marinetti filippo tommaso

L'Uomo Nuovo

(a cura di Benedetto Brugia)


1. - Benito Mussolini

2. - Come nacque il Fascismo

3. - La battaglia del 15 aprile 1919

1. - Benito Mussolini

Vittorio Veneto e l'avvento del Fascismo al potere costituiscono la realizzazione del programma minimo futurista lanciato (con un programma massimo non ancora raggiunto) 14 anni or sono da un gruppo di giovani audaci che si opposero con argomenti persuasivi all'intera Nazione avvilita da un senilismo e da un mediocrismo paurosi dello straniero. Questo programma minimo propugnava l'orgoglio italiano, la fiducia illimitata nell'avvenire degli italiani, la distruzione dell'impero austro-ungarico, l'eroismo quotidiano, l'amore del pericolo, la violenza riabilitata come argomento decisivo, la glorificazione della guerra, sola igiene del mondo, la religione della velocità, della novità, dell'ottimismo e dell'originalità, l'avvento dei giovani al potere contro lo spirito parlamentare, burocratico, accademico e pessimista. La nostra influenza in Italia e nel mondo è stata ed è enorme. Il Futurismo italiano, tipicamente patriottico, che ha generato innumerevoli Futurismi esteri, non ha nulla a che fare coi loro atteggiamenti politici, come quello bolscevico del Futurismo russo divenuto arte di Stato. Il Futurismo è un movimento schiettamente artistico e ideologico. Interviene nelle lotte politiche soltanto nelle ore di grave pericolo per la Nazione. Fummo primi fra i primi interventisti; in carcere per interventismo a Milano durante la Battaglia della Marna; in carcere con Mussolini per interventismo a Roma il 12 aprile 1915; in carcere con Mussolini nel 1919 a Milano per attentato fascista alla sicurezza dello Stato e organizzazione di bande armate. Abbiamo creato le prime associazioni degli Arditi e molti tra i primi Fasci di combattimento. Divinatori e lontani preparatori della grande Italia d'oggi, noi futuristi siamo lieti di salutare nel non ancora quarantenne Presidente del Consiglio un meraviglioso temperamento futurista. Ho vissuto con Mussolini giorni tragici, certamente rivelatori. Posso scolpirne la tipica ed eccezionale figura. Mussolini è un formidabile temperamento futurista, non un ideologo. Se fosse un ideologo sarebbe incatenato dalle idee. Egli è invece libero, scatenatissimo. Fu socialista e internazionalista, ma soltanto in teoria. Rivoluzionario sì, ma pacifista mai. Doveva necessariamente finire coll'obbedire al suo patriottismo speciale, che io chiamo fisiologico. Patriottismo fisiologico, poiché fisicamente egli è costruito all'italiana, squadrato, scolpito dalle asprezze rocciose della nostra penisola. Labbra sprezzanti, prominenti, per spavalderia, aggressività che sputano su tutto ciò che è vano, lento, ingombrante, inutile. Testa massiccia, ma occhi ultradinamici che gareggiano con la velocità delle automobili nelle pianure lombarde. La bombetta rincalcata giù sugli occhi come le nuvole nere che pesano sul buio intenso dei burroni appenninici. Il bavero del cappotto sempre alzato per un istintivo camuffamento di complotto romagnolo.

Il bastone nella tasca, come una spada pronta. Piegato a gomiti larghi sullo scrittoio, le braccia pronte come leve per balzare al di là, sullo scocciatore o il nemico. Oscillazione continua del suo corpo agile da destra a sinistra, da sinistra a destra, per sgombrare le cose vane.

La testa quadrata, nuovo proiettile o scatola piena di buon esplosivo, o semplicemente cubica volontà di Stato, testa pronta a colpire nel petto come un toro.

Oratore futurista che sfronda, incide, trapana, strangola l'argomento avversario, taglia metodicamente tutti gl'intrichi delle obiezioni, fende la folla come un mas, come un siluro.

Sorridendo come un bambino contava e ricontava i 20 colpi del suo enorme revolver nello sgabuzzino direzionale di via Paolo da Cannobio. Cercava le belle rose patriottiche fra i reticolati spinosi, e accarezzava sportivamente i cavalli di frisia che ingombravano il cortiletto della redazione del Popolo d’Italia assediata nel 1919.

