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marinetti filippo tommaso Democrazia futurista (a cura di Benedetto Brugia) Contro il Papato e la mentalità cattolica, serbatoi di ogni passatismo Contro il diritto di successione Sintesi della concezione marxista Sintesi della concezione di Mazzini sulla proprietà e la sua trasformazione Contro il Papato e la mentalità cattolica, serbatoi di ogni passatismo Inutile enumerare le ragioni politiche che rendono indispensabile per l'Italia vittoriosa il liberarsi, al più presto, del Papato. Cavour e Crispi e cento altri italiani hanno dimostrato come il Papato sia in tempo di pace un peso ingombrante e in tempi convulsi o guerreschi un nemico in casa o per lo meno una spia. Io domando l'espulsione del Papato per sgomberare l'Italia dalla mentalità cattolica. Non si può toccare il principio della famiglia e la concezione giuridica del matrimonio fintanto che permane la forza del prete. Questi fa pesare sulla vita l'assurda idea antivitale di eternità. Eternità dei valori spirituali, eternità di gioia nel paradiso extra terrestre e perciò eternità assurda dell'amore sulla terra. Un uomo che ama una donna deve amarla per tutta la vita. Se cessa di amarla dopo tre anni, grave disordine morale, allarme, spavento. Se cessa di amarla dopo tre mesi, scandalo diabolico, peccato infame, sanzioni infernali. Il prete creò il più assurdo dei carceri, il matrimonio indissolubile. Così per evitare che la legge dell'amore eterno sia violata, il prete imprigionò il cuore e i sensi della donna, costringendola a fingere l'amore, a prostituirsi ogni sera a un uomo odiato, sviluppando nella sua sensibilità e intorno a sé e ciò che è più grave — nei suoi figli — la necessità schifosa di un'ipocrisia continua. Assurda concezione dell'amore eterno, assiduità artificiale delle attrazioni erotiche, il prete non si contenta di questi veleni perniciosi, ma combatte anche l'istinto coraggioso dell'avventura e del rischio e il meraviglioso spirito d'improvvisazione che anima gli individui forti e i temperamenti ricchi. Il prete odia il provvisorio, il momentaneo, la velocità, lo slancio, la passione. E in ciò cancella brutalmente l'essenza ardente, preziosa, della morale di Cristo che accordava tutti i diritti e tutti i perdoni e tutte le simpatie al fervore appassionato, alla fiamma volubile del cuore. Il prete dimentica che la frase di Cristo alla Maddalena: Molto sarà perdonato a chi molto ha amato. E quest'altra: Colui che è senza peccato scagli la prima pietra, sono due glorificazioni del libero amore e due calci all'indissolubilità del matrimonio. Se la donna, come avviene sovente, è stata desiderata, presa e fecondata spensieratamente dal maschio il prete vuole che questa donna non sia sottoposta a nessun rischio, a nessuna nuova avventura. Subito, nel carcere del matrimonio, a braccetto con un uomo che non la vuole più, che la odia come un ingombro. Due pugnali legati insieme, entrambi inutilizzabili e che sognano di lottare fra di loro, si smusseranno i tagli e finiranno per ferire il figlio. Questo nasce florido come un frutto, ma diventa presto una palla che inciampa i due galeotti. Assurda concezione dell'amore eterno, legami indissolubili fra corpi-anime che si ripugnano, legge dell'ipocrisia e spettacolo di odio dato quotidianamente come educazione al figlio. Ma il prete non si contenta. Dice: non siete felici? Lo sarete in Paradiso! Sfiorite tutte e due! Logoratevi! Sciupate tenerezza, bellezza, baci, forza fisiologica, nervi, rimandate il vostro adulterio a quando sarete in Paradiso! Così il matrimonio è il comune purgatorio di tutti i temperamenti rigogliosi e potenti. Purgatorio di peccati inesistenti, logorìo di gioventù, tutto in omaggio a un'assurda mentalità negatrice, deprimente, sopraffattrice che non ammette il trionfale sviluppo della gioia fisiologica e della libertà rischiosa e temeraria. Il prete vuole e impone le leggi immonde della rinuncia e della lentezza. Così dovunque in questa nostra Italia sana e forte noi troviamo tante anime agonizzanti, stroncate: donne che non han saputo decidersi, che hanno amato l'uno e si son date all'altro, sperano nel terzo e si daranno al quarto. Sempre sbagliandosi, aspettando sempre con una cretinissima pessimistica valutazione della vita, condannate, condannati, incapaci