marinetti filippo tommaso

Lo stile parolibero

(a cura di Benedetto Brugia)


Come definire “Gli Indomabili”? Romanzo d'avventura? poema simbolico? romanzo fantastico? fiaba? visione filosofico-sociale? — Nessuna di queste denominazioni può caratterizzarlo. È un libro parolibero. Nudo crudo sintetico. Simultaneo policromo polirumorista. Vasto violento dinamico.

Certo lo avevo nelle mie viene libere e nei miei liberi muscoli quando giocavo bambino nudo coi monelli negri nudi sulle dune roventi di Ramleh. Una tenda beduina bruna orlata di cani scheletrici stracci carogne immondizie. Silenzio rosso delle facce dei negri accovacciati intorno ad un fuoco aromatico. Crepitio. Spirale del fumo azzurro. Silenzio assoluto. Cristallo ansioso dell'aria. Il silenzio geme. Un flauto. Sogna forse di spremere la dolcezza della purissima sera verde.

Avevo certamente nelle vene “Gli Indomabili” durante il mio ultimo viaggio nell'Alto Egitto. Ma la concezione di questo poema parolibero mi assalì il cervello nel dormiveglia di un mattino di settembre, qualche giorno dopo aver compiuto “L'alcova d'acciaio”, ad Antignano. — Sulle officine livornesi occupate dagli operai garrivano bandiere rosse. Ma sembravano grigie sulla bianca scarlatta risata negra del mare ispiratore.

Le parole in libertà contano opere importantissime. Dopo le mie prime parole in libertà: “Battaglia Peso + Odore” (11 agosto 1912) e “Zang tumb tumb”, le Edizioni Futuriste di “Poesia” diffusero in Italia e nel mondo intero “Piedigrotta” di Francesco Cangiullo, “Ponti sull'Oceano” di Luciano Folgore, “L'Ellisse e la Spirale” di Paolo Buzzi, “Guerrapittura” di Carrà, “Rarefazioni e Parole in libertà” di Corrado Govoni, “Baionette” di Auro d'Alba, “Archi voltaici” di Volt, “Equatore notturno” di Francesco Meriano, “Firmamento” di Armando Mazza, “Les mots en liberté futuristes” di Marinetti.

Presso altri editori e in esposizioni, apparvero tavole parolibere di Balla, Boccioni, Buzzi, Cangiullo, Caprile, Carli, Carrozza, Cerati, Primo Conti, De Nardis, Depero, Folicaldi, Forti, Ginna, Guglielmino, Guizzidoro, Illari, Jamar 14, Jannelli, Leskovic, Mainardi, Marchesi, Masnata, Morpurgo, Nannetti, Nicastro, Olita, Pasqualino, Presenzini Mattioli, Rognoni, Sandro Sandri, Settimelli, Simonetti, Ardengo Soffici, Soggetti, Soldi, Steiner.

Il paroliberismo ha vinto, influenzando tutte le letterature. Le riviste estere d'avanguardia sono piene di parole in libertà.

Le parole in libertà orchestrano i colori, i rumori e i suoni, combinano i materiali delle lingue e dei dialetti, le formole aritmetiche e geometriche, i segni musicali, le parole vecchie, deformate o nuove, i gridi degli animali, delle belve e dei motori.

Le parole in libertà spaccano in due nettamente la storia del pensiero e della poesia umana, da Omero all'ultimo fiato lirico della terra.

Prima di noi gli uomini hanno sempre cantato come Omero, con la successione narrativa e il catalogo logico di fatti, immagini, idee. Fra i versi di Omero e quelli di Gabriele d'Annunzio non esiste differenza sostanziale.

Le nostre tavole parolibere, invece, ci distinguono finalmente da Omero, poiché non contengono più la successione narrativa, ma la poliespressione simultanea del mondo.

Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l'universo, una valutazione essenziale dell'universo come somma di forze in moto che s'intersecano al traguardo cosciente del nostro “io” creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione.

Campo di ricerche difficilissime, piene d'incertezze, lontane dal successo e dall'approvazione del pubblico. Tentativi eroici dello spirito che si proietta al di fuori di tutte le sue norme di logica e di comodità.

Dalle nostre parole in libertà nasce il nuovo stile italiano sintetico, veloce, simultaneo, incisivo, il nuovo stile liberato assolutamente da tutti i fronzoli e paludamenti classici, capace di esprimere integralmente la nostra anima di ultra-veloci vincitori di Vittorio Veneto.

Distruzione del periodo a scalini, drappeggi e festoni. Frasi brevi senza verbo. La punteggiatura impiegata soltanto per evitare l'equivoco. Alcune parole isolate fra due punti perché si trasformino in ambiente o atmosfera.