Da futurista, Mussolini ha parlato così ai giornalisti esteri: «Noi siamo un popolo giovane che vuole e deve creare e rifiuta d’essere un Sindacato di albergatori e di guardiani di museo. Il nostro passato artistico è ammirevole. Ma, quanto a me, sarò entrato tutt’al più due volte in un museo».

Recentemente Mussolini ha pronunciato questo discorso tipicamente futurista: «Il Governo che ho l’onore di  presiedere è Governo di velocità, nel senso che noi abbreviamo tutto ciò che significa ristagno nella vita nazionale. Una volta la burocrazia si addormentava sulle pratiche emarginate. Oggi tutto deve procedere con la massima rapidità. Se tutti procederemo con questo ritmo di forza e di volontà e di allegrezza, supereremo la crisi, la quale, del resto, è già in parte superata. Io sono lieto di vedere  il risveglio anche di questa Roma che offre lo spettacolo di officine come questa. Io affermo che Roma può diventare centro industriale. I romani devono essere i primi a disdegnare di vivere soltanto sulle loro memorie. Il Colosseo, il Foro romano sono glorie del passato: ma noi dobbiamo costruire le glorie del presente e del domani. Noi siamo la generazione dei costruttori che col lavoro e con la disciplina del braccio e intellettuale vogliono raggiungere il punto estremo, la meta agognata della grandezza della Nazione di domani, la quale sarà la Nazione di tutti i  produttori e non dei parassiti».

Queste dichiarazioni di Mussolini completano il ritratto.

2. - Come nacque il Fascismo

Il Fascismo nacque realmente subito dopo Vittorio Veneto. L'antica forte minoranza che aveva voluta e imposta la guerra era formata da elementi politici diversissimi: cioè, ex socialisti, repubblicani, giovani monarchici, artisti futuristi, sindacalisti, anarchici, rivoluzionari di ogni genere. Questa minoranza si ricompose e si rinvigorì dopo la vittoria, per difendere l'esercito vittorioso e la vittoria stessa contro il contrattacco scatenato dai socialisti. Questi, inferociti dal non aver potuto impedire la guerra e dal vederla realizzata gloriosamente, vollero sfruttare a scopi elettorali tutte le inevitabili delusioni e tutti i disagi del dopo-guerra. Scatenarono perciò nel Paese una campagna accanita contro gli interventisti, accusandoli di tutti i guai che l'Italia attraversava. Questa campagna, favorita dalle ambizioni demagogiche di Nitti, giunse a tale grado d'impudenza da rendere veramente difficile e indecorosa la vita dei combattenti, dei medagliati, dei mutilati e dei volontari in genere. Venne quasi proibita qualsiasi celebrazione della Vittoria. Intanto si sviluppava in Italia una scioperomania tremenda che annientava a poco a poco le migliori industrie. Continue minacce di rivoluzione e imposizione continua di salari eccessivi. Contro tutto ciò, combatteva accanitamente il Fascismo con i suoi Fasci di combattimento capeggiati da Mussolini. A fianco del Fascismo, lottavano allora i Futuristi Marinetti, Mario Carli, il capitano degli Arditi Ferruccio Vecchi. Questi uomini politici improvvisati erano essenzialmente rivoluzionari ma volevano imporre una rivoluzione patriottica di combattenti. E perciò si opposero a revolverate, nella piazza del Duomo di Milano, il 15 aprile 1919, al primo tentativo insurrezionale dei socialisti.

L'11 settembre, Gabriele d'Annunzio prende Fiume. Fra i legionari primeggiano Futuristi e Fascisti. Ma l'impresa d'annunziana non sbocca, come doveva, in una grande rivoluzione italiana. Le forze fasciste sono ancora esigue. I socialisti e i nittiani sono ancora strapotenti. Cosicché Marinetti e Ferruccio Vecchi, alla testa dei Fascisti Milanesi, dovettero imporre, a novembre, una festa di Vittorio Veneto a scartamento ridotto, e difenderla contro gli assalti socialisti.

Il 20 novembre, i Fascisti parteciparono per la prima volta alle elezioni, con una lista così composta: Mussolini, creatore del Fascismo; Marinetti, creatore del Futurismo; Podrecca, iniziatore dell'anticlericalismo italiano; l'illustre direttore d'orchestra Toscanini; il Futurista Bolzon; il Futurista aviatore Macchi; alcuni repubblicani e sindacalisti interventisti; alcuni anarchici.

