galilei galileo

La contemplazione del Cielo

(a cura di Benedetto Brugia)


 Galileo Galilei (1564-1642)

I Pianeti Medicei

Venere e Marte

Saturno

Il Sole

La Luna

Meccanica celeste

 

I Pianeti Medicei

Io mi trovo al presente in Venezia per fare stampare alcune osservazioni le quali con mezzo d'uno mio occhiale ho fatte nei corpi celesti; e sì come sono d'infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta. Che la Luna sia un corpo similissimo alla Terra, già m'ero accertato, e in parte fatto vedere al Ser.mo Nostro Signore, ma però imperfettamente, non avendo ancora occhiale della eccellenza che ho adesso; il quale, oltre alla Luna, mi ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse non mai più vedute, che sono più di dieci volte tante, quante quelle che naturalmente son visibili. Di più, mi sono accertato di quello che sempre è stato controverso tra i filosofi, ciò è quello che sia la Via Lattea. Ma quello che eccede tutte le meraviglie, ho ritrovati quattro pianeti di nuovo, e osservati i loro movimenti proprii e particolari, differenti fra loro e da tutti gli altri movimenti delle altre stelle; e questi nuovi pianeti si muovono intorno ad un'altra stella molto grande, non altrimenti che si muovino Venere e Mercurio, e per avventura gli altri pianeti conosciuti, intorno al Sole.

Stampato che sia questo trattato, che in forma d'avviso mando a tutti i filosofi e matematici, ne manderò una copia al Ser.mo G. D., insieme con un occhiale eccellente, da poter riscontrare tutte queste verità.

A Belisario Vinta in Firenze, Galileo da Venezia il 30 gennaio 1610.

