brugia benedetto

Convegno dei Gruppi futuristi “Filippo Tommaso Marinetti”


Saluto affettuosamente tutti i partecipanti a questa riunione, cercando assieme di verificare la linea politico-culturale del nostro organo ufficiale L’Assalto. Ritengo che stiamo vivendo un particolare ruolo associativo e partecipativo, quali interpreti e spettatori di un'opera teatrale che coinvolge attori e pubblico in un unico insieme nel tentativo di realizzare, attraverso il nostro pensiero, la rivoluzione culturale futurista. Spesso mi domando e cerco di analizzare i contenuti del nostro bollettino interno, che realizziamo con notevoli sforzi finanziari, e se è la rappresentazione del pensiero politico e culturale di Filippo Tommaso Marinetti, se è l'interpretazione del pensiero di Balla, Boccioni, Pratella, Russolo, Sironi, Depero, Papini e se è il punto d'incontro del pensiero mussoliniano. Tutto come era nelle nostre prospettive iniziali quando abbiamo fondato i raggruppamenti politici culturali dedicati all'inventore della teoria futurista. Ricordo bene che, quando siglammo il documento di fondazione, il camerata Raffaello Guidi mi disse: «Dire futurismo è come dire fascismo». Risposi: «Certo, ma dire futurismo ci assumiamo una grossa responsabilità morale, perché dire futurismo significa costruire culturalmente il fascismo». Raffaello Guidi rimase molto soddisfatto. Purtroppo l'abbiamo perso. Al di là di tutto, non so, e spesso permangono in me grossi dubbi se il professor Guidi avesse portato fino in fondo e fino alle estreme conseguenze un discorso futurista. Ritengo che era troppo legato al mondo cattolico per potersi distaccare da quella società cattolica borghese, mettendosi in contrapposizione e in contestazione al suo ambiente con quello che tentava di costruire il futurismo. Nelle mie prese di posizione sono stato critico verso tutto quel mondo, tanto che il direttore de L’Assalto mi ha detto più volte che, se fosse vissuto ancora il Guidi, avrei avuto degli scontri. La politica è fatta così. Sì, è fatta così perché la politica è discussione, critica e qualche volta compromessi, se non vengono sconvolte le premesse. Figuriamoci che cosa può voler dire costruire culturalmente il mondo futurista, vivendo una vita futurista: “barattare il vecchio per il nuovo”. La cosa più difficile con cui ci veniamo a scontrare è quell'ambiente costituito da uomini che ci propongono il nuovo che noi futuristi riteniamo vecchio. Per spiegarmi meglio: questi ultimi cinquant'anni non rappresentano altro che il liberalismo pre-fascista che ha negato la rivoluzione fascista, facendo degli italiani un popolo di vigliacchi e opportunisti.

Secondo me, la partenza da un punto di vista politico culturale a ogni discorso è il 12 dicembre 1944, giorno del discorso programmatico, testamentario e futurista di Benito Mussolini al Teatro Lirico di Milano; e, in chiave rivoluzionaria, è il 29 aprile 1945, quando gli eroi della rivoluzione fascista e futurista venivano appesi a testa in giù in quella brutta piazza di Milano. Piazzale Loreto è stato l'epilogo, il dramma e la consapevolezza della rivoluzione culturale, fermata dalla forza preponderante delle armi nemiche, aiutate da loschi traditori e affaristi a danno della Nazione. La rivoluzione di un popolo non si ferma con le armi.

Tutti noi, chi più, chi meno, abbiamo un passato politico. E ricordo che, solo qualche anno addietro, parlare di queste cose era pericoloso per la nostra vita (io personalmente con la mia famiglia ho subìto cose gravissime). Senza contare le emarginazioni che tutti noi abbiamo subìto in tutti i campi della vita sociale. Noi abbiamo avuto il coraggio di fondare giornali e fare proselitismo, incuranti dei pericoli e delle violenze subite. Per ultimo, abbiamo avuto il coraggio di creare i Gruppi futuristi politico-culturali “F. T. Marinetti”, con il suo organo ufficiale L’Assalto, cercando di determinare un ruolo di primo piano.