Questa lista di precursori audaci fu battuta dai socialisti e dai nittiani, che ottennero l'arresto di Mussolini, Marinetti, Vecchi e di 15 Arditi, che rimasero per 21 giorni in prigione a San Vittore, accusati di attentato alla sicurezza dello Stato e di organizzazione di bande armate.

Il 29 maggio 1920, Marinetti e alcuni capi Futuristi escono dai Fasci di combattimento, non avendo potuto imporre alla maggioranza fascista la loro tendenza antimonarchica e anticlericale.

Molti Futuristi continuano a lottare nelle file fasciste, fra i quali Italo Balbo, Bottai, Bolzon, Steiner, Masnata, Castelli.

3. - La battaglia del 15 aprile 1919

Il 15 aprile 1919 rimarrà memorabile nella storia d'Italia. Era preannunciata una formidabile offensiva bolscevica per sbaragliare le nostre forze esigue e impadronirsi insurrezionalmente di Milano. Avevamo deciso, il 14 sera, con Mussolini, nella stanza direzionale del “Popolo d’Italia”, di non fare alcuna controdimostrazione. Nondimeno, Arditi, Futuristi e Fascisti apparvero in piazza del Duomo e in Galleria verso le due pomeridiane a piccoli gruppi, pronti e armati di rivoltella. Intanto si svolgeva all'Arena un comizio di trentamila sovversivi decisi all'insurrezione. L'Autorità, con relativa polizia e truppe, era assente o quasi. Con Ferruccio Vecchi e il poeta futurista Pinna, tenente di artiglieria, entrai nella pasticceria della Galleria, subito seguito da altri Futuristi, Arditi e Fascisti ansiosi di agire. Ero calmissimo, freddo, ma convinto che occorreva affrontare la lotta a ogni costo. I gruppi si riunirono, si formò un piccolo corteo. Questo si ingrossò. Lo diressi, con Ferruccio Vecchi, verso il Politecnico. Appena fummo giunti al portone di questo istituto, si rovesciò fuori una massa di studenti, tutti ufficiali (circa 300), che, arringati e incolonnati, marciarono, evitando i cordoni di fanteria, per il Naviglio, corso Venezia, via Agnello, piazza della Scala. Il numero e il furore bellicoso della colonna aumentarono. Il cordone di fanti che chiudeva la Galleria fu travolto. Camminavo in testa, con Vecchi, Pinna, Cesare Rossi. Ero sicuro ormai dell'urto inevitabile e decisivo; volevo aumentare la potenza della colonna e perciò invitavo brutalmente i passanti a seguirci. Questi applaudivano e io li chiamavo con tale irruenza, che alcuni, intimoriti dai miei occhi feroci, scapparono a gambe levate. La colonna avvolse il monumento di Vittorio Emanuele, lo coperse, lo impolpò di corpi agitati e di braccia gesticolanti. Alcuni discorsi inutili, rivolti alla facciata del Duomo, mentre tutte le facce erano rivolte all'imboccatura di piazza Mercanti e relativo cordone di carabinieri e fanteria. Dalla groppa di un leone del monumento, sorvegliavo. Giunge un Ardito trafelato. Sentiamo la cantilena di Bandiera rossa che si avvicina. Appare la testa della colonna bolscevica.

Come una grande alzata di frutta si rovescia sulla tavola, così il monumento di Vittorio Emanuele si svuota, e ci slanciamo tutti a passo di corsa verso il cordone di carabinieri dietro al quale s'avanza con passo ritmato la colonna nemica, preceduta dagli anarchici, fiori rossi all'occhiello, tre donne in camicetta rossa, due ragazzi con nelle mani alzate il ritratto di Lenin. Un randello vola al disopra dei carabinieri e mi cade ai piedi. È il segnale. Un colpo di rivoltella, due, tre, venti, trenta, sassi, randelli volanti e randellate precise. A noi, a noi, Arditi! Il cordone dei carabinieri si divide, scompare. Noi avanziamo, randellando e revolverando. Due corpi cadono; un mio amico è ferito alla mano, vicino a me. Noi, tutti in piedi, spariamo. Poi, di slancio, a passo di corsa, contro i nemici. 

Si sbandano; molti, presi dal terrore, si appiattiscono a terra tra gradinata e gradinata della loggia di destra. Cazzotto un giovane socialista che cade e al quale urlo, afferrandolo pel collo: «Grida almeno viva Serrati! e non viva Lenin! imbecille!». Il mio avversario stupitissimo non capì, forse non capirà mai, questa mia lezione di politica europea inculcata coi pugni.