Offro al pubblico e agli eventuali polemizzatori alcuni saggi caratteristici di questo nuovo stile italiano. Incomincio da un brano di “Crepapelle”, volume di novelle grottesche di Luciano Folgore, che è anche il potente e ammirato poeta parolibero di “Ponti sull'Oceano”.

Terrazzino ad ovest: ponticello di ferro e lavagna per esplorare quel pezzo di mare dipinto sullo stoino del balcone di fronte.

Siamo all'ultimo piano. Scalini centoventinove. (Li piange e li conta ogni giorno la corpulenta padrona di casa, che mi mangia i semi di girasole, chiacchierando con le vicine ossute, affondate nel verde lattuga della veste da camera.)

Porto una catenella d'ottone verdognolo al piede sinistro e dal regoletto di legno che dondola sempre e mi fa dire di sì perfino alla cornacchia arrochita, mi ingegno a guardare di sbieco il mondo.

Il mondo veduto obliquamente è un'altra cosa. Singolare. Grottesco. Girato un po' su sé stesso. In posizione difficile. Nel timore continuo di perdere l'equilibrio.

Stralcio un brano da “Roma sotto la pioggia”, di Cangiullo, pubblicato nel 1916 sul “Piccolo Giornale d'Italia”:

E la stazione è lì per quelli che vanno in licenza: anche la visiera della sua tettoia gocciola...

Un treno reduce ulula in arrivo come una iena nera che ha divorato un campo nemico.

Fuori, sullo spiazzato, un automobile vola spruzzante.

Deserto piovano.

Deserto di piazze friggenti di pioggia.

L'obelisco dei 500, quello di Piazza del Popolo, la colonna di Piazza Colonna, ritti, impassibili, sentinelle pietrificate sotto la pioggia che scende in ascensore.

E piove fra le masse botaniche di Villa Borghese e sulle ninfe minerali di fontana Esedra che hanno il callo soltanto all'acqua...

Poi

una fattorina e un manovratore militarizzato

senza ombrello

uno

dietro

l'altra

rasente il muro

come 2 cani umani.

Un quarto alle 11.

Stralcio un brano, a caso, dal romanzo di Angelo Rognoni: “La veste che faceva frou-frou”:

Entrammo in un vicolo. Nero, putredine, umido, umido, muffa, sterpi, porte sgangherate, finestre scalcinate, bettole, cani sdraiati, puzzo di vino, olio, visi loschi di teppisti, calzoni sbottonati, bastoni nodosi, morra, camorra, tintinnìo di soldi, mele fradice, cavoli putridi, bavosità di lumache, luci arancione sfuggenti da porticine, da corridoi lunghi, da imposte socchiuse: “bassifondi”.

Entrammo in una casa bassa, in una camera rossa, tra un intrico di veli, di nudità, di specchi, di bagliori, di profumi acuti, di fumo di sigarette, di rossetto, di cipria.

Posso facilmente dimostrare come le parole in libertà futuriste non soltanto trionfino nella letteratura mondiale, ma abbiano influenzato anche il giornalismo.

Si trovano continuamente negli articoli narrativi e descrittivi dei brani di stile velocizzato, sintetico, essenziale, e talvolta delle vere parole in libertà coi relativi balzi di pensiero, di notazioni e simultaneità.

Citiamo a caso da un articolo di Fraccaroli nel “Corriere della Sera”, intitolato: “Frontiere”:

Alpi, valli, gallerie, (chiudere i finestrini, presto!), il Ticino che scroscia, paesetti con le case incappucciate, angolo acuto, pochissima neve sulle cime più alte, un vento di frescura, ferrovieri svizzeri che parlano in lombardo-ticinese a voi, in tedesco al vostro vicino col cranio rasato, in francese a quella signora in libertà.

Il treno fila.

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Ecco il lago dei Quattro Cantoni. Un vaporino bianco, il tramonto sfoglia violette sul lago, guizza pennellate rosse sulle montagne aride, paesi inghirlandati di fiori e di inscrizioni si aggruppano sulle rive; poi in fondo Lucerna che si veste di lucciole. Il treno si impingua di viaggiatori: compartimenti colmi, corridoi riboccanti. A Lucerna, straripamento di folla, giù e su. Il treno resta pienissimo. Due ore dopo, Basilea.

Balilla Pratella scrive nel “Popolo d'Italia”: «Le parole in libertà hanno ormai conquistato nella loro essenzialità i nostri maggiori uomini e scrittori: fra i quali Gabriele d'Annunzio, che nel suo recente “Notturno” se n'è servito genialmente da pari suo nelle prime centotrenta pagine e che a pagina 124, per esempio, ha saputo trovare effetti simili al notissimo “Vampe vampe vampe” della “Battaglia di Adrianopoli” di F. T. Marinetti».

