|
galilei galileo Il pensatore (a cura di Benedetto Brugia)
Contro l'Aristotelismo - Per l'indagine della natura Quello che V. S. mi scrive essergli intervenuto nel leggere il mio trattato Delle cose che stanno su l'acqua, cioè che quelli che da principio gli parvero paradossi, in ultimo gli riuscirono conclusioni vere e manifestamente dimostrate, sappia che è accaduto qua a molti, reputati per altri lor giudizi persone di gusto perfetto e saldo discorso. Restano solamente in contradizione alcuni severi difensori di ogni minuzia peripatetica, li quali, per quel che io posso comprendere, educati e nutriti sin dalla prima infanzia de i lor studii in questa opinione, che il filosofare non sia né possa esser altro che un far gran pratica sopra i testi di Aristotele, sì che prontamente ed in gran numero si possino da diversi luoghi raccorre ed accozzare per le prove di qualunque proposto problema, non vogliono mai sollevar gli occhi da quelle carte, quasi che questo gran libro del mondo non fosse scritto dalla natura per esser letto da altri che da Aristotele, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità. Questi, che si sottopongono a così strette leggi, mi fanno sovvenire di certi obblighi a i quali tal volta per ischerzo si astringono capricciosi pittori, di voler rappresentare un volto umano o altra figura con l'accozzamento ora de' soli strumenti dell'agricoltura, ora de' frutti solamente o de' fiori di questa o di quella stagione: le quali bizzarrie, sin che vengono proposte per ischerzo, son belle e piacevoli, e mostrano maggior perspicacia in questo artefice che in quello, secondo che egli averà saputo più acconciamente elegger ed applicar questa cosa o quella alla parte imitata; ma se alcuno, per aver forse consumati tutti i suoi studii in simil foggia di dipingere, volesse poi universalmente concludere, ogni altra maniera d'imitare esser imperfetta e biasimevole, certo che 'l Cigoli (1) e gli altri pittori illustri si riderebbono di lui. Terza lettera a Marco Velseri delle macchie del sole, dicembre 1612. * * * Questo solo soggiugnerò, parermi azione non interamente da vero filosofo il voler persistere, siami lecito dir, quasi ostinatamente in sostener conclusioni peripatetiche scoperte manifestamente false, persuadendosi forse che Aristotele, quando nell'età nostra si ritrovasse, fosse per far il medesimo; quasi che maggior segno di perfetto giudizio e più nobil effetto di profonda dottrina sia il difendere il falso, che 'l restar persuaso del vero. E parmi che simili ingegni dieno occasione altrui di dubitare, che loro per avventura apprezzin manco l'esattamente penetrar la forza delle peripatetiche e delle contrarie ragioni, che 'l conservar l'imperio dell'autorità d'Aristotele, come ch'ella sia bastante con tanto lor minor travaglio e fatica a schivargli tutte l'opposizioni pericolose, quanto è men difficile il trovar testi e 'l confrontar luoghi, che l'investigar conclusioni vere e 'l formar di loro nuove e concludenti dimostrazioni. E parmi, oltre a ciò, che troppo vogliamo abbassar la condizion nostra, e non senza qualche offesa della natura e direi quasi della divina Benignità (la quale per aiuto all'intender la sua gran costruzione ci ha conceduti 2000 anni più d'osservazioni, e vista 20 volte più acuta, che ad Aristotele), col voler più presto imparar da lui quello ch'egli né seppe né potette sapere, che da gli occhi nostri e dal nostro proprio discorso. Terza lettera a Marco Velseri delle macchie del sole, dicembre 1612. * * * Tra 'l filosofare e lo studiar filosofia ci è quella differenzia appunto che tra 'l disegnar dal naturale e 'l copiare i disegni: e sì come per assuefarsi a maneggiar la penna con ordine ed in buono stile, è bene cominciare a ritrarre i buoni disegni fatti da artefici eccellenti, così, per eccitar e 'ndirizzar la mente al ben filosofare, è utile il vedere ed osservar le cose già da altri filosofando investigate, ed in particolare le vere e sicure, quali sono principalmente le matematiche. E come quelli che mai non venisse al ritrar da la natura, ma sempre continuasse in copiar disegni e quadri, non solo non potrebbe divenir perfetto pittore, ma né anco buon giudice delle pitture, non si essendo assuefatto a distinguere il buono dal cattivo, il bene imitato dal mal rappresentato, col riconoscere ne i naturali stessi per mille e mille esperienze gli effetti veri de gli scorci, dei dintorni, dei lumi, dell'ombre, dei riflessi, e l'infinite mutazioni delle varie vedute; così l'occuparsi sempre ed il consumarsi sopra gli scritti d'altri senza mai sollevar gli occhi all'opere stesse della natura, cercando di riconoscere in quelle le verità già ritrovate e d'investigar alcuna de l'infinite che restano a scoprirsi, non farà mai un uomo filosofo, ma solamente uno studioso e pratico ne gli scritti d'altri di filosofia. Io non credo che voi stimassi per buon pittore uno che avesse fatta una gran pratica nelle carte e nelle tavole di tutti i pittori, sì che prontamente riconoscesse le maniere di questo e di quello, e quell'attitudine venir da Michelangiolo, quella da Raffaello, quel gruppo dal Rosso (2), quell'altro dal Salviati (3), e che anco le sapesse copiare. Postille alla Disputatio de phœnomenis in orbe Lunæ. * * * Il dire che l'opinioni più antiche ed inveterate sieno le migliori, è improbabile; perché, sì come di un uomo particolare l'ultime determinazioni par che sieno le più prudenti, e che con gli anni cresca il giudizio, così della universalità de gli uomini per ragionevole, l'ultime determinazioni sien le più vere. Fannosi liti e dispute sopra l'interpretazione d'alcune parole del testamento d'un tale, perché il testatore è morto; che se fusse vivo, sarebbe pazzia il ricorrer ad altri che a lui medesimo per la determinazione del senso di quanto egli aveva scritto. Ed in simil guisa è semplicità l'andar cercando i sensi delle cose della natura nelle carte di questo e di quello il più che nell'opere della natura la quale vive sempre ed operante ci sta sempre avanti a gli occhi, veridica ed immutabile in tutte le cose sue. Sembrano i Peripatetici verso Aristotele quel vetturale, il quale vedendo pender la soma delle mercanzie mal compartite da una banda, corrono a librarla con una grave pietra aggiunta dall'altra; quindi a poco, cominciando a declinare dal lato dove aggiunsero il sasso, occorrono con un altro a pareggiarla dal lato opposto; il qual di nuovo eccedendo in gravità, fa por nuove pietre all'incontro: né trovando il poco giudizio del mulattiere il giusto equilibrio, finalmente con l'aggiugner molti pesi sopra pesi fa che 'l povero animale si fiacca le gambe, e resta sotto l'inegual soma oppresso. Meglio da principio cominciar a levar via della roba soverchia. È bella cosa il sentire alcuni Peripatetici, ignoranti di matematica, farsi avanti con dire che Aristotele fu così gran matematico quant'altri; quasi che tanto basti, e che Aristotele ne abbia saputo per sé e per loro. Frammenti di data incerta. * * * Parmi... di scorgere nel Sarsi (4) ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all'opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d'un altro, ne dovesse in tutti rimanere sterile e infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d'un uomo, come l'Iliade e l'Orlando Furioso, libri ne' quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Sig. Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. Il Saggiatore, 1623. * * * La più largamente nota tra le opere di Galileo è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo: avremo a riportarne più brani. Gl'interlocutori di questo celeberrimo Dialogo sono tre: Filippo Salviati da Firenze (1582-1614), Gianfrancesco Sagredo da Venezia (1571-1620) ed un personaggio immaginario, Simplicio. I primi due, discepoli e poi amici carissimi di Galileo, sono stati introdotti nel Dialogo per l'affetto che loro professava il nostro Grande, con l'intento d'immortalare i loro nomi. Salviati rappresenta Galileo stesso ed espone le idee di lui; Sagredo personifica il profano colto, disposto favorevolmente alle nuove dottrine, e di cui Galileo si serve per enunciare qualche idea di cui non vuole assumere la piena responsabilità, dubitando ancora sulla sua rispondenza al vero, ma che crede però opportuno sia introdotta nella discussione; Simplicio è l'aristotelico, che vuole far prevalere l'autorità dello Stagirita, ed in genere degli scrittori, ai dati della esperienza: non sembra abbia raffigurato nella mente di Galilei una determinata persona, e men che mai Urbano VIII, come i nemici di Galileo vollero far credere. SIMPLICIO — Io, per dire il vero, non ho fatto né sì lunghe né sì diligenti osservazioni, che mi possano bastare a esser ben padrone del quod est di questa materia; ma voglio in ogni modo farle, e poi provarmi io ancora se mi succedesse concordare quel che ci porge l'esperienza con quel che ci dimostra Aristotele, perché chiara cosa è che due veri non si possono contrariare. SALVIATI — Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che vi mostrerà il senso con le più salde dottrine d'Aristotele, non ci averete una fatica al mondo. E che ciò sia vero, Aristotele non dic'egli che delle cose del cielo, mediante la gran lontananza, non se se ne può molto resolutamente trattare? SIMPLICIO — Dicelo apertamente. SALVIATI — Il medesimo non afferm'egli che quello che l'esperienza e il senso ci dimostra, si deve anteporre ad ogni discorso, ancorché ne paresse ben fondato? e questo non lo dic'egli resolutamente e senza punto titubare? SIMPLICIO — Dicelo. SALVIATI — Adunque di queste due proposizioni, che sono ambedue dottrine d'Aristotele, questa seconda, che dice che bisogna anteporre il senso al discorso, è dottrina molto più ferma e risoluta che l'altra, che stima il cielo inalterabile; e però più aristotelicamente filosoferete dicendo «Il cielo è alterabile, perché così mi mostra il senso», che se direte «Il cielo è inalterabile, perché così persuade il discorso di Aristotele». Aggiugnete che noi possiamo molto meglio di Aristotele discorrer delle cose del cielo, perché, confessando egli cotal cognizione esser a lui difficile per la lontananza da i sensi, viene a concedere che quello a chi i sensi meglio lo potessero rappresentare, con sicurezza maggiore potrebbe intorno ad esso filosofare: ora noi, mercé del telescopio, ce lo siam fatto vicino trenta o quaranta volte più che vicino non era ad Aristotele, sì che possiamo scorgere in esso cento cose che egli non potette vedere, e tra le altre queste macchie nel Sole, che assolutamente ad esso furono invisibili: adunque del cielo e del Sole più sicuramente possiamo noi trattare che Aristotele. SAGREDO — Io sono nel cuore al Sig. Simplicio, e veggo che e' sente muovere assai dalla forza di queste pur troppo concludenti ragioni; ma, dall'altra banda, il vedere la grande autorità che si è acquistata Aristotele appresso l'universale, il considerare il numero de gli interpreti famosi che si sono affaticati per esplicare i suoi sensi, il vedere altre scienze, tanto utili e necessarie al pubblico, fondar gran parte della stima e reputazion loro sopra il credito d'Aristotele, lo confonde e spaventa assai; e me lo par sentir dire: «E a chi si ha da ricorrere per definire le nostre controversie, levato che fusse di seggio Aristotele? qual altro autore si ha da seguitare nelle scuole, nelle accademie, negli studii? qual filosofo ha scritto tutte le parti della natural filosofia, e tanto ordinatamente, senza lasciar indietro pur una particolar conclusione? adunque si deve desolar quella fabbrica, sotto la quale si ricuoprono tanti viatori? si deve destrugger quell'asilo, quel Pritaneo, dove tanto agiatamente si ricoverano tanti studiosi, dove, senza esporsi all'ingiurie dell'aria, col solo rivoltar poche carte, si acquistano tutte le cognizioni della natura? si ha da spiantar quel propugnacolo, dove contro ad ogni nimico assalto in sicurezza si dimora?». Io gli compatisco, non meno che a quel signore che, con gran tempo, con spesa immensa, con l'opera di cento e cento artefici, fabbricò nobilissimo palazzo, e poi lo vegga, per esser stato mal fondato, minacciar rovina, e che, per non vedere con tanto cordoglio disfatte le mura di tante vaghe pitture adornate, cadute le colonne sostegni delle superbe logge, caduti i palchi dorati, rovinati gli stipiti, i frontespizi e le cornici marmoree con tanta spesa condotte, cerchi con catene, puntelli, contrafforti, barbacani e sorgozzoni di riparare alla rovina. SALVIATI — Eh non tema già il Sig. Simplicio di simil cadute: io con sua assai minore spesa torrei ad assicurarlo del danno. Non ci è pericolo che una moltitudine sì grande di filosofi accorti e sagaci si lasci sopraffare da uno o dua, che faccino un poco di strepito; anzi non pure col voltargli contro le punte delle lor penne, ma col solo silenzio, gli metteranno in disprezzo e derisione appresso l'universale. Vanissimo è il pensiero di chi credesse introdur nuova filosofia col reprovar questo o quello autore: bisogna prima imparar a rifare i cervelli degli uomini, e rendergli atti a distinguere il vero dal falso, cosa che solo Dio la può fare. Ma d'un ragionamento in un altro dove siamo noi trascorsi? Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata prima. * * * SALVIATI — Se questo di che si disputa fusse qualche punto di legge o di altri studii umani, ne' quali non è né verità né falsità, si potrebbe confidare assai nella sottigliezza dell'ingegno e nella prontezza del dire e nella maggior pratica ne gli scrittori, e sperare che quello che eccedesse in queste cose, fusse per far apparire e giudicar la ragione sua superiore; ma nelle scienze naturali, le conclusioni delle quali son vere e necessarie né vi ha che far nulla l'arbitrio umano, bisogna guardarsi di non si porre alla difesa del falso, perché mille Demosteni e mille Aristoteli resterebbero a piede contro ad ogni mediocre ingegno che abbia auto ventura di apprendersi al vero. Però, Sig. Simplicio, toglietevi pur giù dal pensiero e dalla speranza che voi avete, che possano esser uomini tanto più dotti, eruditi e versati ne i libri, che non siamo noi altri, che al dispetto della natura sieno per far divenir vero quello che è falso. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata prima. * * * SIMPLICIO — Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando le cose di ieri (5), e veramente trovo di molte belle, nuove e gagliarde considerazioni; con tutto ciò mi sento stringer assai più dall'autorità di tanti grandi scrittori, ed in particolare... Voi scotete la testa, signor Sagredo, e sogghignerete, come se io dicessi qualche grande esorbitanza. SAGREDO — Io sogghigno solamente, ma credetemi ch'io scoppio nel voler far forza di ritener le risa maggiori, perché mi avete fatto sovvenire di un bellissimo caso, al quale io mi trovai presente, non sono molti anni, insieme con alcuni altri nobili amici miei, i quali vi potrei ancora nominare. SALVIATI — Sarà bene che voi ce lo raccontiate, acciò forse il signor Simplicio non continuasse di creder d'avervi esso mosse le risa. SAGREDO — Sono contento. Mi trovai un giorno in casa un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità convenivano talvolta a veder qualche taglio di notomia per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno che si andava ricercando l'origine e nascimento dei nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca il grandissimo ceppo dei nervi, si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentiluomo ch'egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s'ei restava ben pago e sicuro l'origine dei nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, dopo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d'Aristotele non fusse in contrario, ché apertamente dice i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera. SIMPLICIO — Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell'origine dei nervi non è mica così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade. SAGREDO — Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contraddittori; ma questo che voi dite non diminuisce punto la stravaganza della risposta del peripatetico, il quale contro a così sensata esperienza non produsse altre esperienze o ragioni di Aristotele, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit. SIMPLICIO — Aristotele non si è acquistata sì grande autorità, se non per forza delle sue dimostrazioni e della profondità dei suoi discorsi; ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver tanta gran pratica ne' suoi libri che se ne sia formata un'idea perfettissima, in modo che ogni suoi detto vi sia sempre innanzi alla mente; perché e' non ha scritto per il volgo, né si è obbligato a infilzare i suoi sillogismi col metodo triviale ordinato; anzi, servendosi del perturbato, ha messo talvolta la prova di una proposizione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa; e però bisogna aver tutta quella grande idea, e saper combinar questo passo con quello, accozzar questo testo con un altro remotissimo; ch'ei non è dubbio che chi avrà questa pratica saprà cavar da' suoi libri le dimostrazioni di ogni scibile, perché in essi è ogni cosa. SAGREDO — Ma, signor Simplicio mio, come l'esser le cose disseminate in qua e in là non vi dà fastidio, e che voi crediate con l'accozzamento e con la combinazione di varie particelle trarne il sugo, questo che voi dite e gli altri filosofi bravi farete con i testi d'Aristotele, farò io con i versi di Virgilio o di Ovidio, formandone centoni, ed esplicando con quelli tutti gli affari degli uomini e i segreti della natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? Io ho un libretto assai più breve di Aristotele e d'Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea; e questo è l'alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o con quell'altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbii, e ne trarrà gl'insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore dai semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l'accozzare un poco di questo e di quell'altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né occhi, né penne, né squamme, né foglie, né sassi. Anzi, pure è necessario che nessuna delle cose da imitarsi o parte alcuna di quelle, sieno attualmente tra i colori, volendo che con essi si possano rappresentare tutte le cose; ché se vi fussero, v. g., penne, queste non servirebbero per dipingere altro che uccelli o pennacchi. SALVIATI — E' son vivi e sani alcuni gentiluomini che furono presenti quando un dottor leggente in uno studio famoso, nel sentir circoscrivere il telescopio da sé non ancora veduto, disse che l'invenzione era presa da Aristotele; e fattosi portare un testo, trovò certo luogo dove si rende la ragione onde avvenga che dal fondo d'un pozzo molto cupo si possono di giorno veder le stelle in Cielo; e disse ai circostanti: Eccovi il pozzo, che denota il cannone; eccovi i vapori grossi, da' quali è tolta l'invenzione dei cristalli, ed eccovi finalmente fortificata la vista nel passare i raggi per il diafano più denso ed oscuro. SAGREDO — Questo è un modo di contener tutti gli scibili assai simile a quello col quale un marmo contiene in sé una bellissima, anzi mille bellissime statue; ma il punto sta a saperle scoprire; o vogliam dire che e' sia simile alle profezie di Giovacchino, o a' responsi degli oracoli de' gentili, che non s'intendono se non dopo gli eventi delle cose profetizzate. SALVIATI — E dove lasciate voi le predizioni dei genetliaci, che tanto chiaramente dopo l'esito si veggono nel tema, o vogliam dire nella figura celeste? SAGREDO — In questa guisa trovano gli alchimisti, guidati dall'umore melanconico, tutti i più elevati ingegni del mondo non aver veramente scritto mai d'altro che del modo di far l'oro; ma per dirlo senza palesarlo al volgo, esser andati ghiribizzando chi questa chi quell'altra maniera di adombrarlo sotto varie coperte; e piacevolissima cosa è il sentire i comenti loro sopra i poeti antichi, ritrovando i misteri importantissimi che sotto le favole loro si nascondono; e quello che importino gli amori della Luna, e 'l suo scendere in Terra per Endimione; l'ira sua contra Atteone; e quando Giove si converte in pioggia d'oro, e quando in fiamme ardenti; e