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... Che tali pianeti, quando pure realmente sieno, restino per la loro piccolezza inefficaci, ciò non vedo io come sia contro di me, il quale mai non ho mosso parola dell'efficacia o influssi loro; talché, se pure alcuno gli reputa superflui, inutili ed oziosi al mondo, muovane pur lite contro la natura, e non contro di me, che non ve ne ho che far nulla, né sin qui ho preteso altro che il mostrare loro essere in Cielo, e con movimenti proprii raggirarsi intorno alla stella di Giove. Ma se, come avvocato della natura, e per servire a V. S. Reverendissima, io debbo dire qualche cosa, dirò che io per me anderei molto riservato in asserire questi Pianeti Medicei mancare di influssi, dove le altre stelle ne abbondino; e parrebbemi arditezza, per non dire temerità, la mia, se dentro alli angusti confini del mio intendere volessi circonscrivere l'intendere e l'operare della natura. Adunque doveva io li giorni passati, quando in casa dell'Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. Marchese Cesi, mio Signore, vidi le pitture di 500 piante Indiane, affermare, o quella essere una finzione, negando tali piante ritrovarsi al mondo, ovvero, se pur fussero, esse frustratorie e superflue, poiché né io né alcuni de' circostanti conosceva le loro qualità, virtù ed effetti? Certamente che io non credo che nelli antichi e più rozzi secoli la natura si astenesse di produrre l'immensa varietà di piante e di animali, di gemme e di metalli e di altri minerali; di fare ad essi animali ogni loro membro, muscolo ed articolo, e in oltre ch'ella mancasse di muovere le celesti sfere, ed in somma di produrre ed operare i suoi effetti, perché quelle inesperte genti le virtù delle piante, delle pietre e dei fossili non conoscevano, gli usi di tutte le parti delli animali non intendevano, ed i corsi delle stelle non penetravano: e veramente parmi che sarìa cosa ridicola il credere che allora comincino ad esser le cose della natura, quando noi cominciamo a scoprirle ed intenderle. Ma, quando pure l'intendere delli uomini dovesse esser cagione dell'esistenza delle cose, bisognerebbe, o che le medesime cose fussero, ed insieme non fussero (fussero per quelli che l'intendono, e non fussero per quelli che non l'intendono), o che l'intender di pochi, ed anco di un solo, bastasse per farle essere: ed in questo secondo e meno esorbitante caso, basterà che un solo intenda la proprietà dei Pianeti Medicei per farli essere in cielo, e che gli altri per ora si contentino del vedergli solamente. Ma quel dire che non influiscono perché son così piccoli, per dedurne poi (per quanto io m'immagino) che sono superflui ed inefficaci non sieno degni di esser considerati e stimati, parmi detto più per scansarsi dalla fatica del considerargli e dell'investigare i loro periodi difficilissimi e quasi inesplicabili, che perché veramente convenga reputare opere di Dio, ed opere tanto sublimi, supervacanee, oziose e contennende. E quali regole o osservazioni o esperienze, per grazia, ci insegnano che l'efficacia, la nobiltà e l'eccellenza delle operazioni, dalla grandezza solamente, colle quali la natura e Dio operano, attendere si debba? Chi di sano intelletto misurerà dalla sola mole la virtù e perfezione delle cose? Io per me non diffiderei di poter numerare altrettante cose nell'università della natura piccolissime, ed efficacissime nel loro operare, quante alcuno ne potesse assegnare delle grandi. E siccome le arti, per la varietà delle loro operazioni, hanno bisogno non meno dell'uso delle cose piccolissime che delle grandi, così la natura nella diversità de' suoi effetti ha bisogno d'instrumenti diversissimi per poter quelli accomodatamente produrre; e tali operazioni con piccolissime macchine si effettuano, che con maggiori, o non così bene, o pure in conto nessuno effettuare non si potrebbono. E chi dirà che l'àncora, per esser ferramento di così vasta mole, presti uso grandissimo nella navigazione, e che all'incontro l'indice magnetico, come cosa minima, resti inutile e di niuna considerazione degno? È vero che per fermar la nave l'aiuto dell'indice è nullo; ma non meno è inutile l'àncora per dirizzarla e governarla nel suo viaggio: anzi per avventura l'operazione di quello è più eccellente ed ammiranda che questa. Un palo di ferro, accomodato a far fosse e smuover pietre, non oscura il gentil uso dell'ago, col quale artificiosa mano di leggiadra donna lavora vaghissimi trapunti. Ché se la piccolezza della mole scemasse o togliesse l'efficacia ed eccellenza nelle operazioni, quanto men nobile sarìa il cuore che il polmone, e le pupille delli occhi che altre parti del corpo molto grandi e carnose! E chi dirà che le zucche vincano di nobiltà il pepe o i garofani, o che l'oche tolgano il pregio ai rusignuoli? Anzi pure, se noi vorremo riguardare più sottilmente gli effetti della natura, troveremo le più mirabili operazioni derivare ed esser prodotte da mezzi tenuissimi. E discorrendo prima per le cause motrici de' nostri sensi più perfetti, quello che ci muove il senso dell'udito, e per esso trasporta in noi i pensieri, i concetti e gli affetti altrui, che altro è che un poco di aria increspata sottilmente dal moto della lingua e delle labbra di quel che parla? E pure niuno sarà che non conceda, questa leggerissima affezione dell'aria superare di gran lunga in eccellenza e nobiltà quella grande agitazione dei venti, che scuote le selve e spinge i navilj per l'oceano. Quale è la piccolezza e sottilità delle spezie visive, che dentro all'angustissimo spazio della nostra pupilla racchiude la quarta parte dell'universo? e qual mole hanno i fantasmi che alterano il nostro cervello, ora eccitando l'immaginativa a farci presente quanto abbiamo veduto, sentito e inteso in vita nostra, ora svegliando la memoria a ricordarci di tante cose passate? Io potrei raccontare mille e mille grandissimi affetti ed effetti, che da piccolissime cause dipendono, ma credo bastar questo poco che ho accennato, per mostrare come la sovranità della virtù non si dee solamente dalla grandezza del corpo misurare; anzi