di concedersi le assoluzioni fulminee e le liberazioni allegre dell'uragano, della pioggia, e del suicidio. Per giungere alla concezione futurista del provvisorio, del veloce e dell'eroico sforzo continuo, bisogna bruciare la tonaca nera, simbolo di lentezza e fondere tutte le campane per farne altrettante rotaie di nuovi treni ultra-veloci. La lentezza, il prepararsi quotidianamente a una gioia lontana poco sicura che involontariamente l'immaginazione butterà poi al di là della morte in paradiso, questo paziente preparazionismo cattolico misticoide è molto simile al preparazionismo militare tedesco che è crollato ora — fortunatamente — in una grande sconfitta. La nostra fulminea vittoria italiana, dieci giorni di offensiva e tutte le terre riconquistate, i sogni politici dei nostri padri colti al volo, realizzati, inchiodati, tutte queste glorie nostre sono anticattoliche. Finalmente la lentezza imposta dal prete è stata travolta. La velocità tempestosa del genio italiano ci libera da tutto un medioevalismo minuzioso a base di sacrificio, di sogno estatico, di mani mendicanti, d'inginocchiatoi, di diplomazie, d'irredentismi platonici e di nostalgie professorali. Finalmente non guardiamo più dietro di noi i lontanissimi cortei di eroi romani. Ci guardiamo nello specchio: noi, siamo noi. Gli italiani d'oggi veloci che a dispetto di tutte le prudenze storiche, a dispetto di tutti i pessimisti, balzati fuori da una famiglia cattolica mediocrista soffocata da ruderi illustri, fuori dall'elettoralismo miserabile di provincia e dalla taccagneria degli impieghi governativi, siamo noi che abbiamo sfasciato in dieci giorni — giocondamente come ragazzi — il grande esercito austro-ungarico invincibile nel sogno — giuocattolo fra le nostre mani potentissime, in realtà. Questa famiglia provinciale col suo matrimonio ipocrita, il prete lurido custode, gli scorpioni del moralismo a tutte le crepe dei muri, bisogna al più presto col fuoco annientarla. Dopo il fuoco, per spegnerlo, abbondanti sputacchi in velocità. Il prete è fratello del carabiniere. Carcere del matrimonio indissolubile. Il divorzio e il libero amore sono due arditi pericolosi. Cantano quando gli altri dormono e spaccano sovente i vetri — ventri ai passatisti. È passatista colui che teme, che si acquatta, che non accetta responsabilità, che ricorda malinconicamente, che prende le idee dal quotidiano più saggio, che non osa interrogare suo figlio sulla sua evidente blenorragia, che crede cementare il sesso vivace della sua bambina sedicenne chiudendola in casa con catenacci di paternali idiote. Mentre egli va — ipocritamente — a fumare la pipa in un bordello per narrare omericamente sull'origliere a una prostituta i difetti di sua moglie, sua figlia chiusa in casa spalanca la finestra e le gambe allo studente che dalla finestra di faccia le spiega la virtus latina. La vita italiana di domani altro non deve essere che una serie di bombe a mano lanciate nelle gambe degli importuni pesantissimi due nemici: il prete e il carabiniere. La primavera ride e scoppia sotto le leggi, i divieti, i confessionali, i senati, vince e vincerà sempre; ma quanto sarebbero più splendidi i suoi frutti se un giorno si sentisse finalmente una voce riempire l'azzurro: il Papato è fuori, fuori d'Italia con l'ultimo dei Preti e l'ultimo dei Carabinieri! La nostra guerra vittoriosa ha rivelato un antagonismo feroce fra i combattenti e i carabinieri. Come tra gli interventisti e i preti d'ogni specie: clericali, professori e socialisti. Gli arditi odiano i carabinieri. Questi hanno sognato di mettere le manette agli Eroi. Secondo loro gli Eroi devono essere gente quieta, che non grida, che prevede, ha paura, va adagio, non ha gomiti nelle folle, aspetta pazientemente agli sportelli dove l'abbrutitissimo impiegato di Stato fa tutti i suoi comodi e distribuisce la lentezza. Gli arditi disprezzeranno i reticolati e la disciplina militare, queste manette imposte dal professoralismo strategico e dalla scienza teutonica. Improvvisano tutto e specialmente la vittoria. Sono futuristi: non si curano dei “rincalzi” romani, forniti dalla storia e non vogliono essere preceduti da bombardamenti sapienti. Sorprendono la trincea nemica che ha la forma di un banchiere panciuto, la sfondano, la svaligiano e così, di slancio, a Trieste. I carabinieri durante la guerra avevano il còmpito di verificare minuziosamente i passaporti per afferrare al passaggio le numerosissime spie. Ne lasciarono passare molte, impiegarono quattro anni a imparare questo mestiere di controlli e ora finalmente lo sanno fare così bene che non smettono più di verificare i passaporti dei vincitori. Preti come i preti, custodi della lentezza e della burocrazia, medioevali, perniciosissimi imprigionatori della Primavera ardita e veloce piena di fiumi rivoluzionari! Concludendo, bisogna:
L'orgoglio italiano non deve essere, non è imperialismo che spera imporre industrie, accaparrare commerci, inondare di prodotti agricoli. Noi difettiamo di materie prime, e siamo una potenza di ricchezza agricola mediocre. Il nostro orgoglio italiano è basato sulla superiorità nostra come quantità enorme di individui geniali. Vogliamo dunque creare una vera democrazia cosciente e audace che sia la valutazione e l'esaltazione del numero poiché avrà il maggior numero di individui geniali. L'Italia rappresenta nel mondo una specie di minoranza genialissima tutta costituita di individui superiori alla media umana per forza creatrice innovatrice improvvisatrice. Questa democrazia entrerà naturalmente in competizione con la maggioranza formata dalle altre nazioni, per le quali il numero significa invece massa più o meno cieca, cioè democrazia incosciente. Su mille slavi vi sono due o tre individui. L'ultima fulminea nostra vittoria ha dimostrato che non vi è gruppo d'italiani (20, 30 o 40) che non contenga almeno 10 o 15 individui capaci di iniziativa e di direttiva personale. Abbiamo ancora da sgombrare papa, monarchia, parlamento, senato e burocrazia e da bonificare le zone morte dell'analfabetismo. Questo còmpito molto arduo con un nemico minaccioso alle porte è oggi còmpito facile e senza pericoli per l'unità e indipendenza nazionale. Nazione ricca di individui geniali, democrazia intelligentissima. Quantità di personalità tipiche, massa di tipi unici, democrazia che non vuole imporsi bancariamente, industrialmente, colonialmente, ma può e deve dominare il mondo e dirigerlo con la sua maggiore potenzialità e altezza di luce. Noi crediamo che l'ora è venuta di tentare tutte le rivoluzioni per liberare il popolo italiano da tutti i pesi morti e da tutti i ceppi (matrimonio e famiglia cattolica soffocatrice, pedantismo professorale, elettoralismo, mentalità pessimistica, provinciale, mediocrista e quietista). Liberata dal giogo della vecchia famiglia tradizionale, dal dogma dell'anzianità, dal parlamento, dal senato, dal papato e dalla monarchia, l'Italia manifesterà finalmente la sua potenza di 40 milioni d'individui italiani tutti intelligenti e capaci di autonomia. Concezione assolutamente opposta alla cretinissima concezione germanofila che voleva svalutare i 40 milioni d'individui italiani per organizzarli meccanicamente. Sul palcoscenico della razza italiana dobbiamo mettere in luce i 40 milioni di ruoli diversi perché in questa luce possa perfettamente svolgersi il valore tipico di ognuno. Disfatto l'impero austro-ungarico il popolo italiano non deve temere le scosse anche disastrose (promiscuità sessuale, distruzione della ricchezza) prodotte da una rivoluzione profonda. Saranno scosse brevi. Da una rivoluzione, oggi il popolo italiano risorgerà più vivo e potente, più ricco d'individui geniali, più agile, più dinamico. Noi non abbiamo la nevrastenica pigrizia, la neghittosità, il misticismo, il bizantinismo ideologico, l'ossessione teorificatrice della Russia. Siamo pieni di senso pratico, di tenacia costruttrice, di ingegnosità inesauribile, di eroismo bene impiegato. Possiamo dunque dare tutti i diritti di fare e disfare al numero, alla quantità, alla massa poiché da noi numero quantità e massa non saranno mai come in Germania e Russia numero quantità e massa di mediocri d'inetti e di sconclusionati. Arturo Labriola definisce la democrazia «come sentimento dei diritti concreti della massa sullo Stato e sulla Economia». Noi futuristi consideriamo la democrazia non in astratto ma bensì la «democrazia italiana». Parlare di democrazia in astratto è fare della retorica. Vi sono numerose democrazie; ogni razza ha la sua democrazia, come ogni razza ha il suo femminismo. Noi intendiamo la democrazia italiana come massa d'individui