della romanità nella letteratura, e più specialmente nella poesia, non furono per noi, come per gli altri popoli d'Europa e del mondo, soltanto maestri di arte e di stile: furono anche, e soprattutto, maestri di vita, rivelatori di verità, annunziatori profetici del nostro immancabile destino. Basti l'esempio di Virgilio. Egli fu sempre, agli occhi degl'Italiani, il simbolo della potenza antica di Roma, il testimone di una grande civiltà che poteva offuscarsi, ma non mai spegnersi del tutto. Il suo poema è come il testamento spirituale che antenati potenti e nobilissimi tramandarono a discendenti talora degeneri e più spesso sfortunati, ma non immemori, mai. Inoltre la figura e la poesia di Virgilio furono il simbolo e l'espressione insieme di quella segreta ansia religiosa che aveva travagliato i più nobili spiriti del mondo pagano, e che doveva trovare il suo pieno appagamento nella parola del Salvatore. Così il celebratore della gloria imperiale romana veniva ad essere, per noi, veramente un Vate Sacro, cantore dell'umano e del divino: nel suo spirito confluiscono, per così dire, due mondi, il mondo religioso e il mondo profano. E ciò spiega come Dante scegliesse lui — pagano — a guida e maestro nel suo viaggio pei due primi regni dell'oltretomba cristiano. § 2. — Né bisogna dimenticare che l'Italia — già sede dell'Impero — fu, e rimase, anche dopo che quell'istituzione, pur sopravvivendo di nome, ebbe perduta quasi ogni importanza pratica e divenne qualche cosa di molto diverso da quel che era stata in origine, la sede del Papato. Il Papato, facendo tesoro di quella preziosa tradizione politica che era stata il vero segreto della potenza di Roma, s'appropriò di lei non solo la sapienza giuridica e organatrice, ma lo stesso spirito imperiale, assumendosi una missione d'ordine non particolare o nazionale, ma cattolico, universale. Non è facilmente valutabile in tutta la sua importanza l'azione che quelle due grandi istituzioni — Impero e Papato — operanti come forze immanenti nella storia della nostra nazione, poterono esercitare sulla mente e sul carattere degli Italiani. Basti dire che da noi lo stesso problema nazionale — della nostra esistenza come unità di nazione differenziata dalle altre — non poté mai essere impostato in termini ristretti, come il problema d'una collettività chiusa egoisticamente in se stessa; ma fu sempre posto, e si tese sempre a risolverlo, in rapporto con problemi di portata, appunto, universale. Non potemmo quindi mai concepire, noi Italiani, rinnovamenti negli ordini sociali e politici che si restringessero esclusivamente all'ambito della nostra nazione: ogni nostro rinnovamento e risorgimento e progresso considerammo sempre come spinta a miglioramento, come mezzo di rigenerazione per il mondo intero. Questo ci parve e ci pare come un dovere sacro, un compito affidatoci dalla Provvidenza. Tale è l'idea dominante in tutti gli spiriti più schiettamente ed altamente rappresentativi della nostra stirpe, da Dante a Vincenzo Gioberti, al Mazzini, a Benito Mussolini. Qual meraviglia, dunque, se la lingua latina, che gli umanisti giudicheranno la più grande creazione del genio romano, si conservò più tenacemente fra noi, e relativamente tardi cedette il luogo, nell'uso letterario, a quel volgare che pure era una sua naturale trasformazione e filiazione? Si può dire anzi che non cedesse mai del tutto; numerosi sono infatti, attraverso i secoli della nostra letteratura, i ritorni e i rifiorimenti della lingua di Roma, che attestano la sua inesausta vitalità, fino all'età nostra, per la quale basterà ricordare il nome d'un poeta di elegantissima e vivissima latinità, Giovanni Pascoli. § 3. — Ma a comprendere il trapasso dalla letteratura di Roma pagana alle letterature moderne, e quel carattere di maggiore interiorità che distingue queste dalle letterature classiche, occorre rendersi conto della trasformazione operata negli spiriti dalla nuova religione. Il Cristianesimo venne rinnovando profondamente gusti, concezioni e costumi; spinse l'uomo a guardare più dentro che fuori di sé, a commisurare ogni azione presente