Questo gruppo mi ha permesso di entrare nella Milano della cultura, nella Milano della poesia, coinvolgendo poeti, pittori e lavoratori, provocando in essi sempre più curiosità, tanto da sentirmi sollecitare il nostro giornale sempre con maggiore insistenza, invitandomi di farmi portavoce presso la direzione per costruire un organo di diffusione sempre più marinettiano e futurista e meno reazionario e passatista.

Noi dobbiamo migliorare, dobbiamo scrollarci di dosso la lebbra del liberismo, la lebbra del pietismo, della compassione cristiana quale filosofia di vita o la lebbra di messaggi marxisti che involontariamente abbiamo acquisito nel nostro inconscio. Noi futuristi siamo culturalmente fascisti. Fascista non vuol dire essere rinunciatario di valori, ma vuole dire non essere né di destra, né di sinistra, né tanto meno di centro. Fascismo è corporativismo partecipativo, abnegazione completa alla Nazione, dando tutto senza aspettarci nulla in cambio. Ritengo assurdo fare divisioni tra fascisti di destra e fascisti di sinistra.

Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito comunista italiano nel 1921, scriveva nel 1936: «Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non più soltanto una dottrina, è un Ordine Nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della  giustizia sociale». Bombacci partecipa in prima persona, assumendosi tutte le responsabilità durante la Repubblica sociale italiana, tanto da diventare uno dei più fedeli confidenti e consiglieri sindacali di Benito Mussolini, portandosi quasi quotidianamente nella residenza di Mussolini per discutere con il Duce sulla realizzazione e l'applicazione della socializzazione. Lo vediamo impegnato in comizi pieni di passione, lo vediamo in importanti riunioni con gli operai di Genova e in tutta la valle del Po sotto le insegne della Repubblica sociale italiana. Non solo, dal lago di Garda segue Mussolini a Milano, ha la possibilità di salvarsi scappando, ma preferisce salire nella stessa auto di Mussolini diretta verso la Valtellina dove sarà fucilato a Dongo assieme a Pavolini, Mezzasoma, Barracu, Casalinovo e tutti gli altri gerarchi. I loro corpi senza vita verranno successivamente caricati su un camion assieme a quelli di Mussolini e della Petacci, per essere scaricati in piazzale Loreto e appesi a testa in giù. Molta gente domanderà chi fosse l'uomo con la barba.

Così moriva Nicola Bombacci, che era passato dal socialismo al fascismo, una maturazione intellettuale accettata, compresa e molto desiderata dallo stesso Mussolini, fondatore del fascismo. Il suo corpo riposa al cimitero Maggiore di Milano, nel campo che in quel periodo lugubre veniva chiamato “il cimitero dei criminali di guerra”, dove riposano gli eroi caduti per la difesa e l'onore d'Italia sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. La sua fossa è vicina a quella di Alessandro Pavolini, a quella della medaglia d'oro e cieco di guerra Carlo Borsani, assassinato vilmente a 27 anni in piazzale Susa a Milano durante i giorni della vergogna. Dai nomi più famosi a tanti giovani ignoti. Qui riposano i resti di Nicola Bombacci. Oggi lo chiamano “campo 10”, il campo del caduti della Repubblica sociale italiana e fortunatamente non più “il cimitero dei criminali di guerra”.

Berto Ricci, eretico fascista, che susciterà un grande interesse da parte di Leo Longanesi, da parte del traditore, condannato a morte in contumacia, Giuseppe Bottai, di Julius Evola e protetto a oltranza dal fondatore del fascismo Benito Mussolini. Ricci fece del fascismo la sua battaglia anticapitalista e antiborghese, poeta e guerriero che credeva profondamente nella rivoluzione culturale fascista permanente. Sì, eretico, eretico fascista, che credeva nell'universalità della rivoluzione fascista. Berto Ricci, che da giovanissimo aveva avuto simpatie anarchiche, si avvicinò al socialismo come fu per tanti altri fascisti e aderì con piena coscienza al fascismo nel 1927, collaborando a diverse riviste di regime, partecipando alla guerra per la conquista dell'Impero. Partito volontario con il grado di capitano allo scoppio della seconda guerra mondiale, morì in Africa settentrionale colpito da una raffica di mitragliatrice dell'aviazione inglese. Intelligente, colto, critico, eretico fascista: un grande italiano. Altro che anarco-comunista.