geniali, divenuta perciò facilmente cosciente del suo diritto e naturalmente plasmatrice del suo divenire statale. La sua forza è fatta di questo diritto acquisito, moltiplicata dalla sua quantità valore, meno il peso delle cellule morte (tradizione), meno il peso delle cellule malate (incoscienti, analfabeti). La democrazia italiana è per noi un corpo umano che bisogna liberare, scatenare, alleggerire, per accelerarne la velocità e centuplicarne il rendimento. La democrazia italiana si trova oggi nell'ambiente più favorevole al suo sviluppo. Ambiente di rivoluzione-guerra nel quale è costretta a risolvere i suoi casi-problemi, fra le mille punte di altri problemi insoluti, le cui soluzioni possono esercitare un'influenza sul suo avvenire. Necessità igienica di continua ginnastica trasformatrice, improvvisatrice. Il governo si allarma oggi nel vedere formarsi innumerevoli associazioni di combattenti. Se non fosse un governo di miopi reazionari tremanti di paura accoglierebbe favorevolmente questo nuovo ritorno di vitalità italiana. La guerra ha semplicemente svegliate le coscienze di quattro o cinque milioni di italiani che tornano oggi dalla guerra, arricchiti di una personalità politica. È la prima volta nella storia che più di quattro milioni di cittadini di una nazione hanno la fortuna di subire in soli quattro anni un'educazione intensiva e completa con lezioni di fuoco, di eroismo e di morte. Spettacolo meraviglioso di tutto un esercito partito per la guerra quasi incosciente e ritornato politico e degno di governare. La democrazia futurista è ormai pronta ad agire, poiché sente vibrare tutte le sue cellule vive. Naturalmente ha un bisogno urgente di spalancare le porte e di uscire all'aperto. Il governo si allarma, reprime e trema, come la nonna leggendaria teme che il nipotino pigli un raffreddore. Fuori l'aria è frizzante e salubre. Il sole, spalancato, beve il mare di liquido quasi solido saporito, azzurro, tutto spumante di raggi, tutto da bere fino all'ultimo sorso. L'Idea di patria non è per noi un prolungamento ideale del sentimento della famiglia. Il sentimento della famiglia è un sentimento inferiore, quasi animale, creato dalla paura delle grandi belve libere e delle notti gonfie d'agguati e d'avventure. Nasce coi primi segni della vecchiaia che screpolano la metallica gioventù. Primi segni di quietismo, di saggia prudenza moderatrice, bisogno di riposarsi, di ammainare le vele in un porto di calma e di comodità. La lampada familiare è una luminosa chioccia che cova delle uova putride di vigliaccheria. Padre, madre, nonna, zia e figli dopo alcune stupide schermaglie finiscono sempre per complottare insieme contro il divino pericolo e l'eroismo senza speranza. E la zuppiera fumante è l'incensiere di questo tempio della monotonia. L'Idea di patria invece è un'idea assolutamente superiore. Rappresenta il massimo allargamento della generosità dell'individuo straripante in cerchio verso tutti gli essere umani simili a lui o affini, simpatizzanti e simpatici. Rappresenta la più vasta solidarietà concreta d'interessi agricoli, fluviali, portuali, commerciali, industriali legati insieme da un'unica configurazione geografica, da una stessa miscela di climi e da una stessa colorazione di orizzonti. Rappresenta precisamente la distruzione del sentimento di famiglia egoistica, ristretta, divenuta inutile o dannosa all'individuo. Alcuni dicono: la patria è la nostra grande famiglia. Altri possono dire che la famiglia è una piccola patria. Noi dichiariamo che il cuore dell'uomo spacca e annulla nella sua espansione circolare il piccolo cerchio soffocatore della famiglia per giungere fino agli orli estremi della Patria dove sente palpitare i suoi connazionali di frontiera come se fossero i nervi periferici del suo corpo. L'Idea di patria annulla l'idea di famiglia. È un'idea generosa, eroica, dinamica, futurista, mentre l'idea di famiglia è gretta, paurosa, statica, conservatrice, passatista. La vera concezione di patria nasce per la prima volta oggi dalla concezione futurista del Mondo. È stata prima d'ora una confusa miscela di campanilismo, di retorica greco-romana, di eloquenza commemorativa e d'istinto eroico incosciente. Hanno stupidamente poggiata questa idea sulla commemorazione degli Eroi, sulla sfiducia nei vivi, sulla paura della guerra, sulla