ad un fine ideale posto di là dalla vita: di qui l'indagine più accurata dei fatti di coscienza, un senso più profondo di responsabilità morale, un più vivo e non disperato sentimento del dolore considerato come retaggio proprio del genere umano. Basta accostarsi agli scrittori cristiani per accorgersi della trasformazione avvenuta negli spiriti. Fra quegli scrittori spicca la figura del grande vescovo d'Ippona, Sant'Agostino (543-430), che sorge proprio al limite fra l'antichità e il Medio Evo. I suoi scritti esercitarono un'incalcolabile efficacia in ogni tempo. Egli ripensò originalmente la filosofia di Platone, piegandola al servizio della nuova fede; insegnò a Dante, col De civitate Dei, le disposizioni divine che regolarono la storia di Roma interpretata come necessaria preparazione al Cristianesimo; fu, coi libri delle Confessiones, la guida spirituale del Petrarca, che lo scelse per suo confidente nel Secretum; e da lui derivò quella tendenza all'introspezione e all'autobiografia che è un carattere spiccatissimo delle letterature moderne. Poche altre voci dopo quella di quel gran Padre della Chiesa echeggiano nella notte dei tempi. Ma pure all'inizio della nuova era incontriamo due scrittori che rappresentano tipicamente l'affermarsi dello spirito cristiano ed insieme il persistere della tradizione romana e il gusto per la poesia classica: Aurelio Cassiodoro (480?-575) e Severino Boezio (480-524). Cassiodoro è noto soprattutto per la raccolta delle epistole ufficiali (Vararum libri XII), da lui scritte, nella sua qualità di segretario dei re goti, con uno stile piuttosto ricercato e alquanto ampolloso. Boezio deve la sua fama specialmente al “De consolatione Philosophiæ”, un'opera dettata da dolorosa esperienza, quando lo scrittore, caduto in disgrazia di Teodorico, fu chiuso in carcere. In quell'avversità gli appare — così egli immagina —, sotto forma d'una veneranda matrona, la Filosofia, che lo conforta mostrandogli la vanità di ogni cosa terrena, e gli ricorda che il dolore è privilegio dei buoni, mezzo, per essi, di redenzione, e avviamento al premio che Dio loro riserba per l'eternità. Il movimento spirituale rappresentato da questi scrittori sembra arrestarsi nel periodo che segue; ma non è così. Fra il sec. VI e l'VIII quella che può parere stasi o decadenza è invece la laboriosa gestazione attraverso la quale nuove forze entrano a poco a poco nella luce della storia; è un periodo di intenso oscuro travaglio, da cui esce rinvigorita di giovanili energie la forza creativa e propulsiva della nostra civiltà. I barbari scesi dal nord della penisola subiscono il fascino della cultura latina e la assimilano. I Longobardi, succeduti nel dominio dell'Italia ai Bizantini, abbracciarono prima la religione cristiana — e questa fu la più importante conquista spirituale del pontefice Gregorio Magno (590-604) spregiatore, nel suo fervore ascetico, delle eleganze letterarie, ma scrittore pieno di vita e di calore — e dettero alla nostra letteratura ingegni rudi e forti, come quelli di Paolo Diacono (720-797) e di Liutprando vescovo di Cremona (922-972). Il primo narrò nella “Historia Langobardorum” le imprese guerresche e le vicende varie del suo popolo, in una forma alquanto rozza, ma generalmente efficace. Il secondo, che a quanto sembra ebbe anche qualche conoscenza di greco, pur ostentando una dispettosa alterezza di barbaro contro i latini, scrisse, nella lingua di Roma, con una certa fluidità non immune — sia pure — da scorrettezze, e con notevole vigore, un'opera storico-apologetica contro Berengario di Ivrea, di cui era stato prima devoto cortigiano; e la intitolò grecamente Antapodòsis (contraccambio). § 4. — Ma con Liutprando siamo ormai in pieno sec. X; e già appaiono nella vita italiana gl'indizi di un prossimo risorgimento. Compiuto è ormai quell'intimo travaglio in che si maturava la profonda rinnovazione della nostra civiltà: il periodo che s'inizia dopo il Mille è contraddistinto da un intenso fervore di vita, che, se non si rivela ancora adeguatamente nel campo letterario, ha pur singolari e cospicue manifestazioni nel