quanti gran secreti dell'arte sieno in quel Mercurio interprete, in quei ratti di Plutone, in quei rami d'oro. SIMPLICIO — Io credo, e in parte so, che, non mancano al mondo de' cervelli molto stravaganti, le vanità de' quali non dovrebbero ridondare in pregiudizio d'Aristotele, del quale mi par che voi parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichità e 'l gran nome che si è acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati, dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati. SALVIATI — Il fatto non cammina così, signor Simplicio: sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi che danno occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione di stimarlo meno, quando noi volessimo applaudere alle loro leggerezze. E voi, ditemi in grazia, sete così semplice che non intendiate che, quando Aristotele fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse dubbio che, quando Aristotele vedesse le novità scoperte in Cielo, e' non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri, e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimemente s'inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che, quando Aristotele fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti ai sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorità ad Aristotele, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile il coprirsi sotto lo scudo d'un altro che 'l comparire a faccia aperta, temono, né si ardiscono d'allontanarsi un sol passo; e più tosto che mettere qualche alterazione nel Cielo di Aristotele, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel Cielo della natura. SAGREDO — Questi tali mi fan sovvenire di quello scultore che, avendo ridotto un gran pezzo di marmo all'immagine non so se d'un Ercole o d'un Giove fulminante, e datogli con mirabile artifizio tanta vivacità e fierezza, che moveva spavento a chiunque lo rimirava, esso ancora cominciò ad averne paura, sebben tutto lo spirito e la movenza era opera delle sue mani; e il terrore era tale, che più non si sarebbe ardito di affrontarlo con le subbie e 'l mazzuolo. SALVIATI — Io mi son più volte maravigliato come possa esser che questi puntuali mantenitori d'ogni detto d'Aristotele non si accorgano di quanto gran pregiudizio e' sieno alla reputazione ed al credito di quello, e quanto nel volergli accrescere autorità gliene detraggono; perché, mentre io li veggo ostinati in volere sostener proposizioni, le quali io tocchi con mano esser manifestamente false, ed in volermi persuadere che così far convenga al vero filosofo, e che così farebbe Aristotele medesimo, molto si diminuisce in me l'opinione che egli abbia rettamente filosofato intorno ad altre conclusioni a me più recondite; ché quando io li vedessi cedere e mutare opinione per le verità manifeste, io crederei che in quelle dove e' persistessero potessero avere salde dimostrazioni da me non intese o sentite. SAGREDO — Ovvero, quando gli paresse di metter troppo della lor reputazione e di quella d'Aristotele nel confessar di non aver saputa questa o quella conclusione ritrovata da un altro, non sarebb'ei manco male il ritrovarla tra i suoi testi, con l'accozzarne diversi, conforme alla pratica significataci dal signor Simplicio? perché se vi è ogni scibile, è ben anco forza vi si possa ritrovare. SALVIATI — Signor Sagredo, non vi fate beffe di questo avvedimento, che mi par che lo proponghiate burlando; perché non è gran tempo che avendo un filosofo di gran nome composto un libro dell'Anima, nel quale, in riferir l'opinione d'Aristotele circa l'esser o non essere immortale, adduceva molti testi (non già dei citati da Alessandro, perché in quelli diceva che Aristotele non trattava né anco di tal maniera, non che determinasse cosa veruna attenente a ciò, ma altri da sé ritrovati in altri luoghi reconditi che piegavano al senso pernizioso) e venendo avvisato che egli avrebbe avute delle difficoltà nel farlo licenziare, riscrisse all'amico che non però restasse di procurarne la spedizione, perché, quando non se gli intraversasse altro ostacolo, non aveva difficultà niuna circa il mutare la dottrina d'Aristotele, e con altre esposizioni e con altri testi sostenere l'opinione contraria pur conforme alla mente d'Aristotele. SAGREDO — O questo dottor sì che mi può comandare, che non si vuol lasciar infinocchiare da Aristotele, ma vuol esso menar lui per il naso, e farlo dire a suo modo! Vedete quanto importa il saper pigliare il tempo opportuno: ei non si deve ridurre a negoziar con Ercole, mentre è imbizzarrito e su le furie, ma quando sta favoleggiando tra le Meonie Ancelle. Ah viltà inaudita d'ingegni servili: farsi spontaneamente mancipio, accettar per inviolabili decreti, obbligarsi a chiamarsi persuaso e convinto da argomenti che sono tanto efficaci e chiaramente concludenti, che gli stessi non sanno risolversi s'e'sien pure scritti in quel proposito, o se e' servano per provar quella tal conclusione! Ma dichiamo la pazzia maggiore, che tra lor medesimi sono ancora dubbii se l'istesso autore abbia tenuto la parte affermativa o la negativa. È egli questo un far loro oracolo una statua di legno, ed a quella correr per i responsi, quella temere, quella riverire, quella adorare? SIMPLICIO — Ma quando si lasci Aristotele, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? Nominate, voi, qualche autore. SALVIATI — Ci è bisogno di scorta nei paesi incogniti e selvaggi, ma nei luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti a casa. Ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta; né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotele, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto, e senza cercarne altra ragione si debba avere per decreto inviolabile. Il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo, ed è che altri non si applica più a cercar d'intender la forza delle sue dimostrazioni. E qual cosa è più vergognosa che 'l sentir nelle pubbliche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili, uscir un di traverso con un testo, e ben spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all'avversario? Ma, quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai si usurpino l'onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva, per non entrare in un pelago infinito, del quale in tutt'oggi non si uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni vostre o di Aristotele, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata seconda. * * * Forse crede il Sarsi, che de' buoni filosofi se ne trovino le squadre intere dentro ogni ricinto di mura? Io, signor Sarsi, credo che volino come aquile, e non come gli storni. È ben vero che quelle, perché son rare, poco si veggono e meno si sentono; e questi che volano a stormo, dovunque si posano