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marinetti filippo tommaso Futurismo e Fascismo (a cura di Benedetto Brugia)
Sull'intricatissimo groviglio dei problemi sociali e politici che agitano il mondo, volli consultare il Mare, mio consigliere preferito. Prima gli parlai dall'alto, ritto al parapetto di una terrazza navigante, quasi aerea tanto strapiomba a picco sulla risacca turbolenta. Dominavo il mio consigliere: un mare ad arco azzurro immenso equivalente ad un terzo della circonferenza terrestre. Agavi, cactus, palme e camerus si sporgevano con me per abbracciare la distesa marina solcata da scie, deserto solcato da carovaniere. Il mare mi rispose partorendo motoscafi veloci simili a ferri da stirare fra trine liquide e onde ricamate. Piroscafi irti di gru metalliche come moli staccati e viaggianti. Vele pezzenti che mendicavano il vento. Barche da pesca gambute di remi sudati e stillanti. Poco soddisfatto da queste risposte sibilline, scesi fra le rocce e mi tuffai nella schiuma friggente del mare, come il pensiero di un ubriaco in una coppa d'asti spumante. Giù a capofitto conobbi l'inegualismo dei pesci dei granchi delle meduse delle alghe, le gare artistiche dei raggi e dei riflessi, le altalene infantili dei risucchi, le pompe instancabili dell'acqua sulle vene e sui muscoli del mio corpo guizzante, e tutti gli odori ardori aspri freschi amari che rissano coll'acredine zuccherina vellutatissima dei fichi cotti dal sole. Il vento eccita il mio palato, e nuotando pregusto a bocca aperta il grappolo splendido d'un veliero vele gonfie sull'orizzonte. Nuoto. S'ingrandisce. Nuoto più in fretta. Giganteggia il veliero dominando con una solennità di cattedrale il comunismo di onde che forma l'arco marino. Apparente comunismo di poche idee-leggi che pesano sul torturato torturante stiracchiamento di mille mille mille nuove idee nasciture. Raggiungo il veliero e mi arrampico sull'albero maestro oscillante. Fra le vele più alte, acrobatico mozzo, curo gli anelli di rame, la carrucole gementi e le pieghe della tela ruvida. Guardo dall'alto il popolo delle vele gonfie: mammelle di balie, pance impazzite, mazzi di paracadute. Ambizioni, idropisie, gravidanze? Non so. Me ne infischio e fischio su questo maremoto, terremoto di vele, cupole di mille religioni crollanti. Un fulmine, gotico monaco di bragia, s'inginocchia davanti a loro sul mare. Ma i venti lo beffeggiano giuocando con le vele tonde palle d'avorio del più squilibrato biliardo verde. Io canto, come un mozzo spensierato:
Non scenderò per pulire il ponte. Le onde lo spazzano e lavano meglio di me. Ho ben altro da fare! Non sento fraternità per le onde. Nessuna giustizia fra di noi! Sono un semplice mozzo, è vero; ma provi il capitano — se vuole — a comandarmi di ammainare le più alte vele. Mettono in pericolo l'equilibrio della nave, lo so! Io le voglio larghe e gonfie! Gioia, gioia, gioia di rullare a destra, a sinistra, pericolando, giù, giù! Abbasso l’eguaglianza! Infatti, non sono l'eguale di nessuno. Tipo unico. Modello inimitabile. Non copiatemi, voi. Nuvole plagiarie! Basta! conosco tutte le vostre forme. Sono tutte da me catalogate. Originalità! Fantasia! Abbasso la giustizia! Sono il solo giudice distratto dello smisurato tribunale marino. Volete forse che io condanni le onde schiave dei Venti, o i Venti che le spadroneggiano? No, no. Oscillo sull'albero come l'Ingiustizia. Ecco ho già sedotto i Venti grondanti e salati. Sbraitano spruzzando di ritornelli entusiasti la mia canzone. Io canto:
I Venti rispondono:
Io canto:
I Venti rispondono:
Io canto:
I Venti rispondono: Gloria alle Differenze! Viva la Distinzione! Essere tipico! Unico! Il più forte! Il più veloce! Il più colorato! Record di fuoco! Record di colore! Record d'entusiasmo! Io incendierei le vele per gareggiare coi fuochi scarlatti del tramonto. Il tramonto è un pittore pazzo, lo so, lo so! E il mare è la sua pazza tavolozza, lo so, lo so! Il tramonto finge dipinge illude, lo so, lo so! Viva l'Arte che illude, differenzia valorizza il mondo! Arte, unica ricchezza, unica regina d'ogni Varietà! Unica divinità! Morte al genere comune! Morte alla monotonìa! Varietà, varietà, varietà! Viva l'Inegualismo, succo divino della Terra, arancia che io, mozzo bambino sospeso all'unico gancio della vela più alta, lancio lancio lancio alle Stelle bambine. Intanto i Venti laceravano le vele a brandelli, e con destrezza di mulinelli le mutavano in carta, cosicché volarono, innumerevoli giornali stampati in rosso a lettere cubitali. Si leggessero finalmente così da un polo all'altro le nuove verità: Aumentate le ineguaglianze umane. Scatenate dovunque e esasperate l'originalità individuale. Differenziate valorizzate sproporzionate ogni cosa. Imponete la varietà nel lavoro. Ad ogni uomo, ogni giorno un mestiere diverso. Liberate i lavoratori dalla massacrante monotonìa dell'identico lavoro grigio e dell'identica domenica vinosa. L'umanità agonizza di quotidianismo uguagliatore. L'Inegualismo solo può, moltiplicando contrasti, chiaroscuri, volumi, estro, calore, e colore, salvare l'Arte, l'Amore, la Poesia, la Plastica, l'Architettura, la Musica, e l'indispensabile Piacere di Vivere. Distruggete, annientate la politica, che opaca ogni corpo. È una lebbra-colera-sifilide tenacissima! Isolate presto tutti gl'infetti! Bruciate e seppellite le vecchie idee logore sudice di Uguaglianza, Giustizia, Fraternità, Comunismo, Internazionalismo. Imponente dovunque l'Inegualismo, per liberare ogni parte dal tutto opaco massiccio pesante! Il veliero oscillava portando la sua velatura cartiera redazione, e i Venti diffondevano in cerchio, a tutta velocità, l'Inegualismo dinamico che consegnerà il mondo alla futura prossima immancabile Artecrazia. (1924) |
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