campo politico e religioso non meno che in quello economico e sociale. È l'età gloriosa dei Comuni, che sorgono nel nome di Roma, di cui riaffermano la tradizione classica insieme e cristiana: questo momento caratteristico della nostra vita nazionale ritrasse con vivo sentimento e con felice ispirazione il Carducci nella brevità concettosa del Comune rustico. È l'età delle Repubbliche marinare (Genova, Venezia, Pisa, Amalfi), che ritrovano le vie della potenza romana in Oriente e in Occidente. L'unità accentratrice dell'Urbe è venuta meno; ma il vigore di essa si è trasfuso moltiplicandosi, in quelle unità minori, che animano d'un multiforme fervore di vita tutte le regioni della penisola. L'assetto politico che è uscito fuori da quell'intenso travaglio di trasformazione cui hanno cooperato forze disparate e varie (di tradizione e di rinnovamento rivoluzionario) è quello dello Stato-città; ma ognuna di quelle città che difende accanitamente la propria autonomia di fronte alle altre, riscatta in sé il genio politico della gran madre Roma. V'è, nei cittadini di quei piccoli Stati, la piena coscienza della nobile origine delle loro libere istituzioni. Ognuna di quelle città s'industria di adeguare i suoi ordinamenti alle esigenze della propria vita economica politica e sociale, in virtù di quella sapienza giuridica che si attinge, come a fonte perenne, alla legislazione romana. Spesso anche nei nomi delle magistrature si rispecchia la tradizione antica. Nel campo religioso si tende ad una sempre più piena applicazione dello spirito evangelico: da ciò un fermento di vita interiore che sbocca da un lato nelle eresie, dall'altro nella riforma degli ordini religiosi esistenti e, più tardi, darà anche l'impulso alla fondazione di ordini nuovi (quello di San Francesco e quello di San Domenico sorsero contemporaneamente al principio del sec. XIII). D'altra parte la Chiesa quanto più è portata ad inserire la propria azione nella vita dei popoli, tanto più è costretta ad occuparsi di interessi temporali; e il Papato viene fatalmente a scontrarsi, su questo terreno, col potere che gli contende nel campo politico la prerogativa romana dell'universalità, l'Impero. I contrasti che ne derivarono — culminati nella memorabile lotta fra Gregorio VII ed Enrico IV (1075-1085) — contribuirono al fecondo risveglio degli studi di filosofia e di teologia, di diritto pubblico e di diritto privato; studi onde attinsero alimento e vigore le interminabili dispute circa la preminenza dovuta all'autorità laica o all'autorità ecclesiastica. Lo stesso rigoglio di vita si avverte, al tempo cui ci riferiamo, nel campo economico e sociale. Risorge l'agricoltura, né solo come pratica, ma anche come studio che alla pratica s'ispira e nello stesso tempo la promuove e le serve (il sec. XIII ci darà in latino, per opera di un italiano, il bolognese Pier de' Crescenzi, il più famoso fra i trattati medievali di agronomia); si intensificano i traffici fra i vari centri della penisola e con l'estero; sorgono e fioriscono industrie i cui prodotti sono sempre più ricercati anche sui mercati stranieri; e l'intensa vita industriale e commerciale favorisce il formarsi di nuove classi sociali che, animate da gagliardo spirito di autonomia, si stringono in corporazioni potenti. In quegli uomini, che la Cavalleria — istituzione tutta animata d'un quasi mistico spirito di prodezza e di generosità — aveva già educati ad alte virtù morali, si approfondisce sempre più la coscienza della dignità umana, che alimenta il desiderio di gloria e spinge ad azioni egregie. Di questo spirito si giovarono — e contribuirono insieme a rafforzarlo — le Crociate; le quali sottraendo quei cittadini alle meschine gare della vita municipale, li richiamarono all'alto concetto della fraternità cristianamente intesa, e li educarono sempre più all'azione, col potente fascino dell'avventura. § 5. — Di sul fondo della civiltà medievale, che in grazia dell'unità religiosa culturale e linguistica serba per un certo tempo un carattere universale derivante dalla conformità delle idee, dei costumi e delle tradizioni e dalla