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gentile
Giovanni
Marx
e la filosofia della prassi
Prassi
e dialettica
La chiave di volta di
questa costruzione filosofica sta nel concetto della “prassi”. Concetto,
come ben nota lo stesso Marx, nuovo rispetto al materialismo, ma nell'idealismo
vecchio quanto l'idealismo medesimo, anzi nato proprio a un parto con esso, già
fin dal soggettivismo di Socrate.
Il quale non sapeva concepire una verità già
bella e formata, che potesse trasmettersi per tradizione o insegnamento; e
pensava invece che ogni verità sia risultato ultimo di personale lavorio
inquisitivo, nel quale il maestro non può fare se non da compagno e
collaboratore al discepolo desideroso del vero. Quindi il celebre paragone della
sua arte con quella maieutica della madre Fenarete. Non egli produceva il saper
nella mente dei discepoli; ma questi erano soltanto aiutati da lui a formarsi, a
fare questo sapere. Aiutati nella prassi, direbbe Marx. Il sapere,
pertanto, importava già per Socrate un'attività produttiva, ed era una
soggettiva costruzione, una continua e progressiva prassi. Né Platone si
lasciò sfuggire l'importantissima dottrina; anzi la definì meglio e sviluppò
nella sua dialettica delle idee, tutte fornite di energia creativa. E fino ad
Hegel non c'è stato idealista, che non abbia inteso, più o men bene, il sapere
come opera dello spirito umano; eccezion fatta dei rari sostenitori dell'intuito
intellettuale. Il nostro Vico,
vantato per solito unicamente come fondatore della filosofia della storia, vide
molto addentro in questa materia. E in questo concetto della cognizione come
prassi sta tutta la ragione della sua critica inesorabile contro Cartesio. Al
quale il filosofo napoletano non poteva perdonare, che avesse posto come punto
di partenza e fondamento della scienza l'immediata coscienza del pensiero (“cogito
ergo sum”); dove, secondo lui, bisogna giustificare, quando facciamo scienza,
il fatto della coscienza, ricostruendone il nascimento lo sviluppo: non partire
cioè dal puro fatto, ma, come ora diciamo, cominciare dalla spiegazione del
fatto stesso, rifacendolo noi. Verum et factum convertuntur; la verità
quindi si scopre, facendola. E poiché è risultato, e non dato, della ricerca
scientifica, questa non può procedere per analisi, come pretende Cartesio; —
analisi, che presupporrebbe innanzi a sé il concetto della verità da
analizzare, — bensì per sintesi, che è attività produttiva della mente.
Quindi il valore inestimabile delle divinazioni del genio, delle felici
intuizioni, che creano, quasi, più che fare, lo scibile, di così difficile
acquisto. Il fare, secondo Vico, è la condizione impreteribile del conoscere.
Quindi la certezza delle matematiche, — e in ciò s'accordava con Cartesio,
— nelle quali gli oggetti del nostro conoscere, non sono dati, ma costruiti.
[...] E in verità,
se si può conoscere ciò che è propria opera, il mondo naturale è da
rimettersi, pensa Vico, alla cognizione di Dio, che ne è l'unico fattore; ma il
mondo storico, prodotto dell'umana attività, è l'oggetto di cui possono
conseguire la scienza gli uomini che l'han fatto. Ma per Vico questo operare
umano era operare della mente dell'uomo; quindi il suo concetto, che la storia
avesse tutta a spiegarsi con la considerazione e lo studio delle modificazioni
della mente. Cambia in Marx il principio dell'operare, e, invece delle
modificazioni della mente, sono radice della storia i bisogni dell'individuo,
come essere sociale. Ma il concetto che s'invoca della prassi, rimane quello.
Né soffre critica o
correzione. [...] Che cos'è l'esperimento, se non un rifare ciò che la natura
fa, rifacendolo in condizioni che ne agevolino e assicurino l'osservazione?
Certo, questo fare o rifare non è sempre un materiale ed effettivo fare; anzi
le più volte è puramente un fare o un rifare col pensiero. Ma lo stesso fare o
rifare materiale ed effettivo giova forse all'intendimento del fatto per
l'immediato meccanismo; o non piuttosto per il pensare via via le singole parti
del meccanismo? La risposta è facile per chi consideri che la mente non ha
occhi né mani né strumenti, se non per metafora; e alla meccanica del fare
esterno non può accompagnarsi se non per via di successive rappresentazioni.
Questa attività originale, che si deve sviluppare per il conseguimento della
scienza, è evidentissima, per esempio, nel calcolo aritmetico. Avete i fattori;
e cercate il prodotto. Questo prodotto non è da voi intravisto per intuito; è
il risultato di un'operazione che dovete eseguire. E ciò che dicesi di questo
prodotto aritmetico, è da dire di ogni prodotto di conoscenza, di tutto lo
scibile: non è dato, ma bisogna arrivare a esso con l'atto operoso della mente.