Noi siamo la parte più impegnata del fascismo, e proprio per questo dobbiamo evitare di essere schizzinosi verso coloro che con molto slancio, coraggio e sacrificio, mancando personaggi impegnati, cercano di creare gruppi e gruppuscoli che spesso e volentieri si addentrano in discorsi contraddittori che sicuramente danneggiano il nostro mondo e la nostra visione politica. Con questo non disprezzo le persone che hanno coraggio di esprimere le proprie opinioni in una società così poco tollerante.

Se eretico era Berto Ricci, se comunista era Nicola Bombacci, dovremo mettere all'indice Gabriele d'Annunzio con la sua “Carta del Carnaro”, scritta assieme e suggerita dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, che rimane la più viva e rivoluzionaria Carta costituzionale. Dal primo articolo all'ultimo, è un inno alla vita, un inno all'uomo, un inno al lavoro e un inno all'arte con una predilezione alla musica, quale maggiore espressione della spiritualizzazione della materia. Dovremo mettere all'indice D'Annunzio per il suo atteggiamento critico nei confronti del regime, tanto da scrivere a Mussolini nel 1929 dopo la firma dei Patti lateranensi: «Caro Benito, non sono d’accordo con questi patti. Tu hai fatto la parte del cristianissimo e Pio XI la parte del mercante - Tuo affezionatissimo G. d'Annunzio». O forse dovremo metterlo all'indice per aver sperperato diciassette miliardi dello Stato, tanto che Mussolini era in forte imbarazzo.

Allora, perché non bollare l'apostolo del lavoro, il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, con i suoi scritti giovanili “antimilitaristi” tanto da fondare il giornale Rompete le righe? Quanti giovani dell'epoca hanno avuto processi di maturazione e di evoluzione politica?

Per ritornare alla “Carta del Carnaro”, così vicina alla filosofia del Gentile che rende la filosofia concreta come lo Stato che, attraverso un'eterna autocritica, non si dissolve e la sua vita la acquisisce attraverso la rivoluzione continua. Gentile, anche se su posizioni diverse da Berto Ricci, ha preso posizione chiara e inequivocabile in tutte le grandi ore della Patria. Chi non ha letto il programma fascista del 1919? Un programma rivoluzionario.

Nel nostro panorama, la questione più deprimente è che ci sono personaggi che vorrebbero creare un fascismo a sua immagine e a proprio  uso e consumo. Questo deve essere impedito a ogni costo. Il fascismo era la destra ideale, in quanto esprimeva lo stato etico e nazionale, e socialmente poteva spaziare liberamente in quanto si offriva al popolo.

Mussolini, durante la Repubblica sociale italiana, spesso si metteva contro le forze reazionarie, aveva un difficile rapporto con i tedeschi. Mussolini è furioso per le rappresaglie tedesche. Si sfoga dicendo: «Credono di trattare gli italiani come i polacchi. Devono smetterla di fucilare dieci italiani per ogni tedesco ucciso». Il Duce detesta l'ambasciatore tedesco Rahn e dirà nel febbraio 1944: «Siamo un pugno di liberti, comandati a governare un popolo di schiavi». Mussolini si ribella a tante disposizioni, tanto da essere amico di Carlo Silvestri, quel socialista che lo aveva accusato pubblicamente del delitto Matteotti nel 1924, e, assieme alla medaglia d'oro Carlo Borsani, si riunivano a Gargnano per scrivere articoli “provocatori ed eretici”, obbligando il direttore del Corriere della Sera (che non saprà mai chi li scriveva) a pubblicarli attraverso un ordine del ministro della Cultura popolare Mezzasoma. Gli articoli venivano firmati “Giramondo”. Carlo Silvestri è morto a Milano nel 1955, non rinnegando mai la sua fede socialista e quando nacque la Repubblica sociale italiana s'era radicalmente ricreduto su Mussolini, tanto da diventarne amico e passare molto tempo con lui. “Giramondo” (si può tradurre Mussolini-Silvestri-Borsani) suscitava reazioni nei gerarchi più intransigenti della Repubblica.