restaurazione conservatrice di tutto ciò che era morto. Il patriottismo futurista è invece la passione accanita, violenta e tenace per il divenire-progresso-rivoluzione della propria razza lanciata alla conquista delle mete più lontane. Come massima potenza affettiva dell'individuo il patriottismo futurista, pur essendo di essenza disinteressata, si trasforma in utilità pratica per la continuità e lo sviluppo della razza che favorisce. Il patriottismo italiano, invece di lavorare per i suoi figli, lavora, si batte e muore per gli italiani di domani. Massima potenza di amore paterno: invece di quattro o cinque figli sentirne nel cuore 40 milioni. Il cerchio affettivo del mio cuore italiano tendendosi smisuratamente abbraccia la patria, cioè la massima quantità manovrabile di ideali, interessi, bisogni miei, nostri, legati fra loro e non in contrasto fra di loro. Data la conformazione della nostra divina Penisola, la varietà piacevole dei suoi climi, dato il sangue straricco di qualità varie, ma unico e tipico della nostra razza, la massima quantità manovrabile d'interessi e d'ideali nostri legati fra di loro e non in contrasto include il Trentino, l'Istria, la Dalmazia, Vallona, Rodi, Smirne, Bengasi, Tripoli. Concludendo: la patria è il massimo prolungamento dell'individuo o meglio: il più vasto individuo vivo capace di vivere lungamente, di dirigere, dominare e difendere tutte le parti del suo corpo. È indiscutibile che la nostra razza supera tutte le razze per il numero stragrande di geniali che produce. Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono sempre sette, otto giovani ventenni che fremono d'ansia creatrice, pieni d'un orgoglio ambizioso che si manifesta in volumi inediti di versi e in scoppi di eloquenza sulle piazze nei comizi politici. Alcuni sono dei veri illusi ma sono pochi. Non potrebbero giungere al vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l'intellettualità geniale di un paese. In quello stesso nucleo o piccolo villaggio italiano è facile trovare sette, otto uomini maturi che nella loro piccola vita d'impiegato, di professionista nei caffè del loro quartiere e in famiglia portano sul capo l'aureola malinconica del geniale fallito. Sono dei rottami di genialità che non hanno mai avuto un'atmosfera favorevole e furono perciò subito stroncati dalle necessità economiche e sentimentali. Il movimento artistico futurista da noi iniziato undici anni fa aveva precisamente per scopo di svecchiare brutalmente l'ambiente artistico-letterario, esautorarne e distruggerne la gerontocrazia, svalutare i critici e i professori pedanti, incoraggiare tutti gli slanci temerarî dell'ingegno giovanile per preparare un'atmosfera veramente ossigenata di salute, incoraggiamento e aiuto a tutti i giovani geniali d'Italia. Sono certamente due o trecentomila in Italia. Incoraggiarli tutti, centuplicarne l'orgoglio, aprire davanti a loro tutti i varchi, diminuire al più presto, così, il numero dei geniali italiani falliti e stroncati. Ho spiegato in molte opere precedenti come i tre quarti dei vizi mentali, delle debolezze, degli errori, delle viltà e delle lentezze che si opponevano al celere progresso dell'Italia derivavano da ciò che noi chiamiamo il Passatismo. Culto ossessionante del passato e delle glorie antiche, misoneismo cocciuto, valutazione pessimista delle forze della nostra razza, accademismo scolastico, purismo letterario, culto del plagio, copia dell'antico, adorazione del museo, esaltazione dello sgobbone, ecc. Il Passatismo fu per molto tempo l'essenza unica del sistema d'insegnamento e dell'educazione familiare. Era favorito da molte ideologie assurde più o meno importate e tipicamente antitaliane. Regnava uno schifoso intellettualismo socialistoide, antipatriottico, internazionalista, il quale separava il corpo dallo spirito, vagheggiava una stupida ipertrofia cerebrale, insegnava il perdono delle offese, annunziava la pace universale e la scomparsa della guerra, i cui orrori sarebbero sostituiti da battaglie d'idee. Intellettualismo di origine germanica, ossessione del libro, bibliofilia, pedantedescheria. Disprezzo per la ginnastica, abbrutimento dei ragazzi nelle aule puzzolenti e chiuse, svalutazione completa della salute e della forza muscolare. Vegetava in quest'aria di muffa una gioventù striminzita, senza