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gentile Giovanni Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento Il rapporto della religione con la filosofia,
secondo il pensiero del Bruno, è più precisamente determinato in un luogo dei
dialoghi De la causa, principio e uno, dove Teofilo dice: Dunque, ci sarà, anzi c'è, una verità che la fede può dar a conoscere, ma non è la verità di Bruno, che non ha il lume soprannaturale; e col suo lume naturale vede, non la mens super omnia, ma la Natura, il «vero e vivo vestigio dell'infinito vigore». Il suo Dio è il Dio del filosofo, la natura di Spinoza, da lui stesso definita: Deus in rebus. La distinzione dei due lumi, della natura umana e della grazia superinfusa, della ragione e della fede, della filosofia e della teologia era antica; e può dirsi uno dei luoghi comuni della Scolastica. Ma in Bruno, che scalza la trascendenza su cui si fondava quella filosofia medievale che poteva servire la teologia; in Galileo, che distrugge il geocentrismo così congruo con le imperfette idee teistiche e teologiche che il Cristianesimo aveva ereditate dal Vecchio Testamento e dalla filosofia aristotelica, la distinzione acquista valore profondamente diverso; e delle due verità, l'una della ragione e l'altra della fede, Bruno filosofo ne riconosce una sola, la prima. Galileo tra i libri sacri, oscuri, e l'aperto libro, com'egli dice, del cielo, afferma di non dover leggere, per la scienza, se non il secondo! In altri termini, la nuova filosofia e la nuova scienza si distinguono dalla fede, non per mettere questa al di sopra di sé e attribuirle il privilegio della verità a esse irraggiungibile, e a cui pur esse mirano; anzi per negarle ogni valore rispetto ai fini a cui la filosofia e la scienza s'indirizzano. Il filosofo medievale diceva: credo ut intelligam; Bruno vi dice chiaro e netto: non credo ut intelligam. E altrettanto, a modo suo, ripeterà Galileo nella celebre Lettera alla Granduchessa Madre (1615). Crederanno o non crederanno per altri fini, non importa: certo, per intendere, l'uno e l'altro ritengono indispensabile affidarsi non alla fede, ossia a una rivelazione che è atto altrui e non nostro, bensì alla nostra intelligenza. Agli esperimenti e al discorso dirà Galileo; alla contemplazione dell'unità della natura, ha detto Bruno. Questa la nuova coscienza scientifica, che si accinge a guardare il reale con occhio puro d'ogni nebbia. Questo l'inizio dell'età moderna per il pensiero filosofico. Questa nuova coscienza scientifica è consacrata nel martirio di Bruno; il quale non è uno dei tanti martirii che l'uomo è stato sempre disposto ad affrontare per gli ideali, one viene recando in atto la sua umanità. Il martirio di Giordano Bruno ha un significato speciale nella storia della cultura, poiché non fu conflitto di coscienze individuali diverse; ma necessaria conseguenza del progresso dello spirito umano, che Bruno impersonò al cadere del Cinquecento, quando si chiudeva col Rinascimento tutta la vecchia storia della civiltà d'Europa: del progresso dello spirito, che giunse in lui ad avvertire per la prima volta, e quindi a sorpassare, la contraddizione, che fin dal Medio Evo lo dilaniava, tra sé e sé medesimo: tra spirito che crede, e professa di non intendere, e spirito che intende, e professa di intendere, cioè farsi da sé la verità sua. Tale è la situazione del Bruno. Pronto a tutte le ritrattazioni sul terreno della fede; quale si voglia o si determini, il contenuto di questa fede gli è indifferente. Non è per lui. Ei mira più su, come il suo Dicson a Londra comprese, e come gli studiosi della sua filosofia devono comprendere. La sua verità non è quella che si definisce nei Concilii ecumenici, o dai pontefici in cattedra, ma la verità che è nella natura, e che la ragione, cioè, per lui, la sua ragione, definisce: la verità, che egli ha celebrata tante volte entusiasticamente ne' suoi scritti filosofici. Ma, come filosofo, non ha potuto talvolta non contrapporre la sua alla verità di coloro che si sforzano invano di conseguire la sapienza cercandola affannosamente con lunghi viaggi, per tutte le parti della terra, spendendovi gli averi e il miglior tempo della vita; o producendo le notti insonni nelle sollecite cure, studiando i monumenti degli antichi, per vedere di accogliere nel proprio spirito ansioso il furore dei vati ed esser fatti celebri dal riverbero luminoso dei saggi più illustri; non ha potuto non contrapporre la sua alla verità di quegl'infermi di spirito e stolti, che pur si credono sani e savi per solo suffragio del volgo: ciechi, che non vedono la luce di Dio, benché splenda in tutte le cose; sordi, che non odono la sua sapienza, la cui voce pur parla da tutto, e tutti invita, e batte alle porte d'ognuno; certo giudicati da Dio indegni di vedere e di udire, poiché indegnamente cercano la luce del vero, quando la vogliono ministra di vile fortuna e procacciatrice di sostanze, da regolare e approvare o riprovare secondo i sentimenti dell'uomo. Onde al luogo di Dio sottentra l'uomo solennemente parato, a cui gli altri uomini si prostano; e di cui il Bruno fa una feroce dipintura. «A me», egli dice, «non è mestieri trascorrere ai confini della terra: basta mi profondi nella mente; basta che sopra a tutto vivamente desideri, per se medesima, la luce divina, e col sommo del mio ingegno mi sforzi di pervenire al cospetto della maestà sua, bramando e sperando di potermi beare nel di lei volto. E, mirabile a dirsi quanto ella sia dappresso, mirabile bome ben pronta s'appresenti. Nuda ella è, e sola (nullis circumque stipata maniplis); e nuda irraggia luce da tutto il corpo; il santo corpo, che ingiuria grave sarebbe svelare. Essa si fa da sé fede, e vuole che lungi stieno il naso, la fronte rugosa, il sopraccilio e la ben pettinata barba e quante vesti e testimonianze e titoli e insegne e parti assume per diritto suo l'ignoranza. Desiosa ella aspetta chi viene a lei, e generosa (quasi attendesse un amante) gli corre incontro, e l'accoglie con lieto aspetto, confortando il timido; e col sorriso del suo volto sereno fa divampare le fiamme che accese già lentamente». A questa verità, che sola l'innamora, egli non potrà rinunziare. A questa verità non attese le intimazioni di Roma per sentirsi disposto a fare olocausto della vita. Fin dal '91, nella dedica del De monade, diceva solennemente di sé: «Ma io, benché agitato da iniquo destino, avendo intrapreso da fanciullo una lotta diuturna con la fortuna, invitto serbo tuttavia il proposito e gli ardimenti, onde, o per avventura io ho toccata la salute, — di che solo Dio può essere testimone, — o non sono pur sempre infermo e sonnolento a un modo, o di certo domino il senso della infermità mia e lo disprezzo affatto, sì che punto non temo della stessa morte. E però a nessun mortale da me e con le forze del mio animo cedo e mi arrendo». E in quello stesso libro, nei versi magnanimi messi in bocca al gallo vinto e morente, si scrisse, per dirla col Brunnhofer, la propria epigrafe: «Ho lottato, e molto: credetti poter vincere, e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. Pure qualcosa è già l'essere stato in campo; giacché il vincer, lo vedo, è nelle mani del fato. Ma fu in me quel che poteva, e che nessuno delle generazioni venture mi negherà; quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, con fermo viso non aver ceduto a nessuno degli uomini, aver preposta una morte animosa a una vita imbelle». |
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