comune origine romana, si delineò anche fra noi, come presso gli altri popoli dell'Occidente, la fisionomia particolare di una ben distinta nazione. E come in Ispagna le lotte contro i Mori, e in Francia le guerre dei Capetingi contro i re d'Inghilterra, così in Italia alcune fasi del contrasto fra la Chiesa e l'Impero e le lunghe contese dei Comuni contro gl'imperatori svevi, e, più tardi, la memorabile insurrezione del Vespro siciliano contro i Francesi (1282), alimentando e diffondendo sempre più il sentimento antitedesco ed antifrancese, furono i grandi eventi storici che promossero sempre più il sentimento e la piena consapevolezza della nazione. Ma da noi questo sentimento e questa consapevolezza si vennero svolgendo per vie diverse da quelle per cui si svolsero presso gli altri: non, cioè, come altrove, per un processo di assimilazione, ma per un processo di eliminazione. Il nostro popolo, fiero della propria origine romana, non mai servo, nello spirito, di quei barbari che solo materialmente poterono soggiogarlo e dominarlo, assunse gradatamente la propria inconfondibile fisionomia col liberarsi, a poco a poco, da tutto quello che era estraneo alla sua natura ed alla sua originalità: così corrose la sovrastruttura feudale, profondamente repugnante al suo genio ed alla sua tradizione; dette alle sue città liberi reggimenti; e cercò, in conformità con l'istinto romano che tornava a manifestarsi in lui sempre più chiaramente, le vie dell'espansione sì nell'ordine materiale sì in quello ideale. Un così intenso fervore di energia creativa dovette far sentire naturalmente i suoi effetti anche sull'arte, imprimendo un suggello di originalità nelle forme riprese dall'antichità o sorte in quel lungo periodo in cui dalla comune civiltà medievale si vennero sviluppando le nuove collettività nazionali. Nell'architettura rifiorente si tenta l'imitazione dei monumenti classici con lo stile romanico (sec. IX-XII: dal Sant'Ambrogio di Milano alle cattedrali di Modena e di Pisa); e più tardi (sec. XIII e XIV) al gotico, d'importazione straniera, s'infonde una grazia nuova (il sistema tricuspidale gotico raggiunge nella facciata del duomo di Orvieto la più elegante euritmia). Nicola Pisano dall'amoroso studio dei sarcofagi romani trae norma ed ispirazione per le sue figurazioni (l'immagine della Vergine Madre in un bassorilievo del pulpito nel Battistero pisano ha tratti di original somiglianza con la Fedra di un sarcofago antico) e infonde nei personaggi e nelle scene una miracolosa verità di atteggiamenti ed un inusitato calore di vita. La figura umana, così rigida nei mosaici bizantini, si anima sotto il pennello di Cimabue, ed acquista, sotto quello di Giotto, la capacità di esprimere, coi mezzi più semplici, tutti i moti ed i sentimenti della vita. Per quanto riguarda l'arte della parola noi vediamo in questo periodo il volgare — nuovo strumento foggiatosi per l'espressione d'un nuovo spirito e di nuove necessità della vita — scaltrirsi all'uso letterario e, attraverso uno sviluppo prodigiosamente rapido, che compensò ad usura il ritardo con che, come abbiam detto, la nazione nostra giunse a quel segno cui eran prima pervenute le altre grandi nazioni neolatine, prepararsi a far prova di sé in un'opera gigantesca come la Divina Commedia. § 6. — Ma qui è necessario che sostiamo alquanto e che allarghiamo un poco il nostro discorso, dacché siamo venuti a toccare un soggetto che rientra nell'ambito specifico della nostra trattazione: non si può infatti pensare alla letteratura di un popolo senza pensare alla lingua in cui sono scritte, in grandissima maggioranza, le opere che la costituiscono. Dobbiamo dunque dare almeno qualche cenno intorno all'origine del volgare nostro. Esso si venne svolgendo dal latino per una trasformazione operatasi lentamente nel corso di vari secoli; e le poche parole che vi si introdussero da lingue straniere, come specialmente la germanica e l'araba, non valgono ad infirmarne la sostanziale latinità. Che il linguaggio di un popolo vada soggetto a trasformazioni si comprende agevolmente, sol che si concepisca questo mezzo