freschezza primaverile e senza virilità. Quanti giovani abbiamo visto uscire dalle scuole, malinconici, curvi, deboli, avari di voce e di gesti, pallidi, avvizziti, con occhiali doppi e infinite miopie stringendo sotto il braccio con una specie di orgoglio spaventoso e miserando “I Promessi Sposi”, come Don Rodrigo stringeva il suo foruncolo di peste bubbonica. La loro peste bubbonica era il culturalismo teutonico. Si andava predicando che i giovani italiani erano ignoranti e che il loro ingegno aveva bisogno di una cultura solida, seria, metodica. In realtà si predicava l'odio all'ingegno. Leggete, studiate, ponderate, chiudetevi nelle biblioteche, compulsate i codici, studiate gli antichi! Vivete nei musei! Copiate quadri e statue! Bisogna imparare a scrivere, a dipingere, a scolpire copiando le opere dei grandi! La lingua italiana è difficilissima, occorre decidere dopo serie meditazioni quali siano i maestri da preferire e i dizionarî da consultare. Il Bartoli, il Boccaccio, Machiavelli, Tommaseo, Rigutini, Fanfani... Occorre postillarli. Il tale ha ingegno. Ma usa francesismi. «Questa dei francesismi è peste varia...». In questa rete di divieti, di difficoltà inesistenti e di false divinità da rispettare, da evitare, da non offendere il giovane geniale smarrisce il suo vero istinto propulsore e deprime il suo coraggio orgoglioso. Tutte le sue forze rimangono contratte allo stato di angoscia dolorosa davanti alla strada lunghissima, senza conforto né aiuto. Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il suo spirito alla paura e al pedantismo. Egli trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di mediocrità, l'odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i moralismi pretini, la goffa lotta fra l'avarizia taccagna e l'ansia del lusso provinciale, l'affettuosità morbosa accaparrante e soffocante della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però suo dovere stroncare il figlio a ogni costo in tutto ciò che può sognare, desiderare, volere. Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa, violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare, deputato, ecc.: egli non sa esattamente. Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno a sé, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche, per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di questa sua forza. Egli ha invece intorno a sé degli alti pessimismi neri, delle negazioni massicce; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in tasca. Se coraggiosissimo, rivoltosissimo, egli riesce a spaccare e rovesciare tutti i divieti, la miseria assoluta, ultimo laccio invincibile, lo trattiene e lo inchioda nell'assoluta impossibilità di staccarsi e di osare. Questi fallimenti di gioventù geniali sono numerosissimi e tipici in certe province d'Italia come la Toscana, che pur essendo indiscutibilmente le più intelligenti sono purtroppo le meno fattive e le meno utili nello sviluppo nazionale. Firenze è piena di giovani d'ingegno inoperosi e smarriti che sciorinano sotto i soli elettrici dei caffè dei meravigliosi tessuti di pensiero e di lirismo senza speranza di essere mai valutati, considerati, utilizzati. Scrivere? A che pro? Dov'è l'editore? Certo non pagherà, anzi vorrà essere pagato. Nei giornali? Il direttore è stato prescelto fra i quattro o cinque autentici cretini della città. Ostruzionismo, dunque meglio abbandonare spiralicamente il proprio canto malinconico nell'antico chiaro di luna che ripatina Lungarno e il Ponte Vecchio o godersi una “bambina” alle Cascine che offre camere ammobiliate a buon mercato assoluto. Ho conosciuto innumerevoli giovani geniali a Firenze, in Toscana, a Napoli e in Sicilia. Quasi tutti esasperati; il cuore già chiuso da un sordo rancore contro la società, molti avvelenati da una precocissima invidia che sporca la fonte chiara dell'ispirazione genuina e dell'entusiasmo giocondo, creatore. È talvolta difficilissimo conoscerli, apprezzarli, incoraggiarli. Poiché invece di abbracciare spiritualmente l'Italia come una vasta massa malleabile da plasmare essi la considerano come un reticolato idiota di soprusi, di camorre, di autorità scroccate, di divieti imbecilli. E hanno ragione. Dovunque, l'ingegno è svalutato, deriso, imprigionato. Incoronato soltanto e festeggiato il mediocre opportunista o l'ex genio ormai rammollito. Il Futurismo scoprì, svegliò, rianimò, radunò molti di questi giovani geniali, i migliori, senza dubbio. Ma non tutti certamente. Nella vasta rivoluzione di serate burrascose che si propagò su tutta la Penisola, il Futurismo entrò in contatto con quasi tutti ma occorre un più sistematico intervento delle forze del paese per salvare, riaccendere e utilizzare tutto il vasto proletariato dei geniali. Propongo che in ogni città sia costruito uno o più Palazzi che avranno una denominazione sul genere di questa: «Mostra libera dell'Ingegno creatore».