Una conoscenza data, non è vera conoscenza, se non s'intende, cioè se non si
ricostruisce; e però non è più data, ma prodotta, o riprodotta.
E la scienza, in
generale, s'acquista forse a un tratto, quasi per uno sguardo acutissimo
lanciato in giro a un largo orizzonte? Il rifare sarà più agevole del fare; e
leggere un libro scientifico è più facil cosa che scriverlo. Ma né anche
nella lettura il nostro spirito, se vuol profittare, può rimanere inerte e
passivo; anzi deve accompagnare l'intelligenza dell'autore, in ogni momento del
suo procedere, e svolgere, quindi anch'esso, un'energia, e fare anche
lui. Nella lingua già si scorgono le tracce di questo importantissimo concetto
del conoscere o intendere che è un fare. Il latino facilis (rimasto in
tutte le lingue romanze) deriva dal verbo facere; ed etimologicamente
quindi vorrebbe dire soltanto «che si può fare»; dove, e in latino e in tutte
le lingue romanze, significa anche: che si può conoscere o intendere. Così è
facile un'operazione a farsi; ed è pur facile una verità a conoscersi, o un
teorema a intendersi.
Questo concetto che
la conoscenza va di pari passo con l'attività, con la prassi, è l'anima del
metodo pedagogico del Froebel. «Il punto di partenza per lui era il fare, al
quale tien dietro il conoscere; e la conoscenza non è altro che lo sviluppo
genetico del fare medesimo». Ma il Froebel non derivava neanche lui cotesto
principio da una filosofia materialistica; anzi è stato bene osservato che «il
thun (fare), e il metodo genetisch-entwickelnd (dello sviluppo
genetico) cotanto inculcato dal Froebel richiamano senza sforzo alla mente
quella dottrina (di Fichte) che dal fare primitivo dell'Io tentò di sviluppare
tutta la nostra scienza». Cotesto principio
vuole Marx dall'astratto idealismo trasportare nel concreto materialismo. Del
quale giudica essere stato fino a lui difetto gravissimo, anzi principale,
averlo trascurato. Concetto che dimostra
l'acume filosofico dello scrittore. In verità, qual era, in fondo, il
rimprovero da lui mosso al materialismo, nella teoria della conoscenza? Questo:
di credere l'oggetto, l'intuizione sensibile, la realtà esterna un dato,
invece che un prodotto; per modo che il soggetto, entrando in relazione
con esso, dovesse limitarsi a una pura visione, anzi a un semplice
rispecchiamento, rimanendo in uno stato di semplice passività. Marx, insomma,
rimproverava ai materialisti, e fra questi al Feuerbach, di concepire il
soggetto e l'oggetto della conoscenza in una posizione astratta, e però falsa.
In tale posizione s'avrebbe l'oggetto opposto al soggetto e senza veruna
intrinseca relazione con esso, che accidentalmente è incontrato, veduto,
conosciuto. Ma questo soggetto senza il suo oggetto, di che è soggetto? E
questo oggetto senza il rispettivo soggetto, di che è oggetto? Soggetto e
oggetto sono pure due termini correlativi, l'uno dei quali si trae dietro
necessariamente l'altro. Non sono quindi reciprocamente indipendenti, anzi l'uno
all'altro inscindibilmente legati, per modo che la loro realtà effettiva
risulti dal loro rapporto nell'organismo, nel quale e pel quale trovano il loro
compimento necessario; e fuori del quale non sono se non astrazioni. La vita del
soggetto è nella sua relazione intrinseca con l'oggetto; e viceversa. Scindete
questa relazione; e non avrete più la vita, ma la morte. Non più due termini
reali del fatto del conoscere, ma due termini astratti.
Bisogna dunque
concepirli nella loro mutua relazione. La natura della quale è chiarita da ciò
che s'è detto circa l'attività propria del conoscere. Quando si conosce, si
costruisce, si fa l'oggetto, e quando si fa o si costruisce un oggetto, lo si
conosce; dunque l'oggetto è un prodotto del soggetto; e, poiché soggetto non
c'è senza oggetto, bisogna soggiungere che il soggetto, a mano a mano che vien
facendo o costruendo l'oggetto, vien facendo o costruendo se stesso; i momenti
della progressiva formazione del soggetto corrispondono ai diversi momenti della
progressiva formazione dell'oggetto.
Chi poco ha
conosciuto, poco dicesi abbia sviluppato le sue idee, il suo pensiero; e via via
che accresce le sue conoscenze (oggetto), vien crescendo rispettivamente nella
potenza di comprensione e d'intendimento (soggetto). La conoscenza, insomma, è
uno sviluppo continuo; e, poiché non è essenzialmente che un rapporto di due
termini correlativi, equivale a un progressivo sviluppo parallelo di questi due
termini. La radice intanto, la causa permanente di questo sviluppo è
nell'attività, nel fare del soggetto, che forma se stesso, formando
l'oggetto [...].

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