di espressione, quale esso è, come uno spontaneo prodotto dello spirito umano continuamente evolventesi, e non come qualche cosa che si fondi su una immutabile norma di ragione. L'origine latina il nostro volgare l'ha comune con altri linguaggi d'Europa, i quali appunto per la loro derivazione dalla lingua di Roma si chiamaron comunemente romanzi (dall'aggettivo romanicus e dal corrispondente avverbio che si usò in frasi come romanice loqui): dai moderni glottologi furon poi detti neolatini (latini nuovi o rinnovati). Essi sono: il portoghese, il castigliano, il catalano, il provenzale (detto anche lingua d’oc dalla particella affermativa), il francese (o lingua d’oïl, moderno oui), il ladino (nelle varietà del Canton Grigioni, del Trentino e del Friuli), l'italiano e il rumeno. Ma quando si parla di volgari (parola che suona lingua del volgo, in contrapposto al latino rimasto a lungo come lingua dei dotti) in rapporto con le origini dal nobile linguaggio di Roma, si deve pensare prima a idiomi parlati (dialetti) che a vere e proprie lingue capaci di servire alle più alte espressioni del pensiero e dell'arte. Roma diffuse, con la sua civiltà, la propria lingua fra i popoli che venne a mano a mano assoggettando al suo dominio; ma non era, quello che i dominatori insegnavano e che le genti entrate a mano a mano a far parte della grande unità dell'impero finirono con l'adottare, il latino dei poeti e dei prosatori, che anche oggi si studia nelle scuole. Era il linguaggio parlato, con prevalenza, naturalmente, delle forme usate dalla plebe e dai soldati; quello che gli scrittori chiamavano appunto sermo vulgaris, plebeius, rusticus, proletarius, militaris; la lingua, insomma, dell'uso vivo, soggetta a tutte le variazioni dell'uso stesso e ben lontana dalla regolarità propria della tradizione letteraria. Un tale linguaggio doveva essere — come ogni linguaggio parlato — già di per sé variabilissimo da regione a regione, da paese a paese e perfino — almeno in certe particolarità o inflessioni — da famiglia a famiglia, da persona a persona. La varietà dovette anzi divenire più grande a mano a mano che il parlare dell'Urbe si venne diffondendo per le terre d'Italia, dove abitavano popolazioni use, prima, ad altre parlate, di cui dovettero serbare, anche quando le ebbero abbandonate, certe forme e specialmente certe abitudini fonetiche, corrispondenti ad insopprimibili tendenze del loro spirito o anche alla conformazione fisiologica dei loro organi vocali. Pensiamo, per esempio, a certe aspirazioni specialmente della gutturale sorda (c) e alla pronuncia caratteristica della c palatale (in camicia, amici ecc.) osservabili oggi nella pronuncia toscana; all'u lombardo proprio di molte regioni dell'Italia settentrionale, e via dicendo. Ora possiamo immaginarci che cosa dovesse accadere di quel latino popolare quando si sforzarono di pronunciarlo genti che più assai delle popolazioni italiche erano disformi da Roma per spirito, per le lingue loro originarie e per le abitudini fonetiche che anch'esse portarono naturalmente nella pronuncia del latino. Finché la potenza accentratrice di Roma si mantenne nel suo pieno vigore e furon vivi i rapporti fra le provincie e la metropoli, le necessità stesse della vita comune nel vasto ambito dell'impero dovettero agire come freni; ma quando la compagine di quel grande organismo politico cominciò a rallentarsi, e, più ancora, quando fu praticamente venuta meno, le forze trasformatrici di quello che almeno fino ad un certo punto ed intenzionalmente era stato un unico linguaggio agirono sempre più liberamente e profondamente: sicché ben presto sotto il tenue velo dell'unità furono manifesti i lineamenti di una molteplice varietà. Da quel tempo — un tempo che mal si può fissare con una precisa determinazione cronologica — si può dire che abbiano avuto origine gli idiomi neolatini (nella varietà dei dialetti che pur si vengono ad aggruppare e a distinguere in più vaste e men numerose categorie di tipi regionali o nazionali), e con essi il volgare nostro, costituito anch'esso dalla molteplicità dei dialetti italici. La