Contro il diritto di successione La legislazione democratica nello stringere e diminuire continuamente i diritti di successione è stata sempre frenata da questa obbiezione: Se voi vietate al padre di accumulare il denaro per il figlio togliete il principale incitamento al suo sforzo di lavoro. Il ragionamento non regge. È basato su un'assurda morale altruistica e cristiana che abolendo la gioia di vivere e il culto della propria vita proietta tutte le energie in un'altra vita e in un altro essere. Il padre nell'attuale concezione moralistica della famiglia passatista abolisce rapidamente il suo programma personale di godimento fisico e intellettuale e considera la sua vita come una serie di sforzi accaniti per conquistare una somma di denaro che annulli ogni necessità di sforzo e di lotta per suo figlio. Ogni giorno segna una rinuncia. Il suo lavoro invece di trasformarsi in quella sana allegria fisica e spirituale che raddoppierebbe la sua potenza nervosa e creatrice è un lavoro tetro nel buio di una piccola idea cocciuta e vile: mio figlio non lavorerà. Ora io domando perché mai questo figlio non deve lavorare? Perché mai deve essere privato della ragione essenziale del suo organismo vitale: lottare, vincere, superare, produrre? Ogni uomo deve partire nella vita coi soli privilegi della sua forza naturale, perché possa manifestarsi pienamente dando il suo massimo rendimento con un massimo di sforzi e godendo integralmente i frutti personalmente conquistati. Piena responsabilità nella vita, coscienza lucida di tutti gli ostacoli, eroismo continuo e continuo adeguato godimento della vita senza altruismi bestiali. Vi sono dei padri che avendo lavorato per tutta la vita accumulando denaro per i figli, pretendono che i figli facciano lo stesso, accumulando essi pure in un'ossessione di montagne d'oro che tutti devono aumentare e nessuno godere. Qui la condizione passatista diventa di un ineffabile misticismo cretino. Sintesi della concezione marxista
Sintesi della concezione di Mazzini sulla proprietà e la sua trasformazione La proprietà come è oggi costituita manca di qualsiasi titolo di giustificazione. Il valore di ogni proprietà è un prodotto sociale. Il possesso deve essere legittimato da una sociale utilità. La legittima proprietà di ogni bene non può spettare che alla collettività. Il lavoro deve con la libera associazione diventare padrone del suolo e dei capitali d’Italia. Il lavoratore non deve passare dal salario del privato a quello dello Stato (collettivismo), ma dello Stato deve servirsi per elaborare il nuovo ordinamento economico che lo libererà dallo sfruttamento. Dobbiamo spingere lo Stato a riconoscere il carattere e la funzione sociale della Proprietà e quindi a intervenire per una sempre più giusta distribuzione di essa. Dobbiamo tendere alla nazionalizzazione delle terre, delle acque e del sottosuolo. Bisogna distinguere fra proprietà ed esercizio. Bisogna sottrarre la proprietà all'arbitrio individuale. Ma non affidarne l'esercizio allo Stato. Lo Stato deve affermare in nome della collettività il diritto sociale della proprietà. L'esercizio deve essere affidato agli individui, gruppi, associazioni. Quando lo Stato avrà accettato il principio che il valore e la funzione della proprietà sono sociali bisognerà disporre perché ogni terra dia il suo massimo rendimento e perché ogni braccio trovi occupazione adeguata. Far passare le terre incolte dei latifondi e di tutti i terreni che non rendono dalle mani degli attuali detentori a quelle dei lavoratori in enfiteusi o gruppo di affittanze collettive. Il passaggio può farsi mediante esproprio o automaticamente; molto meglio con l'abolizione del diritto di successione. |
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