empiendo il ciel di strida e di rumori, metton sossopra il mondo. Ma pur fossero i veri filosofi come l'aquile e non più tosto come la fenice! Signor Sarsi, infinita è la turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla; assai son quelli che sanno pochissimo di filosofia; pochi son quelli che ne sanno qualche piccola cosetta; pochissimi quelli che ne sanno qualche particella; un solo Dio è quello che la sa tutta. Sì che, per dir quel ch'io voglio inferire, trattando della scienza che per via di dimostrazione e di discorso umano si può dagli uomini conseguire, io tengo per fermo che quanto più essa participerà di perfezione, tanto minor numero di conclusioni prometterà d'insegnare, tanto minor numero ne dimostrerà ed in conseguenza tanto meno alletterà, e tanto minore sarà il numero de' suoi seguaci: ma, per l'opposito, la magnificenza dei titoli, la grandezza e numerosità delle promesse, attraendo la natural curiosità degli uomini e tenendogli perpetuamente ravvolti in fallacie e chimere, senza mai far loro gustar l'acutezza d'una sola dimostrazione, onde il gusto risvegliato abbia a conoscer l'insipidezza dei suoi cibi consueti, ne terrà numero infinito occupato; e gran ventura sarà d'alcuno che, scorto da straordinario lume naturale, si saprà torre dai tenebrosi e confusi laberinti nei quali si sarebbe coll'universale andato sempre aggirando e tuttavia più avviluppando. Il giudicar dunque dell'opinioni d'alcuno in materia di filosofia dal numero dei seguaci, lo tengo poco sicuro. Ma ben ch'io stimi piccolissimo poter essere il numero dei seguaci della miglior filosofia, non però concludo, pel converso, quelle opinioni e dottrine esser necessariamente perfette, le quali hanno pochi seguaci; imperocché io intendo molto bene potersi da alcuno tenere opinioni tanto erronee, che da tutti gli altri restino abbandonate. Il Saggiatore, 1623. * * * ... Tra le sicure maniere per conseguire la verità, è l'anteporre l'esperienze a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in esso, almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non sendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero: e questo è pure precetto stimatissimo da Aristotele e di gran lunga anteposto al valore ed alla forza dell'autorità di tutti gli huomini del mondo, la quale V. S. medesima ammette che non pure non doviamo cedere alle autorità di altri, ma doviamo negarla a noi medesimi, qualunque volta incontriamo il senso mostrarci il contrario. Or qui... mi par d'esser giudicato per contrario al filosofar peripatetico da quelli che sinistramente si servono del sopradetto precetto, purissimo e sicurissimo, cioè che vogliono che il ben filosofare sia il ricevere e sostenere qual si voglia detto e proposizione scritta da Aristotele, alla cui assoluta autorità si sottopongono, e per mantenimento della quale si inducono a negare esperienze sensate o a dare strane interpretazioni a' testi di Aristotele, per dichiarazione e limitazione de i quali bene spesso farebbero dire al medesimo filosofo altre cose non meno stravaganti e sicuramente lontane dalla sua imaginazione. Non repugna che un grande artefice habbia sicurissimi e perfettissimi precetti nell'arte sua, e che talvolta nell'operare erri in qualche particolare; come, per esempio, che un musico o un pittore, possedendo i veri precetti dell'arte, faccia nella pratica qualche dissonanza, o inavvertentemente alcuno errore in prospettiva. Io dunque, perché so che tali artefici non pure possedevano i veri precetti, ma essi medesimi ne erano stati li inventori, vedendo qualche mancamento in alcuna delle loro opere, devo riceverlo per ben fatto e degno di esser sostenuto ed imitato, in virtù dell'autorità di quelli? Qui certo non presterò io il mio assenso. Voglio aggiungere per ora questo solo: che io mi rendo sicuro che se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci, in virtù delle mie poche contradizioni, ma ben concludenti, molto più che moltissimi altri che, per sostenere ogni suo detto per vero vanno espiscando (6) da i suoi testi concetti che mai li sariano caduti in mente. E quando Aristotele vedesse le novità scoperte novamente in cielo, dove egli affermò quello essere inalterabile, perché niuna alterazione vi si era sino allora veduta, indubitatamente egli, mutando opinione, direbbe ora il contrario; ché ben si raccoglie, che mentre ci dice il cielo esser inalterabile, perché non vi si era veduta alterazione, direbbe ora essere alterabile, perché alterazioni vi si scorgono... Galileo, da Arcetri, a Fortunio Liceti, in Padova, 15 settembre 1640.
Il sistema copernicano - Scienza e fede Non può mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma sono i suoi decreti d'assoluta ed inviolabile verità. Solo [deve aggiungersi], che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, e anco talvolta l'obblivione delle cose passate e l'ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi all'incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d'esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n'additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti. Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa di esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell'ultimo luogo: perché, precedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti naturali che la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura, ch'avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com'ogni effetto di natura. Anzi, se per questo solo rispetto, d'accomodarsi alla capacità de' popoli rozzi e indisciplinati, non s'è astenuta la Scrittura d'adombrare de' suoi principalissimi dogmi, attribuendo sino all'istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentalmente di Terra o di Sole o d'altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole? e massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata l'intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute. Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l'addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl'interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l'impegnar i luoghi della Scrittura e obbligarli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a gli umani ingegni? chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de' quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità... Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l'astronomia... Lettera a p. Benedetto Castelli, 21 dicembre 1613. * * * Niccolò Copernico fu uomo non pur cattolico, ma religioso canonico, fu chiamato a Roma sotto Leone X, quando nel concilio lateranense si trattava la emendazione del calendario ecclesiastico, facendosi capo a lui come grandissimo astronomo. Restò nondimeno indecisa tal riforma per questa sola cagione, perché la quantità degli anni e dei mesi dei moti del Sole e della Luna non erano abbastanza stabiliti: ond'egli d'ordine del vescovo Semproniense, che allora era sopracapo di questo negozio, si messe con nuove osservazioni ed accuratissimi studi all'investigazione di tali periodi; e ne conseguì insomma tal cognizione, che non solo regolò tutti i moti dei corpi celesti, ma si meritò il titolo di sommo astronomo, la cui dottrina fu poi seguitata da tutti, e conforme ad essa regolato ultimamente il calendario. Ridusse le sue fatiche intorno ai corsi e costruzioni dei corpi celesti in tredici libri, i quali a richiesta di Niccolò Scobergio, cardinale capuano, mandò in luce, e gli dedicò a Papa Paolo III, e da quel tempo in qua si son veduti pubblicamente senza scrupolo alcuno. Ora questi buoni frati, solo per un sinistro affetto contro di me, sapendo ch'io stimo quest'autore, si vantano di dargli il premio delle sue fatiche con farlo dichiarare eretico. Ma quello ch'è più degno di considerazione, la prima lor mossa contro di questa opinione fu il lasciarsi metter su da certi miei maligni, che gliela dipinsero per opera mia propria, senza dir loro ch'ella fusse già settant'anni fa stampata; e questo medesimo stile vanno tenendo altre persone, nelle quali d'imprimere sinistro concetto di me: e questo loro va succedendo in modo tale, che, essendo pochi giorni sono arrivato qua monsignore Gherardini, vescovo di Fiesole, nelle prime visite a pien popolo, dove si abbatterono alcuni amici miei, proruppe con grandissima veemenza contro di me, mostrandosi gravemente alterato, e dicendo che vi era per far gran passata con le LL. AA. Serenissime, poiché tal mia stravagante opinione ed erronea, dava che dire assai in Roma; e forse avrà a quest'ora fatto il debito suo, se già non l'ha ritenuto l'essere destramente fatto avvertito che l'autore di questa dottrina non è altrimenti un fiorentino vivente, ma un tedesco morto, che la stampò già 70 anni sono, dedicando il libro al sommo pontefice. Lettera a mons. Piero Dini, Firenze, 16 febbraio 1615. * * * Risponderò succintamente alla cortesissima lettera di V. S. molto Illustre e Reverendissima, non mi permettendo il poter fare altrimenti il mio cattivo stato di sanità. Quanto al primo particolare ch'ella mi tocca, che al più che potesse esser deliberato circa il libro del Copernico, sarebbe il mettervi qualche postilla che la sua dottrina fosse introdotta per salvare le apparenze, nel modo che altri introdussero gli eccentrici e gli epicicli, senza poi credere che veramente sieno in natura, gli dico (rimettendomi sempre a chi più di me intende, e solo per zelo che ciò che si è per fare sia fatto con ogni maggior cautela) che, quanto al salvare l'apparenza, il medesimo Copernico aveva già per avanti fatta la fatica, e satisfatto alla parte degli astrologi secondo la consueta e ricevuta maniera di Tolomeo; ma che poi, vestendosi l'abito di filosofo, e considerando se tal costituzione delle parti dell'Universo poteva realmente sussistere in rerum natura, e veduto che no, e parendogli pure che il problema della vera costituzione fusse degno d'esser ricercato, si messe all'investigazione di tal costituzione, conoscendo che se una disposizione di parti finta e non vera poteva satisfar alle apparenze, molto più ciò si avrebbe ottenuto dalla vera e reale; e nell'istesso tempo si sarebbe in filosofia guadagnato una cognizione tanto eccellente, qual è il sapere la vera disposizione delle parti del Mondo. E trovandosi egli per le osservazioni e studi di molti anni copiosissimo di tutti i particolari accidenti osservati nelle stelle, senza i quali tutti diligentissimamente appresi e prontissimamente affissi nella mente, è impossibile il venir in notizia di tal mondana costituzione, con replicati studi e lunghissime fatiche conseguì quello che l'ha reso poi ammirando a tutti quelli che con diligenza lo studiano, sì che restino capaci dei suoi progressi; talché il voler persuadere che il Copernico non stimasse vera la mobilità della Terra, per mio credere, non potrebbe trovar assenso, se non forse appresso chi non l'avesse letto, essendo tutti sei i suoi libri pieni di dottrina dipendente dalla mobilità della Terra, e quella esplicante e conservante. E se egli nella sua dedicatoria molto ben intende e confessa che la posizione della mobilità della Terra era per farlo reputare stolto appresso l'universale, il giudizio del quale egli dice di non curare, molto più stolto sarebbe egli stato a voler farsi reputare per tale per un'opinione da sé introdotta, ma non interamente e veramente creduta. Lettera a mons. Piero Dini, Firenze, 23 marzo 1615. * * * Io scrissi 8 giorni fa a V. S. molto I. e Rev.ma, rispondendo alla cortesissima sua delli 2 stante, e la risposta fu brevissima; perché mi trovavo, come anco di presente, tra medici e medicine, travagliato di corpo e di mente per molti rispetti, e in particulare per non veder venire a un fine di questi rumori, promossi senza nissuna mia colpa contro di me, e ricevuti, per quanto mi pare, da' superiori come se io fussi il primo motore di queste cose; le quali per me sariano dormite sempre, parlo dell'entrare nelle Scritture Sacre, nelle quali non è mai entrato astronomo nessuno né filosofo naturale che stia dentro a i suoi termini: e mentre io seguo la dottrina di un libro ammesso da S.ta Chiesa, e mi escono per traverso filosofi nudissimi di simili dottrine e mi dicono che in esse son proposizioni contro alla fede, ed io voglio, per quanto posso, mostrar che forse loro s'ingannano, mi vien serrata la bocca ed ordinato ch'io non entri in Scritture; che è quanto a dire, il libro del Copernico, ammesso da S.ta Chiesa, contiene in sé eresie, e si permette a chiunque per tale lo vuol predicare il poterlo fare, e si vieta a chi volesse mostrare che e' non contraria alle Scritture l'entrare in questa materia. Il modo, per me speditissimo e sicurissimo, per provare che la posizion Copernicana non è contraria alla Scrittura, sarebbe il mostrar con mille prove che ella è vera, e che la contraria non può in modo alcuno sussistere; onde non potendo 2 veritati contrariarsi, è necessario che quella e le Scritture sieno concordissime. Ma come ho io a poter far ciò e come non sarà ogni mia fatica vana, se quei Peripatetici, che dovrebbono esser persuasi, si mostrano incapaci anco delle più semplici e facili ragioni, ed a l'incontro si vedon loro far grandissimo fondamento sopra proposizioni di nissuna efficacia? Tutta via non despererei anco di superar questa difficoltà, quando io fussi in luogo di potermi valer della lingua in cambio della penna: e se mai mi ridurrò in stato di sanità, sì che io possa trasferirmi costà, lo farò, con speranza almanco di mostrare qual sia l'affetto mio