che molti e molti sono gli effetti, nella perfezione de' quali si ricerca ed è necessaria la piccolezza e tenuità delle cause efficienti: e tali par che sieno i più spirituali, ed in conseguenza quelli, che, per così dire, più della divinità sono partecipi. E se noi volessimo discorrere per le cause inferiori motrici degli affetti, delle potenze e delle virtù dell'anima nostra, non ci mancheriano mille esempi sensati e certi, come alcune facultà sono eccitate in noi da cause massime e veementi, le quali cause non solo non sono acomodate a commuovere in noi alcune altre virtù, ma totalmente le impediscono e le distruggono, né possono se non dai loro contrarî esser promosse ed attuate. Ecco l'ardire nel cuore, l'animosità nelli spiriti, il disprezzo de' pericoli e della morte stessa, desto prima dal vino, poi mirabilmente eccitato dallo stridore delle argute trombe e dal suono dei tamburi, tra gli strepiti di arme e di cavalli, nei tumultuosi movimenti di armate squadre, per le aperte campagne, al più lucente Sole; ed all'incontro eccovi nella più profonda e tenebrosa notte dal muto silenzio di deserta solitudine soppresso l'ardire, e promosso il timore e la paura. Ma se attenderemo quali cose rischiarino, e quali perturbino la facoltà discorsiva e speculativa dell'intelletto nostro, troveremo come le tenebre, la quiete, il digiuno, il silenzio e la solitudine mirabilmente la eccitano; dove che i tumultuosi moti, gli strepiti, ed i fumi del vino l'ottenebrano, e totalmente impediscono. Se dunque, tra le cause inferiori, diametralmente contrarie sono quelle che l'audacia del cuore e la speculazione dell'intelletto promuovono, è ben anco ragionevole che indifferentissime sieno le cagioni superiori (se pure operano in noi), dalle quali l'ardire, o la speculativa facultà dipendono; e se le stelle operano ed influiscono principalmente col lume, potrassi per avventura con qualche probabile conghiettura dedurre l'ardire e la bravura dell'animo da molto grandi e veementi stelle, e l'acutezza e perspicacia dell'ingegno da lumi sottilissimi e quasi invisibili. Lascinsi dunque ai corpi celesti più vasti le operazioni più grandi nelle cose inferiori, come le mutazioni delle stagioni, le commozioni de' mari e dei venti, le perturbazioni dell'aria, e (se hanno operazione sopra di noi) le costituzioni e disposizioni del corpo, le generali qualità e complessioni, e simili altri influssi, ché non mancheranno in terra mille e mille altri particolari effetti da riferirsi a più sottili e spirituali influenze da quelli che vorranno in simili curiosità occuparsi. E se pure qualche impaziente volesse stringermi a dire qualche particolare influsso, che io credo da questi nuovamente da me scoperti pianeti dipendere, io gli risponderei che tutti gl'influssi, ch'egli sin qui ha stimato esser di Giove solo, son derivati non più da Giove che da' suoi satelliti, e che l'aver egli creduto che Giove operasse solo, e il non aver saputo che avesse quattro compagni, niuna autorità ha posseduto nel fare che Giove cessasse di avergli appresso e di cooperare con loro. Distinguere più particolarmente i loro effetti non saprei io, se prima qualcuno non gli rimovesse i suoi satelliti dal fianco, e per qualche tempo lo facesse operare solo. E chi vorrà sapere se l'ira, l'amore, l'odio, ed altre tali passioni sieno affezioni residenti nel cuore, o pure nel cervello, se prima non prova a viver senza cervello e senza cuore? Io non voglio in questo proposito tacere a V. S. quello che li giorni passati risposi a uno di quei Genetliaci, che credono che Dio nel creare il cielo e le stelle non pensasse a niuna cosa di più che quelle alle quali pensano essi, per liberarmi da una tediosa instanza che ei mi faceva acciocché io gli dicessi gli effetti di tali Pianeti Medicei, protestandosi che altrimenti gli averìa rifiutati come oziosi e perpetuamente negati come superflui (credo che questi tali, conforme alla dottrina del Sizzi, stimino che gli astronomi abbiano conosciuto esser nel mondo li altri sette pianeti, non per aver veduto i loro corpi in cielo, ma solo i loro effetti in terra; in quella guida appunto, che non per mezzo della vista, ma dagli effetti stravaganti, si scuoprono alcune case occupate da maligni spiriti). Io gli risposi ritornasse a considerare quei cento o mille giudizî, li quali aveva alli suoi giorni notati, ed in particolare che esaminasse bene gli eventi che da Giove avea predetti, e se trovava che tutti precisamente fussero succeduti conforme alle sue predizioni, che seguitasse allegramente a pronosticare secondo le sue vecchie ed usitate regole, ché io l'assicurava che i pianeti nuovi non avrebbero alterato punto le cose passate, e che egli per l'avvenire non sarìa meno fortunato indovino di quel che stato era per lo passato: ma se all'incontro vedesse gli eventi dependenti da Giove in alcune piccole cosette non aver risposto ai dogmi ed aforismi prognosticali, procurasse di trovare nuovi calcoli per investigare le costituzioni dei quattro Gioviali circolatori in ogni passato momento, ché forse dalle diversità di esse abitudini potrìa, con accurate osservazioni e moltiplicati riscontri, trovare le alterazioni e varietà d'influssi da quelli dependenti; e gli soggiunsi, che non in tutti i secoli passati si erano con poca fatica imparate le scienze a spese d'altri sopra le carte scritte, ma che i primi inventori trovarono ed acquistarono le cognizioni più eccellenti delle cose naturali e divine cogli studî e contemplazioni fatte sopra questo grandissimo libro, che essa natura continuamente tiene aperto innanzi a quelli che hanno occhi nella fronte e nel cervello, e che più onorata e lodevole impresa era il procurare colle sue proprie vigilie, studî e sudori di ritrovare qualche cosa ammiranda e nuova tra l'infinite che ancora nel profondissimo abisso della Filosofia restano ascose, che menando vita inerte ed oziosa affaticarsi solo di oscurare le laboriose invenzioni del prossimo, per escusare la propria codardia ed inettezza alle speculazioni, mentre esclamano che al già trovato non si possa aggiugner più altro di nuovo.