Ecco il brano a cui allude Pratella:

Vòlti vòlti vòlti, tutte le passioni di tutti i vòlti, scorrono attraverso il mio occhio piagato, innumerabilmente, come la sabbia calda attraverso il pugno. Nessuno s'arresta. Ma li riconosco.

Giuseppe Lipparini scrive nel “Resto del Carlino”:

Ricordate la campagna marinettiana contro la sintassi e per le parole in libertà? Bisognava sciogliersi da tutte le regole, liberare la parola dalla schiavitù in cui la tenevano oppressa i vincoli della sintassi, uccidere il periodo, decomporre la proposizione. Bisognava sopprimere ogni idea di subordinazione ed esprimersi solamente per coordinate. E queste coordinate dovevano essere ridotte ai lor minimi termini, in modo da ridurle alla parola isolata e all'espressione pura. Così la parola, meravigliosa creatura viva, avrebbe riacquistato il suo splendore e si sarebbe liberata dal greve velo di nebbia e di tedio che le velava la faccia luminosa.

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E vi fu anche un beneficio, perché ne venne il gusto di un periodare più vario, più agile, più ricco di sorprese, più spezzato, non alla francese, come male si usava un tempo, ma secondo un concetto quasi plastico della collocazione delle parole.

Ora io apro il “Notturno” — continua Lipparini — e leggo pagine come questa:

La città è piena di fantasmi.

Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine.

I canali fumigano.

Qualche canto d'ubriaco, qualche vocìo, qualche schiamazzo.

I fanali azzurri nella fumea.

Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia.

Oppure più significativo ancora:

Il motoscafo di Sant'Andrea romba alla riva. Porto con me le valigie e il sacco dei messaggi.

La laguna agitata.

L'acqua che spruzza.

Il motorista siciliano con cui converso. 

E ancora:

... Si va.

Il bacino di S. Marco, azzurro.

Il cielo da per tutto.

Stupore, disperazione.

Il velo immobile delle lacrime.

Silenzio.

Il battito del motore.

Ecco i Giardini.

Si volta nel canale.

E nel “Notturno” cito anche altri frammenti tipicamente paroliberi:

La testa fasciata.

La bocca serrata.

L'occhio destro offeso, livido.

La mascella destra spezzata: comincia il gonfiore.

Il viso olivastro: una serenità insolita nell'espressione.

Il labbro superiore un poco sporgente, un po' gonfio.

Batuffoli di cotone nelle narici.

L'afa dei fiori e della cera.

La coltre nera, immutata. La forma del cadavere, immutata.

I due marinai di guardia.

Il rumore del giorno, di fuori. Le trombe, le campane, il risveglio della città, il ricominciamento inevitabile.

Acqua azzurra, felicità dell'aria dorata, stormi di gabbiani che ridono del loro riso chioccio.

Oscurità. Ombre erranti. Chiacchiericcio. Odore di cucina ombre di miseria.

Visi dolorosi di Marie, visi travagliati dalla fatica e dalla sventura, visi di pietà.

Bambini macilenti, tutt'occhi, sudici, tristi.

L'acqua del rio malata.

La casa rossastra coi dieci camini a imbuto.

Mi volto. Discendo. La guerra! La guerra! Volti. Volti. Volti. Tutte le passioni di tutti i volti. Ceneri. È un acquazzone di marzo. Bora. Pioggia. Origlio lo scroscio.

Il grande parolibero Paolo Buzzi, dopo aver citato questo brano, dice: «Di queste zone di parole in libertà, il volume, a suo onore, è pieno. È una verità che non c'è neppur bisogno di gridare troppo alta. Lo dice ormai tutta Italia, e — si capisce — tutto il mondo dove il Futurismo “nostro”, di noi, post e antidannunziani è quello che è: non da oggi, naturalmente».  

All'inaugurazione della grande Casa d'Arte Bragaglia, di Roma, mi compiacevo di tutto ciò con Folgore, Cangiullo, Carli, Settimelli, Pannaggi, e coi giovani pittori futuristi Fornari, Paladini, Scirocco, Venderare, Tato, Somenzi. La gioia eloquente dei nostri spiriti paroliberi si compenetrava elasticamente con gli esaltanti soffitti luminosi e le pareti dinamiche create da Balla, Depero, Virgilio Macchi.

La grande arte decorativa futurista è ormai realizzata. A Roma, sì, a Roma, che non poteva rimanere unicamente la rocca dei passatismi. Roma diventa sempre più la potente capitale della nuova Italia di Vittorio Veneto; diventa e diventerà sempre più la centrale elettrica del Futurismo mondiale.


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