differenziazione (opera di natura legata a profonde ragioni fisiologiche e spirituali) è progressiva, per così dire, nello spazio e nel tempo; per modo che maggiormente diversi ci appaiono i tipi idiomatici di regioni fra loro più distanti, anche restando nell'ambito delle varie nazioni (il piemontese, ad esempio, ha più affinità col lombardo e col ligure che non col pugliese o col napoletano); e più profonde appaiono le differenze, sia fra i tipi idiomatici nazionali sia fra i dialetti delle varie regioni, quanto più ci si allontana dalla comune origine latina. Così i dialetti antichi delle valle padana, ad esempio, ebbero maggior somiglianza che non abbiano oggi coi dialetti della Francia; e sono ai giorni nostri più disformi fra loro di quanto non fossero nel periodo delle origini. Riportando ora la nostra osservazione dal vasto campo degli idiomi neolatini a quello più limitato del volgare e dei dialetti italici, dobbiamo ripetere che non è possibile determinare quando essi si sieno sostituiti, nell'uso quotidiano, al latino parlato; il quale certamente da noi, per ragioni di affinità e per la maggior antichità del dominio di Roma, dovette essere meno impuro e più radicato che altrove. Si possono tuttavia enunciare alcune date che segnano, a grandi linee, le tappe del lungo cammino del quale, come di tutte le trasformazioni che avvengono con moto impercettibile e incessante nel mondo della natura e nel mondo dello spirito, restano inavvertiti i singoli passi e momenti. Nei secoli che corrono dal V al X la trasformazione del latino ci è rivelata nelle scritture più strettamente legate alla pratica della vita (carte notarili, iscrizioni e simili) dai frequenti errori di grammatica che vi si incontrano e dalla uniformità con cui taluni di essi si ripetono, quasi in virtù di nuove regole cui la lingua ormai istintivamente ubbidisca. Fra le parole, poi, di stampo latino via via se ne insinuano inavvertitamente alcune che hanno ormai chiara veste volgare (1). Ma per trovare un periodetto interamente e deliberatamente italiano bisogna scendere al 960, data di una carta capuana, nella quale la necessità di riferire senza alterazione certe testimonianze in una questione di possesso terriero indusse un notaro a riprodurre testualmente le parole pronunciate dai singoli testimoni (2). Tuttavia fino al sec. XII sono relativamente scarsi gli esempi del volgare nostro in scritture; e per quanto si possa pensare che molti monumenti di quell'antica età debbano essere scomparsi, e che il nuovo idioma fosse entrato ormai nell'uso comune, è certo che il latino doveva essere ancora di gran lunga preferito negli usi più elevati e quando si volesse scrivere con deliberato intento d'arte. I documenti che ci sono rimasti di volgare usato in quel tempo con intento più o meno rudimentalmente artistico sommano, in complesso, a una ventina, tutti in versi. Abbiamo una rozza iscrizione che si leggeva sull'arco del coro nel duomo di Ferrara (1135), qualche cantilena di giullari o cantastorie, come quella di un giullare toscano in lode del vescovo di Jesi (1197), il contrasto bilingue in cui il trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras alternò il suo idioma col dialetto genovese in un dialogo d'amore, e il così detto ritmo cassinese in cui due personaggi sono introdotti a discutere in versi rozzi ma non privi qua e là di efficacia, per concludere riconoscendo la superiorità della vita contemplativa e dei piaceri spirituali sui grossolani piaceri del senso. Ma quest'ultimo documento, che tra la sua denominazione dal convento di Montecassino dove fu ritrovato manoscritto, sembra appartenere agli inizi del sec. XIII, a cui potrebbe forse anche riportarsi il contrasto di Rambaldo di Vaqueiras. § 7. — Questi sono dunque i più antichi documenti della nostra poesia volgare. La quale si fonda su criteri di ritmo e d'armonia del tutto nuovi ed estranei alla poesia latina. Tali criteri son comuni alla nostra ed alle altre lingue romanze, ed hanno la loro radice in una trasformazione che ci è dato di osservare in atto nei prodotti poetici della latinità medievale. Già