A Monsignor Piero Dini, Galileo da Roma, 21 maggio 1611.

             

Venere e Marte

Sappia dunque, che io, circa tre mesi fa, cominciai ad osservar Venere collo strumento, e la vidi di figura rotonda ed assai piccola: andò di giorno in giorno crescendo in mole, e mantenendo pure la medesima rotondità, finché finalmente, venendo in assai grande lontananza dal Sole, cominciò a scemare della rotondità dalla parte orientale, ed in pochi giorni si ridusse al mezzo cerchio. In tal figura si è mantenuta molti giorni, ma però crescendo tuttavia in mole: ora comincia a farsi falcata, e finché si vedrà vespertina, anderà scemando le sue cornicelle fin tanto che svanirà; ma ritornando poi mattutina, si vedrà colle corna sottilissime, e pure avverse al Sole, e anderà crescendo verso il mezzo cerchio sino alla sua massima digressione. Manterrassi poi semicircolare per alquanti giorni, diminuendo però in mole; e poi dal mezzo cerchio passerà al tutto tondo in pochi giorni, e quindi per molti mesi si vedrà, e Lucifero e Vesperugo, tutta tonda, ma piccoletta di mole. Le evidentissime conseguenze, che di qui si traggono, sono a V. R. notissime.

Quanto a Marte, non ardirei di affermare niente di certo; ma, osservandolo da quattro mesi in qua, parmi che in questi ultimi giorni, sendo in mole appena il terzo di quello che era il Settembre passato, si mostri da oriente alquanto scemo, se già l'effetto non m'inganna, il che non credo: pure meglio si vedrà al principio di Febbraio venturo intorno al suo quadrato, sebbene per l'apparire egli così piccolo, difficilmente si distingue la sua figura se sia perfetta rotonda, o se manchi di alcuna cosa. Ma Venere la vedo così spedita e terminata quanto l'istessa Luna, mostrandomela l'occhiale di diametro eguale al semidiametro di essa Luna veduta coll'occhio naturale. Oh quante e quali conseguenze ho io dedotto, Don Benedetto mio, da queste e da altre mie osservazioni! Sed quid inde? Mi ha quasi Vostra Reverenza fatto ridere col dire, che con queste apparenti osservazioni si potranno convincere gli ostinati. Adunque ella non sa che a convincere i capaci di ragione, e desiderosi di sapere il vero, erano a bastanza l'altre dimostrazioni per l'addietro addotte, ma che a convincere gli ostinati, e non curanti altro che un vano applauso dello stupidissimo e stoltissimo volgo, non basterebbe il testimonio delle medesime Stelle, che scese in terra parlassero di sé stesse? Procuriamo pure di saper qualche cosa per noi, quietandoci in questa sola soddisfazione: ma dell'avanzarci nell'opinione popolare, o del guadagnarci l'assenso de' filosofi in libris, lasciamone il desiderio e la speranza.

Al Padre Benedetto Castelli a Brescia, Galileo da Firenze, 30 dicembre 1610.

Saturno

... Ma passando ad altro, giacché il Sig. Keplero ha in questa sua ultima narrazione stampate le lettere che io mandai trasposte a V. S. Illustrissima e Reverendissima, venendomi anco significato come Sua Maestà ne desidera il senso, ecco che io lo mando a V. S. Illustriss. per parteciparlo con Sua Maestà, col Sig. Keplero, e con chi piacerà a V. S. Illustrissima, bramando io che lo sappia ognuno. Le lettere dunque combinate nel loro vero senso dicono così:

Altissimum Planetam tergeminum observavi.

E questo è, che Saturno con mia grandissima ammirazione ho osservato essere, non una stella sola, ma tre insieme, le quali quasi si toccano, e sono tra di loro totalmente immobili, e constituite in questa guisa: o O o. Quella di mezzo è assai più grande delle laterali: sono situate una da oriente, l'altra da occidente, nella medesima linea retta a capello: non sono giustamente secondo la dirittura dello Zodiaco, ma l'occidentale si eleva alquanto verso Borea: forse sono parallele all'Equinoziale. Se si guarderanno con un occhiale che non sia di grandissima moltiplicazione, non appariranno tre stelle ben distinte, ma parrà che Saturno sia una stella lunghetta in forma di un'oliva, così O; ma servendosi di un occhiale che moltiplichi più di mille volte in superficie, si vedranno tre globi distintissimi, che quasi si toccano, non apparendo tra essi maggior divisione di un sottil ferro oscuro. Or ecco trovata la corte a Giove, e due servi a questo vecchio, che l'aiutano a camminare, né mai se gli staccano dal fianco.

A Giuliano de' Medici a Praga, Galileo a Firenze, 13 novembre 1610.

Il Sole

Però, non mi arrogando che, qualunque si sia la verità della supposizione ex parte naturæ, altri non possino apportare molto più congruenti sensi alle parole del Profeta (1), anzi stimandomi io inferiore a tutti, e però a tutti i sapienti sottoponendomi, direi, parermi che nella natura si ritrovi una substanza spiritosissima, tenuissima e velocissima, la quale, diffondendosi per l'universo, penetra per tutto senza contrasto, riscalda, vivifica e rende feconde tutte le viventi creature; e di questo spirito par che 'l senso stesso ci dimostri il corpo del Sole esserne ricetto principalissimo, dal quale espandendosi un'immensa luce per l'universo, accompagnata da tale spirito calorifico e penetrante per tutti i corpi vegetabili, gli rende vividi e fecondi. Questo ragionevolmente stimar si può essere qualche cosa di più del lume, poi che ci penetra e si diffonde per tutte le sustanze corporee, ben che densissime, per molte delle quali non così penetra essa luce: tal che, sì come dal nostro fuoco veggiamo e sentiamo uscir luce e calore, e questo passar per tutti i corpi, ben che opaci e solidissimi, e quella trovar contrasto dalla solidità e opacità, così l'emanazione del Sole è lucida e calorifica, e la parte calorifica è la più penetrante. Che poi di questo spirito e di questa luce il corpo solare sia, come ho detto, un ricetto e, per così dire, una conserva che “ab extra” gli riceva, più tosto che un principio e fonte primario dal quale originariamente si derivino, parmi che se n'abbia evidente certezza nelle Sacre Lettere, nelle quali veggiamo, avanti la creazione del Sole, lo spirito con la sua calorifica e feconda virtù foventem aquas seu incubantem super aquas per le future generazioni; e parimente aviamo la creazione della luce nel primo giorno, dove che il corpo solare vien creato il giorno quarto. onde molto verisimilmente possiamo affermare, questo spirito fecondante e questa luce diffusa per tutto il mondo concorrere ad unirsi e fortificarsi in esso corpo solare, per ciò nel centro dell'universo collocato, e quindi poi, fatta più splendida e vigorosa, di nuovo diffondersi.