La nostra colonna vittoriosamente insegue i nemici, sbandandoli, ed essi rispondono a revolverate dai portoni e dal monumento a Parini. Le revolverate, che ormai hanno un crepitare continuo di fucileria, fanno echeggiare via Dante. Ci fermiamo davanti al Teatro Eden, vittoriosi.

La battaglia è durata un'ora.

Ricomponiamo la nostra colonna, che, mezz'ora dopo, travolgendo altri cordoni di truppe, giunge in via San Damiano, assalta e incendia la redazione dell'Avanti!, ne defenestra i mobili, ma non vi trova il direttore Serrati, come sempre assente e lontano dalla lotta. Fra i primi entrati nelle sale dell'Avanti!, il Futurista Pinna ebbe la mano ferita da una revolverata. Molti altri feriti, ma la colonna, ormai padrona di Milano riconquistata, ritorna in piazza del Duomo, ritmando la sua marcia col grido: l'“Avanti!” non è più! e portando in testa l'insegna di legno del giornale incendiato, che fu donata a Mussolini, nella redazione del Popolo d'Italia.

L'indomani, sui muri di Milano, appariva il seguente manifesto:

«Italiani!

«Nella giornata del 15 aprile avevamo assolutamente deciso, con Mussolini, di non fare alcuna controdimostrazione, poiché prevedevamo il conflitto e abbiamo orrore di versare sangue italiano. La nostra controdimostrazione si formò spontanea per invincibile volontà popolare.

«Fummo costretti a reagire contro la provocazione premeditata degli imboscati che si rimpinzano ancora d'oro tedesco, sfruttando l'ingenuità delle masse a solo vantaggio della Germania.

«Non intendiamo, col nostro intervento, né di rinsaldare, né di scusare tutto ciò che è fradicio, corrotto e  morituro in Italia.

«Col nostro intervento, intendiamo di affermare il diritto assoluto dei quattro milioni di combattenti vittoriosi, che soli devono dirigere e dirigeranno a ogni costo la nuova Italia.

«Non provocheremo, ma se saremo provocati aggiungeremo qualche mese ai nostri quattro anni di guerra, per annientare la baldanzosa delinquenza di quei gloriosi imboscati e prezzolati che non hanno il diritto di fare la rivoluzione.

«Risponderemo senza carabinieri, né questurini, né pompieri, e senza il concorso delle truppe, le quali assisteranno allo spettacolo persuadendosi sempre più che gli scioperi dell'Avanti! sono la sola causa dei ritardi della smobilitazione».

FERRUCCIO VECCHI

dell'Associazione degli Arditi

e dei Fasci di Combattimento

FILIPPO TOMMASO MARINETTI

dei Fasci politici Futuristi

e dei Fasci di Combattimento

Milano, 16 aprile 1919

Michele Bianchi, segretario del Fascio milanese, telegrafava l'annunzio vittorioso a Mario Carli, così: «Tentativo bolscevico definitivamente fallito, Milano italiana addimostratasi altezza situazione».

Giungeva, il 16 aprile, a Milano, il generale Caviglia, mi chiamava all'Hôtel Continental, dove, con Ferruccio Vecchi, gli esposi la situazione.

Il vincitore di Vittorio Veneto, con la sua pronta intuizione, mi dichiarò: — La vostra battaglia di ieri in piazza Mercanti fu, secondo me, decisiva.

Infatti Milano mutò completamente da quel giorno. La tracotanza bolscevica non era morta, ma colpita mortalmente. Osò a Bologna, non a Milano. L'insurrezione famosa del Palazzo comunale fu vinta per la seconda volta da Fascisti, Futuristi, e Arditi. Vi si distinse, con Arpinati e Nino Zanetti, il futurista Leone Castelli, uno dei fondatori del Fascio Fiumano e del giornale L’assalto di Bologna.

L'Emilia e la Romagna furono travolte dal Fascismo, mentre si svolgeva l'impresa dannunziana di Fiume, che non ebbe, come doveva, il suo naturale prolungamento nella marcia su Roma.

Da Roma Futurista alla Testa di Ferro, il nostro gruppo Futurista-Ardito-Fascista non diede mai tregua agli anti-italiani.


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