in quella poesia latina del Basso Impero che si rivolgeva più particolarmente al popolo, costituita soprattutto dagli inni ecclesiastici, si riscontrano quelle che dovevano divenire le caratteristiche della forma poetica romanza, il ritmo cioè e la rima. Il senso della quantità delle sillabe su cui si fondava la versificazione dei Greci e dei Romani si venne assai presto oscurando dopo l'età classica, e se anche gli scrittori dotti continuarono nei loro versi ad osservare le prescritte alternanze e combinazioni di sillabe lunghe e di sillabe brevi, ciò fecero — come hanno seguitato e seguitano a fare anche ai nostri giorni quanti compongono poeticamente in latino — in omaggio ad una tradizione sopravvivente per una sorta di ricostruzione erudita, senza che effettivamente il loro orecchio avvertisse più quella differenza musicale che gli antichi dovettero avvertire appunto fra le lunghe e le brevi; differenza di cui si finì col perdere non soltanto il senso ma anche addirittura il concetto. E fu certo questo uno dei più profondi e forse, in ordine di tempo, dei primi mutamenti che si operarono, per forza di evoluzione spontanea, nel campo della lingua. Ma mentre si oscurava il senso della quantità si veniva consolidando il senso del ritmo (fondato sull'intervallo degli accenti tonici che acquistano maggior risalto in gruppi di parole costituenti determinate serie di sillabe) (3) e l'attitudine della rima a sottolineare musicalmente la parola e il pensiero ed a segnare pause e riprese e legamenti nella struttura delle strofe (4). Molto probabilmente tutto questo aveva la sua remota origine in qualche tendenza propria della lingua latina; nella quale la versificazione dotta subì assai per tempo l'influsso della poesia greca; e può darsi che avviamenti così fatti si fossero già affermati nella poesia popolare di Roma. Comunque sia di ciò, già il più antico scrittore di inni cristiani, Sant'Ilario di Poitiers (sec. IV), non riesce a mantenersi così rigidamente fedele al sistema quantitativo che la correttezza del verso non gli venga talvolta turbata dalla tendenza a seguire il ritmo degli accenti; e se in Sant'Ambrogio (m. 397) e in Prudenzio, a lui di poco posteriore, pur nell'osservanza dei metri classici, si insinua il senso del ritmo e l'uso della rima, i nuovi elementi acquistano un risalto sempre maggiore in Venanzio Fortunato (fiorito fra il VI e il VII secolo), che pur li concilia ancora con le forme della metrica classica; e finiscono col predominare nella poesia latina posteriore. Fra il secolo XII e il XIII singolari prodotti di questa poesia ritmica in un latino scorrevole e che lascia trasparire le forme e i costrutti della lingua del popolo sono i canti goliardici, coi quali, parodiando talvolta gli inni della Chiesa, scolari vagabondi e spensierati (clerici vagantes) celebravano le facili gioie della vita. Una curiosa manifestazione del senso del ritmo subentrante a quello della quantità si ebbe anche nella prosa medievale col cursus, consistente nella clausola o cadenza ritenuta più atta a terminare un periodo o un membro di periodo mediante un giro di almeno due parole fornite di accento proprio e con determinato numero di sillabe (5). Si distinsero diverse forme di cursus, da usarsi preferibilmente in certe circostanze ed in vista di determinati effetti, forme praticamente corrispondenti alla varia unione di parole latine non già considerate a seconda della lunghezza o della brevità delle sillabe, ma secondo che fossero per l'accento tonico, piane o sdrucciole. Né ad altro si alluse mai anche se, in omaggio alla terminologia classica, si designarono come spondaiche le parole piane e come dattiliche le sdrucciole. Il cursus — a cui si dette una grande importanza nelle scuole e di cui furon date norme talvolta minutissime nelle Artes dictandi (trattati di rettorica medievali) perché fu considerato come elemento indispensabile di eleganza specialmente nello stile epistolare — non fu senza efficacia sulla nostra prosa volgare del Dugento e del Trecento. _______________ |
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