Lettera a mons. Piero Dini, 23 marzo 1615.

La Luna

sagredo — Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell'universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all'incontro stimar grande imperfezione l'esser alterabile, generabile, mutabile etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sì diverse alterazioni, mutazioni, generazioni etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser soggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d'arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l'acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l'animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quando più m'interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto più gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l'argento e l'oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli più pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantar in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere, crescere e produrre sì belle fronti, fiori così odorosi e sì gentil frutti? È, dunque, la penuria e l'abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l'acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d'acqua. Questi che esaltano tanto l'incorruttibilità, l'inalterabilità etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d'incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono.

SALVIATI — E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe se non con qualche lor vantaggio; ché meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio.

SIMPLICIO — E non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta essendo, come ella è, alterabile, mutabile etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile. Ma quanto queste condizioni arrecano di nobiltà alla Terra, altrettanto renderebbero i corpi celesti più imperfetti, ne i quali esse sarebbero superflue, essendo che i corpi celesti, cioè il Sole, la Luna e l'altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che al servizio della Terra, non hanno bisogno d'altro per conseguire il loro fine, che del moto e del lume.

SAGREDO — Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi, perfettissimi e nobilissimi corpi celesti, impassibili, immortali, divini, non ad altro uso che al servizio della Terra, passibile, caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del mondo, la sentina di tutte le immondizie? e a che proposito far i corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.? Tolto via questo uso di servire alla Terra, l'innumerabile schiera di tutti i celesti corpi resta del tutto inutile e superflua, già che non hanno, né possono avere, alcuna scambievole operazione fra di loro, poiché tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: ché se, v. g., la Luna è impassibile, che volete che il Sole o altra stella operi in lei? sarà senz'alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d'oro. In oltre, a me pare che mentre che i corpi celesti concorrano alle generazioni ed alterazioni della Terra, sia forza che essi ancora sieno alterabili; altrettanto non so intendere che l'applicazione della Luna o del Sole alla Terra per far le generazioni fusse altro che mettere accanto alla sposa una statua di marmo, e da tal congiugnimento stare attendendo prole.

SIMPLICIO — La corruttibilità, l'alterazione, la mutazione etc. non son nell'intero globo terrestre, il quale quanto alla sua integrità è non meno eterno che il Sole o la Luna, ma è generabile e corruttibile quanto alle sue parti esterne; ma è ben vero che in esse la generazione e corruzione son perpetue, e come tali ricercano l'operazioni celesti eterne; e però è necessario che i corpi celesti sieno eterni.

SAGREDO — Tutto cammina bene; ma se all'eternità dell'intero globo terrestre non è punto progiudiziale (2) la corruttibilità delle parti superficiali, anzi questo esser generabile, corruttibile, alterabile etc. gli arreca grand'ornamento e perfezione, perché non potete e dovete voi ammetter alterazioni, generazioni etc. parimente nelle parti esterne de i globi celesti, aggiugnendo loro ornamento, senza diminuirgli perfezione o levargli l'azioni, anzi accrescendogliele, col far che non solo sopra la Terra, ma che scambievolmente fra di loto tutti operino, e la Terra ancora verso di loro?

SIMPLICIO — Questo non può essere, perché le generazioni, mutazioni etc. che si facesser, v. g., nella Luna, sarebber inutili e vane, et natura nihil frustra facit.

SAGREDO — E perché sarebbero elleno inutili e vane?

SIMPLICIO — Perché noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano, che tutte le generazioni, mutazioni etc. che si fanno in Terra, tutte, o mediatamente o immediatamente, sono indrizzate all'uso, al comodo ed al benefizio dell'uomo: per comodo de gli uomini nascono i cavalli, per nutrimento de' cavalli produce la Terra il fieno, e le nugole l'adacquano; per comodo e nutrimento de gli uomini nascono le erbe, le biade, i frutti, le fiere, gli uccelli, i pesci; ed in somma, se noi anderemo diligentemente esaminando e risolvendo tutto queste cose, troveremo il fine al quale tutte sono indrizzate esser il bisogno, l'utile, il comodo e il diletto de gli uomini. Or di quale uso potrebber esser mai al genere umano le generazioni che si facessero nella Luna o in altro pianeta? se già voi non voleste dire che nella Luna fussero uomini, che godesser de' suoi frutti; pensiero, o favoloso, o empio.