Mentre da una parte troviamo Alessandro Pavolini, con tutte le sue giustificazioni, dall'altra troviamo il Duce, che dirà, dopo la tragica esecuzione dell'agosto 1944: «Temo che la rappresaglia dei tedeschi e il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo molto caro». Scrisse all'ambasciatore Rahn: «Le rappresaglie portano a risultati opposti a quelli voluti. Questa, poi, è avvenuta in modo convulso e senza alcun rispetto delle regole».

La Repubblica sociale italiana, con i suoi 18 punti di Verona, con le sue leggi del popolo per il popolo, con la socializzazione delle imprese e quell'articolo 3 che assicura «al soldato, al cittadino, al contribuente il diritto di controllo sugli atti della pubblica amministrazione», va a determinare in uno Stato corporativo il dovere compiuto di ogni cittadino. Il compito del fascismo è quello «di ostacolare il liberalismo e la lotta di classe» che si pone culturalmente in chiave materialistica.

Lenin scrive che «ogni ricerca di un bene spirituale o morale distoglierebbe il proletariato dalla pura rivendicazione dei beni materiali secondo la formula classica, che sarebbe per lui un oppio», tanto che Marx scrive: «Ogni legame religioso, ogni legame con la famiglia o la Patria, che rappresenti una stabilità qualsiasi, che porti il proletariato a legarsi a qualche cosa a non essere totalmente escluso, dovrà essere combattuta: il proletariato dovrà essere totalmente dedito alla coscienza rivoluzionaria». Scriverà Lenin: «La dittatura del proletariato è una lotta ostinata, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della società. La dittatura del proletariato è un dominio non limitato dalla legge, si regge solo sulla violenza».  

Ecco perché il futurismo è contro il liberalismo e contro la società massimalista. Il futurismo costruisce sulla genialità, sul rispetto della gente, sulle capacità creative dell'uomo e, per dirla in breve, prendo spunto da quanto sostiene Giordano Bruno Guerri: «Bisogna ammetterlo. Il fascismo, per gli italiani, è stato una grande religione di Stato». Lo Stato giusto, lo Stato della gente che produce in tutti i settori della vita, lo Stato dell'uomo per la moltitudine degli uomini.

Secondo il mio punto di vista, L’Assalto deve avere il coraggio di rompere una volta per tutte con il mondo cattolico cristiano, lanciarsi verso un mondo futurista per creare le basi più vicine a quella spiritualità e a quell'umanesimo del lavoro e costruire le basi per una scuola che prepari l'uomo a una vita più degna di essere vissuta.

Marinetti e gli altri futuristi, se fossero presenti, contesterebbero il loro mondo di ieri per costruire il mondo di oggi. Noi saremo chiamati “passatisti” in quanto viviamo di energia storica e di una rivoluzione non compiuta. Sul numero 10 de L’Assalto feci pubblicare un discorso agli studenti di Marinetti, che diceva fra l'altro: «Tutti i novatori s'incontrano sotto la bandiera del futurismo, perché il futurismo proclama la necessità di andare sempre avanti e perché propone la distruzione di tutti i ponti offerti dalla vigliaccheria». E, più avanti ancora: «Fra i nuovi futuristi che aumentano, alcuni sono mal convertiti e poco audaci. Altri, audacissimi, scavalcano le belle possibilità di domani per esplorare le affascinanti impossibilità di posdomani. Noi gridiamo a tutti: Avanti! Avanti! Avanti! Guai a chi ci ferma o indietreggi, per negare, discutere o sognare! Combattiamo ogni ideale futuro che possa troncare il nostro sforzo d’oggi e di domani! In Italia, anzitutto, poiché abbiamo coscienza delle nostre forze misurate sui confini geografici della nostra Patria. Il futurismo conquista il mondo attraverso un’Italia sempre più futurista».