circa S.ta Chiesa, e il zelo che io ho che in questo punto non sia, per gli stimoli di infiniti maligni e nulla intendenti di queste materie, presa qualche resoluzione non totalmente buona, qual sarebbe il dichiarare che il Copernico non tenesse vera la mobilità della Terra in rei natura, ma che solo, come astronomo, la pigliasse per ipotesi accomodata al render ragioni dell'apparenze, ben che in sé stessa falsa, e che per ciò si ammettesse l'usarla come tale e proibire il crederla vera, che sarebbe appunto un dichiararsi di non aver letto questo libro, sì come in quella mia altra scrittura ho scritto più diffusamente. E però, se bene ho lodato a V. S. il non haver mostrato tale scrittura a quel personaggio (7), sì come glielo lodo ancora, tutta via non vorrei che l'aver alcuni grandi costà opinione che io non applauda alla posizion del Copernico se non come ipotesi astronomica, ma in effetto non vera, e stimando loro che io forse sia de' più additti (8) alla dottrina di questo autore, sì che tutti gli altri suoi seguaci ancor la reputin tale, gli fusse stato più facilmente scorrere al dichiararla erronea quanto alla verità naturale; che, s'io non mi inganno, sarebbe forse errore, perché prima la verità è che in altre dimostrazioni. Però sopra questo punto desidererei che fusse con S. P. (9), e lo andassero esaminando. Ma, per concluderla finalmente, se io, mosso da pari zelo verso la reputazione di S.ta Chiesa, et havendo imparato da Santo Agostino e da altri Padri quanto grave errore sarebbe il dannare una propositione naturale che non sia prima convinta, per necessarie dimostrationi, di falsità, anzi che tardi o per tempo si potrebbe dimostrar vera, mi offerisco, in voce e in scrittura, di produr quelle ragioni che hanno persuaso me, e tutti gli altri che l'hanno intese, a creder tal posizione, che perdita ci è nel sentirle? come non sarà facilissimo il confutarle? Chi, disinteressato, sarà così poco avveduto che non scorga che quei che fanno le furie per far dannar quest'autore senza sentirlo e questa dottrina senza esaminarla, fanno ciò più per mantenimento del proprio errore che della verità? e che, non potendo né sapendo rispondere alle ragioni non capite da loro, cercano in ogni possibil modo di precider (10) la strada di dover venire a trattarne? Galileo, da Firenze, a mons. Piero Dini, in Roma, maggio 1615. * * * Il proibir tutta la scienza, che altro sarebbe che un reprovar cento luoghi delle Sacre Lettere, i quali ci insegnano come la gloria e la grandezza del sommo Iddio mirabilmente si scorge in tutte le sue fatture, e divinamente si legge nell'aperto libro del cielo? Né sia chi creda che la lettura de gli altissimi concetti, che sono scritti in quelle carte, finisca nel solo veder lo splendor del Sole e delle stelle e 'l lor nascere ed ascondersi, che è il termine sin dove penetrano gli occhi dei bruti e del vulgo; ma vi son dentro misteri tanto profondi e concetti tanto sublimi, che le vigilie, le fatiche e gli studi di cento e cento acutissimi ingegni non gli hanno ancora interamente penetrati con l'investigazioni continuate per migliaia e migliaia d'anni. E credino pure gli idioti che, sì come quello che gli occhi loro comprendono nel riguardar l'aspetto esterno d'un corpo umano è piccolissima cosa in comparazione de gli ammirandi artifizi che in esso ritrova un esquisito e diligentissimo anatomista e filosofo, mentre va investigando l'uso di tanti muscoli, tendini, nervi ed ossi, esaminando gli offizi del cuore e de gli altri membri principali, ricercando le sedi delle facultà vitali, osservando le maravigliose strutture de gli strumenti de' sensi, e, senza finir mai di stupirsi e di appagarsi, contemplando i ricetti dell'immaginazione, della memoria e del discorso; così quello che 'l puro senso della vista rappresenta, è come nulla in proporzion dell'alte meraviglie che, mercé delle lunghe ed accurate osservazioni, l'ingegno degl'intelligenti scorge nel cielo. Lettera a Madama Cristina Granduchessa Madre, anno 1615. * * * Se per rimuovere dal mondo questa opinione e dottrina bastasse il serrar la bocca ad un solo, come forse si persuadono quelli che, misurando i giudizi degli altri con il lor proprio, li pare impossibile che tale opinione abbia a poter sussistere e trovare seguaci, questo sarebbe facilissimo, a farsi: ma il negozio cammina altramente; perché per eseguire una tale determinazione, sarebbe necessario proibir non solo il libro del Copernico e gli scritti degli altri autori che seguono l'istessa dottrina, ma interdire tutta la scienza d'astronomia in terra; e più vietare agli uomini il guardar verso il Cielo, acciò non vedessero Marte e Venere, or vicini alla Terra or remotissimi, con tanta differenza, che questa si scorgesse in superficie quaranta volte, e quello sessanta, maggiore una volta che l'altra; ed acciocché la medesima Venere non si scorgesse or rotonda ed or falcata con sottilissime corna; e molte altre sensate osservazioni che in modo alcuno non si possono adattare al sistema Tolemaico, ma son saldissimi argomenti del Copernicano. Ma il proibire Copernico ora che, per molte nuove osservazioni e per l'applicazione di molti letterati alla sua lettura, si van di giro in giro scoprendo più vere le sue posizioni e vera la sua dottrina, avendolo ammesso per tanti anni, mentre egli era men seguìto e confermato, parrebbe, a mio giudizio, un contravvenire alla verità, e cerca tanto più d'occultarla e sopprimerla, quanto più ella si dimostra palese e chiara. Lettera a Madama Cristina di Lorena, 1615. * * * SALVIATI — ... Sappiate che il principale scopo dei puri astronomi è il render solamente ragione delle apparenze nei corpi celesti, e ad esse ed ai movimenti delle stelle adattar tali strutture e composizioni di cerchi, che i moti secondo quelle calcolati rispondano alle medesime apparenze, poco curandosi di ammetter qualche esorbitanza, che in fatto per altri rispetti avesse del difficile. E l'istesso Copernico scrive aver egli ne' primi suoi studii restaurata la scienza astronomica sopra le medesime supposizioni di Tolomeo, e in maniera ricorretti i movimenti dei pianeti, che molto aggiustatamente rispondevano i computi all'apparenze, e l'apparenze ai calcoli, tuttavia però che si prendeva separatamente pianeta per pianeta. Ma soggiugne che nel voler poi comporre insieme tutta la struttura delle fabbriche particolari, ne risultava un mostro e una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sì che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell'astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell'astronomo filosofo. E perché egli molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebbe potuto ottenere dalle vere supposizioni, si messe a ricercar diligentemente se alcuno tra gli