SAGREDO — Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi si facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo già come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si deva di necessità concludere che niuna alterazione vi si faccia, né vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano, non solamente diverse dalle nostre, ma lontanissime dalla nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E sì come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che non avesse cognizione alcuna dell'elemento dell'acqua, mai non gli potrebbe cadere nell'immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla Terra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente camminano, e non sopra la superficie solamente, come le fiere sopra la Terra, ma per entro tutta la profondità, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di più abitano ancora uomini e vi fabbricano palazzi e città, ed hanno tanta comodità nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le città intere in lontanissimi paesi; sì come, dico, io son sicuro che un tale, ancorché di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe già mai figurare i pesci, l'oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; così, e molto più, può accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, sieno sustanze e si facciano operazioni non solamente lontane, ma del tutto fuori, d'ogni nostra immaginazione, come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le nostre, e per ciò del tutto inescogitabili, avvengaché quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ché tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.

SALVIATI — Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle cose che non sieno né possan esser nella Luna, ma non già veruna di quelle che io creda che vi sieno e possano essere, se non con una larghissima generalità, cioè cose che l'adornino, operando e movendo e vivendo e, forse con modo diversissimo dal nostro, veggendo ed ammirando la grandezza e la bellezza del mondo e del suo Facitore e Rettore, e con encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che è quello che io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli Scrittor Sacri affermato, cioè una perpetua occupazione di tutte le creature in laudare Iddio.

SAGREDO — Queste sono delle cose che, generalissimamente parlando, vi possono essere; ma io sentirei volentieri ricordar quelle che ella crede che non vi sieno né possano essere, le quali è forza che più particolarmente si possano nominare.

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SALVIATI — Sia come vi piace. E per cominciar dalle cose più generali, io credo che il globo lunare sia differente assai dal terrestre, ancorché in alcune cose si veggano delle conformità: dico le conformità, e poi le diversità. Conforme è sicuramente la Luna alla Terra nella figura, la quale indubitabilmente è sferica, come di necessità si conclude dal vedersi il suo disco perfettamente circolare, e dalla maniera del ricevere il lume dal Sole, dal quale, se la superficie sua fusse piana, verrebbe tutta nell'istesso tempo vestita, e parimente poi tutta, pur in un istesso momento, spogliata di luce, e non prima le parti che riguardano verso il Sole e successivamente le seguenti, sì che giunta all'opposizione, e non prima, resta tutto l'apparente disco illustrato; di che, all'incontro, accaderebbe tutto l'opposito quando la sua visibil superficie fusse concava, cioè la illuminazione comincierebbe dalle parti avverse al Sole. Secondariamente, ella è, come la Terra, per sé stessa oscura ed opaca, per la quale opacità è atta a ricevere ed a ripercuotere il lume del Sole, il che, quando ella non fusse tale, far non potrebbe. Terzo, io tengo la sua materia densissima e solidissima non meno della Terra; di che mi è argomento assai chiaro l'esser la sua superficie per la maggior parte ineguale, per le molte eminenze e cavità che vi si scorgono mercé del telescopio: delle quale eminenze ve ne son molte in tutto e per tutto simili alle nostre più aspre e scoscese montagne, e vi se ne scorgono alcune tirate e continuazioni lunghe di centinaia di miglia; altre sono in gruppi più raccolti, e sonvi ancora molti scogli staccati e solitari, ripidi assai e dirupati; ma quello di che vi è maggior frequenza, sono alcuni argini (userò questo nome, per non me ne sovvenir altro che più gli rappresenti) assai rilevati, li quali racchiudono e circondano pianure di diverse grandezze, e formano varie figure, ma la maggior parte circolari, molte delle quali hanno nel mezzo un monte rilevato assai ed alcune poche son ripiene di materia alquanto oscura, cioè simile a quella delle gran macchie che si veggon con l'occhio libero, e queste sono delle maggiori piazze; il numero poi delle minori e minori è grandissimo, e pur quasi tutte circolari. Quarto, sì come la superficie del nostro globo è distinta in due massime parti, cioè nella terrestre e nell'acquatica, così nel disco lunare veggiamo una distinzion magna di alcuni gran campi più risplendenti e di altri meno: all'aspetto de i quali credo che sarebbe quello della Terra assai simigliante, a chi dalla Luna o da altra simile lontananza la potesse vedere illustrata dal Sole, ed apparirebbe la superficie del mare più oscura, e più chiara quella della terra. Quinto, sì come noi dalla Terra veggiamo la Luna or tutta luminosa, or mezza, or più, or meno, talor falcata, e talvolta ci resta del tutto invisibile, cioè quando è sotto i raggi solari, sì che la parte che riguarda la Terra resta tenebrosa; così appunto si vedrebbe dalla Luna, coll'istesso periodo a capello e sotto le medesime mutazioni di figure, l'illuminazione fatta dal Sole sopra la faccia della Terra.