Molto spesso mi domando perché chiamarci marinettiani quando rappresentiamo così poco il futurismo e molti aderenti vivono così poco una vita futurista, dimenticando troppo spesso cosa ha rappresentato il teorico del futurismo per la nostra amata Patria. Benito Mussolini, nel marzo 1943, in pieno Consiglio dei ministri, dichiarava: «Ora, io formalmente dichiaro che senza il futurismo non vi sarebbe stata la rivoluzione fascista». Perché oggi abbiamo paura di far conoscere, divulgare, far leggere, studiare e far studiare il pensiero vero di Marinetti? In quanto conosciamo le sue opere? Vorrei sapere: chi ha mai letto i Manifesti marinettiani, La guerra la sola igiene del mondo, Mafarka il futurista, La battaglia di Venezia? Chi ha mai letto Democrazia futurista, Al di là del comunismo, Futurismo e fascismo, I discorsi politici di Marinetti? Mi domando ancora: chi ha mai letto Marinetti e il futurismo o i testi creativi come “Zang Tum Tum”, il primo testo organico di parole in libertà, o “L’aeropoema del Golfo della Spezia” e tutte le altre opere marinettiane?

Perché non parlare e affrontare con serietà uno dei principali temi affrontati con coraggio da Marinetti: Contro il papato e la mentalità cattolica serbatoi di ogni passatismo? Affrontiamo anche il vero pensiero mussoliniano, costretto a firmare i Patti lateranensi nel 1929 (per motivi che ben conosciamo). Mussolini, il 22 agosto 1938, si esprimeva in questi termini: «Se il Papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che non si dica li faccio tornare anticlericali. Al Vaticano, sono uomini insensibili e mummificati. La fede religiosa è in ribasso; nessuno crede a un Dio che si occupa delle nostre miserie. Io disprezzerei un Dio che si occupasse delle vicende personali dell’agente di polizia fermo all'angolo del corso». Il 12 maggio 1940 il Duce si esprimeva in questi termini: «Il Papa è il cancro che rode la nostra vita nazionale. Intendo liquidare questo problema una volta per tutte».

Il mio discorso è una preposizione alla discussione, provocando l'assenso o il dissenso, inserito in una logica futurista, rifiutando la retorica passatista che non potrà dare nulla di buono in quanto alla gente non è sufficiente sentirsi ripetere i soliti discorsi partitocratici e antifascisti, oltretutto con un'ottica distorta. Oggi la gente pretende da noi delle risposte a certi quesiti:

1))

in uno Stato nazionale del lavoro qual è il rapporto tra finanza e produzione industriale?;

2))

oggi ha ancora senso parlare di Nazione in un serio confronto europeo?;

3))

il futurismo in quale rivoluzione industriale ci può condurre?;

4))

la scuola è stata volutamente distrutta e allontanata dalla realtà del Paese?;

5))

come creare e ricostruire la scuola del ventunesimo secolo?;

6))

l'arte, in una preposizione futurista, in che discussione si confronterà con il popolo e quale rapporto ci sarà tra popolo e arte?

I teorici del futurismo ci hanno insegnato a dare le risposte al popolo attraverso la provocazione e la partecipazione, attraverso il movimentismo, la velocità e la rivoluzione culturale. Per questo è indispensabile coraggio e arditismo intellettuale: liberare le coscienze dalla costrizione, dalle paure, dal tormento, dalle ansie, dalla penitenza e dalla santità; coscienze impoverite dal timore del fuoco eterno, dai dèmoni, inculcando in ogni essere la sottomissione, la castrazione e l'umiliazione attraverso la creazione dei sensi di colpa. Tutto questo rende molto al potere della Chiesa in combutta con il grande capitale. Liberiamo l'uomo secondo i dettami della natura, dando spazio alla sua genialità. Ogni atto da esso compiuto è stupefacente e creativo.

Benito Mussolini, parlando al Senato nell'agosto 1923, diceva fra l'altro: «Io vedo nascere sotto i miei occhi un’Italia gonfia di vita, che si prepara a darsi uno stile di serenità e di bellezza; un’Italia che non vive di rendita sul passato come un parassita, ma intende costruire con la propria forza, con il suo intimo travaglio, con il suo martirio e con la sua passione le sue fortune avvenire».

Allora, basta con i feticci di ogni genere. Lavoriamo per costruire uno Stato etico dove il lavoro sia partecipazione attiva e solidale nei confronti di ogni uomo. Allo Stato il compito di amalgamare, attraverso la giustezza delle leggi, le angustie tra uomo e uomo, costruendo giorno dopo giorno la coscienza del bene e del male.


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