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Reputo... la Luna differentissima dalla Terra, perché, se bene io mi immagino che quelli non sien paesi oziosi e morti, non affermo però che vi sieno movimenti e vita, e molto meno che vi si generino piante, animali o altre cose simili alle nostre, ma, se pur ve n'è, fussero diversissime, e remote da ogni nostra immaginazione: e muovomi a così credere, perché primamente, stimo che la materia del globo lunare non sia di terra e di acqua, e questo solo basta a torvi le generazioni e alterazioni simili alle nostre; ma, posto anco che lassù fosse acqua e terra, ad ogni modo non vi nascerebbero piante ed animali simili a i nostri, e questo per due ragioni principali. La prima è che per le nostre generazioni son tanto necessarii gli aspetti variabili del Sole, che senza essi il tutto mancherebbe: ora le abitudini del Sole verso la Terra son molto differenti da quelle verso la Luna. Noi, quanto all'illuminazion diurna, abbiamo nella maggior parte della Terra ogni ventiquattr'ore parte di giorno e parte di notte, il quale effetto nella Luna si fa in un mese; e quello abbassamento ed alzamento annuo per il quale il Sole ci apporta le diverse stagioni e la disegualità de i giorni e delle notti, nella Luna si finisce pur in un mese; e dove il Sole a noi si alza ed abbassa tanto, che dalla massima alla minima altezza vi corre circa quarantasette gradi di differenza, cioè quanto è la distanza dall'uno all'altro tropico, nella Luna non importa altro che gradi dieci o poco più, ché tanto importano le massime latitudini del dragone di qua e di là dall'eclittica. Considerisi ora qual sarebbe l'azione del Sole dentro alla zona torrida quanto e' durasse quindici giorni continui a ferirla con i suoi raggi, che senz'altro s'intenderà che tutte le piante, le erbe e gli animali si dispergerebbero; e se pur vi facessero generazioni, sarebber di erbe, piante ed animali diversissimi da i presenti. Secondariamente, io tengo per fermo che nella Luna non sieno pioggie, perché quando in qualche parte vi si congregassero nugole, come intorno alla Terra, ci verrebbero ad ascondere alcuna di quelle cose che noi col telescopio veggiamo nella Luna, ed in somma in qualche particella ci varierebber la vista; effetto che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai, ma sempre vi ho scorto una uniforme serenità purissima...

Oltre che, quando mi fusse domandato quello che la prima apprensione ed il puro naturale discorso mi detta circa il prodursi là cose simili o pur differenti dalle nostre, io direi sempre, differentissime ed a noi del tutto inimmaginabili, ché così mi pare che ricerchi la ricchezza della natura e l'onnipotenza del Creatore e Governatore.

SAGREDO — Estrema temerità mi è parsa sempre quella di coloro che voglion far la capacità umana misura di quanto possa e sappia operar la natura, dove che, all'incontro, e' non è effetto alcuno in natura, per minimo che e' sia, all'intera cognizion del quale possano arrivare i più specolativi ingegni. Questa così vana presunzione d'intendere il tutto non può aver principio da altro che dal non avere inteso mai nulla, perché, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come dell'infinità dell'altre conclusioni niuna ne intende.

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata prima.

Meccanica celeste

Salviati — Stabilito dunque cotal principio, si può immediatamente concludere che, se i corpi integrali del mondo devono esser di loro natura mobili, è impossibile che i movimenti loro sieno retti, o altri che circolari: e la ragione è assai facile e manifesta. Imperocché quello che si muove di moto retto, muta luogo; e continuando di muoversi, si va più e più sempre allontanando dal termine ond'ei si partì e da tutti i luoghi per i quali successivamente ei va passando; e se tal moto naturalmente se gli conviene, adunque egli da principio non era nel luogo suo naturale, e però non erano le parti del mondo con ordine perfetto disposte: ma noi supponghiamo, quelle esser perfettamente ordinate: adunque, come tali è impossibile che abbiano da natura di mutar luogo, ed in conseguenza di muoversi di moto retto. In oltre, essendo il moto retto di sua natura infinito, perché infinita e indeterminata è la linea retta, è impossibile che mobile alcuno abbia da natura principio di muoversi per linea retta, cioè verso dove è impossibile di arrivare, non essendo termine prefinito; e la natura, come ben dice Aristotele medesimo, non intraprende a fare quello che non può esser fatto, né intraprende a muovere dove è impossibile a pervenire. E se pur alcuno dicesse, che se bene la linea retta, ed in conseguenza il moto per essa, è produttibile in infinito, cioè interminato, tuttavia però la natura, per così dire, arbitrariamente gli ha assegnati alcuni termini e dato naturali istinti a' suoi corpi naturali di muoversi a quelli, io risponderò che ciò per avventura si potrebbe favoleggiare che fusse avvenuto dal primo caos, dove confusamente ed inordinatamente andavano indistinte materie vagando, per le quali ordinare la natura molto acconciamente si fusse servita de i movimenti retti, i quali, sì come movendo i corpi ben costituiti gli disordinano, così sono acconci a ben ordinare i pravamente disposti; ma dopo l'ottima distribuzione e collocazione è impossibile che in loro resti naturale inclinazione di più muoversi di moto retto, dal quale ora solo ne seguirebbe il rimuoversi dal proprio e natural luogo, cioè il disordinarsi. Possiamo dunque dire, il moto retto servire a condur le materie per fabbricar l'opera, ma fabbricata ch'ell'è, o restare immobile, o, se mobile, muoversi solo circolarmente; se però noi non volessimo dir con Platone, che anco i corpi mondani, dopo l'essere stati fabbricati e del tutto stabiliti, furon per alcun tempo dal suo Fattore mossi di moto retto, ma che dopo l'esser pervenuti in certi e determinati luoghi, furon rivolti a uno a uno in giro, passando dal moto retto al circolare, dove poi si son mantenuti e tuttavia si conservano: pensiero altissimo e degno ben di Platone, intorno al quale mi sovviene aver sentito discorrere il nostro comune amico Accademico Linceo (3); e se ben mi ricorda, il discorso fu tale. Ogni corpo costituito per qualsivoglia causa in istato di quiete, ma che per sua natura sia mobile, posto in libertà si moverà, tutta volta però ch'egli abbia da natura inclinazione a qualche luogo particolare; ché quando e' fusse indifferente a tutti, resterebbe nella sua quiete, non avendo maggior ragione di muoversi a questo che a quello. Dall'aver questa inclinazione ne nasce necessariamente che egli nel suo moto si anderà continuamente accelerando; e cominciando con moto tardissimo, non acquisterà grado alcuno di velocità, che prima e' non sia passato per tutti i gradi di velocità minori, o vogliamo dire di tardità maggiori: perché, partendosi dallo stato della quiete (che è il grado di infinita tardità di moto), non ci è ragione nissuna per la quale e' debba entrare in un tal determinato grado di velocità, prima che entrare in un minore, ed in un altro ancor minore prima che in quello; anzi par molto ben ragionevole passar prima per i gradi più vicini a quello donde ei si parte, e da quelli a i più remoti: ma il grado di dove il mobile piglia a muoversi è quello della somma tardità, cioè della quiete. Ora, questa accelerazion di moto non si farà se non quando il mobile nel muoversi acquista; né altro è l'acquisto suo se non l'avvicinarsi al luogo desiderato, cioè dove l'inclinazion naturale lo tira; e là si condurrà egli per la più breve, cioè per linea retta. Possiamo dunque ragionevolmente dire che la natura, per conferire in un mobile, prima costituito in quiete, una determinata velocità, si serva del farlo muover, per alcun tempo e per qualche spazio, di moto retto. Stante questo discorso, figuriamoci aver Iddio creato il corpo, v. g., di Giove, al quale abbia determinato di voler conferire una tal velocità, la quale egli poi debba conservar perpetuamente uniforme: potremo con Platone dire che gli desse di muoversi da principio di moto retto ed accelerato, e che poi, giunto a quel tal grado di velocità, convertisse il suo moto retto in circolare, del quale poi la velocità naturalmente convien esser uniforme.

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata prima.       

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... Io non posso finire di maravigliarmi come in uno intelletto umano si ritrovi una conserva di tutte le dottrine sparse in mille altri ingegni peregrini. Ho sentito in particolare nominarmi da lei con laude in quella ove diffusamente disputa della grandezza dell'universo, se si deve credere finito e infinito. Molto argute sono le ragioni che si apportano per l'una e per l'altra parte, ma nel mio cervello né quelle né queste concludono necessariamente, sì che resto sempre ambiguo quale delle due asserzioni sia vera; tuttavia un solo mio particolare discorso m'inclina più all'infinito che al terminato, essendo che non me lo so né posso immaginare né terminato né interminato e infinito; e perché l'infinito ratione sui non può essere compreso dal nostro intelletto circoscritto, debbo riferire la mia incomprensibilità alla infinità incomprensibile che alla finità, nella quale non richiede ragione di essere incomprensibile. Ma questa, come V. S. Ecc. liberamente afferma, è una di quelle questioni per avventura inesplicabili da i discorsi umani, simile forse alla predestinazione, al libero arbitrio, et ad altre, nelle quali le Sacre Pagine e le divine asserzioni sole piamente ci possono quietare...

Galileo, da Arcetri, a Fortunato Liceti, in Bologna, 24 settembre 1639. 

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(1)

Allude al salmo 18, e particolarmente al v. 5, In sole posuit tabernaculum suum, che secondo il card. Bellarmino costituiva uno dei passi della Scrittura più repugnanti alla opinione copernicana.

(2)

Forma arcaica per pregiudiziale.

(3)

Modo col quale Galileo designa nei Dialoghi se stesso. 


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