antichi uomini segnalati avesse attribuito al mondo altra struttura che la comunemente ricevuta di Tolomeo; e trovando che alcuni Pitagorici avevano in particolare attribuito alla Terra la conversion diurna, ed altri il movimento annuo ancora, cominciò a riscontrar con queste due nuove supposizioni le apparenze e le particolarità dei moti dei pianeti, le quali tutte cose egli aveva prontamente alle mani, e vedendo il tutto con mirabil facilità corrisponder con le sue parti, abbracciò questa nuova costituzione, ed in essa si quietò. SIMPLICIO — Ma quali esorbitanze sono nella costituzione Tolemaica, che maggiori non ne sieno in questa Copernicana? SALVIATI — Sono in Tolomeo le infermità, e nel Copernico i medicamenti loro. E prima, non chiameranno tutte le sette dei filosofi grande sconvenevolezza che un corpo naturalmente mobile in giro si muova irregolarmente sopra il proprio centro, e regolarmente sopra un altro punto? e pur di tali movimenti difformi sono nella fabbrica di Tolomeo; ma nel Copernico tutti sono equabili intorno al proprio centro. In Tolomeo bisogna assegnare ai corpi celesti movimenti contrarii, e far che tutti si muovano da levante a ponente, e insieme insieme da ponente verso levante; che nel Copernico son tutte le revoluzioni celesti per un sol verso, da occidente in oriente. Ma che diremo noi dell'apparente movimento dei pianeti tanto difforme, che non solamente ora vanno veloci ed ora più tardi, ma talvolta del tutto si fermano, ed anco dopo per molto spazio ritornano indietro? Per la quale apparenza salvare, introdusse Tolomeo grandissimi epicicli, adattandone un per uno a ciaschedun pianeta con alcune regole di moti incongruenti, li quali tutti con un semplicissimo moto della Terra si tolgono via. E non chiamereste voi, signor Simplicio, grandissimo assurdo, se nella costruzion di Tolomeo, dove a ciascun pianeta sono assegnati proprii orbi, l'uno superiore all'altro, bisognasse bene spesso dire che Marte, costituito sopra la sfera del Sole calasse tanto, che rompendo l'orbe solare sotto a quello scendesse, ed alla Terra più che il corpo solare si avvicinasse, e poco appresso sopra il medesimo smisuratamente si alzasse? e pur questa ed altre esorbitanze dal solo e semplicissimo movimento annuo della Terra vengono medicate. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, giornata terza. * * * ... Quanto al Fromondo (11) (che pur si mostra uomo di grande ingegno), non avrei voluto ch'egli fosse incorso in quello che a me veramente par grave errore, benché assai comune, cioè ch'egli per confutare l'opinione del Copernico, prima cominciasse con punture di scherno e di derisione verso quelli che la tengono vera, e poi (che più mi pare inconveniente) volesse stabilirla principalmente con l'autorità delle Scritture, e finalmente condursi a dargli, per tal rispetto, titolo poco meno di eretica. Che il tenere questo stile non sia laudabile, mi pare che assai chiaramente si possa provare. Imperocché se io domanderò al Fromondo di chi siano opera il sole, la luna, la terra, le stelle, le loro disposizioni e movimenti, penso che mi risponderà essere fatture di Dio; e domandato di chi sia dettatura la Scrittura Sacra, so che risponderà essere dello Spirito Santo, cioè parimente di Dio. Il mondo dunque son le opere, e la Scrittura son le parole, del medesimo Dio. Domandato poi se lo Spirito Santo sia mai usato nel suo parlare di pronunziar parole molto contrarie, in aspetto, al vero, e fatto così per accomodarsi alla capacità del popolo, per lo più assai rozzo e incapace, son ben certo che mi risponderà, insieme con tutti i sacri scrittori, tale essere il costume della Scrittura, la quale in cento luoghi proferisce (per detto rispetto) proposizioni, che prese nel puro senso delle parole sarebbero non pure eresie, ma bestemmie gravissime, facendo l'istesso Iddio soggetto all'ira, al pentimento, alla dimenticanza, etc. Ma se io gli dimanderò se Iddio, per accomodarsi alla capacità e opinione del medesimo vulgo, ha mai usato di mutare le fatture sue, o pure se la natura, ministra d'Iddio inesorabile e immutabile alle opinioni e desiderii umani, ha conservato sempre e continua di mantener suo stile circa i movimenti, figura e disposizioni delle parti dell'universo, son certo che egli risponderà che la luna fu sempre sferica, sebbene l'universale tenne gran tempo che ella fosse piana; ed in somma dirà, nulla mutarsi giamai dalla natura per accommodare le fatture sue alla stima e opinione degli uomini. E se così è, perché doviamo noi (per venir in cognizione delle parti del mondo) cominciar la nostra investigazione dalla parola più tosto che dalle opere di Dio? è forse men nobile et eccellente l'operare che il parlare? Quando il Fromondo o altri avesse stabilito che il dir che la terra si muove fosse eresia, e che le dimostrazioni, osservazioni e necessari rincontri mostrassero lei muoversi, in che intrigo avrebbe egli posto sé stesso e Santa Chiesa? Ma, per l'opposito, lasciando il secondo luogo alla Scrittura, la quale se per accomodarsi alla capacità dell'universale ha molte volte attribuito all'istesso Dio condizioni falsissime, perché vorremo noi che parlando di sole o di terra si sia contenuta sotto sì stretta legge, che, posta da banda l'incapacità del vulgo, non abbia voluto attribuire a tali creature accidenti contrarii a quelli che sono in effetto? Quando sia vero che il moto sia della terra e la quiete del sole, nissun detrimento patisce la Scrittura, la quale dice quello che apparisce alla moltitudine popolare. Io scrissi molti anni sono, nel principio de' rumori che si mossero contro al Copernico, una assai lunga scrittura, mostrando, con autorità assai de' Padri, quanto sia grande abuso il volere, in questioni naturali, valersi tanto delle Scritture Sacre, e come ottimo consiglio sarebbe il proibire che in tali dispute non si impegnassero le Scritture; e quando io sia meno travagliato, ne manderò una copia a V. S.: e dico meno travagliato, perché ora sono in procinto d'andare a Roma, chiamato dal Santo Offizio, il quale ha già sospeso il mio Dialogo; e da buona banda intendo i Padri Giesuiti aver fatto impressioni in teste principalissime, che tal mio libro è esecrando e più pernicioso per Santa Chiesa che le scritture di Lutero e di Calvino: e per ciò tengo per fermo che sarà proibito, nonostante che per ottenerne la licenza io andassi in persona a Roma, e lo consegnassi in mano del Maestro del Sacro Palazzo, che lo vidde minutissimamente, mutando, aggiungendo e levando quanto piacque a lui, e dopo licenziato dette anco nuovo ordine che fosse riveduto qui, dove il rivisore, non trovando cosa alcuna ad alterare, per segno d'averlo diligentissimamente letto ed esaminato, si ridusse a mutare alcune parole, come, verbi gratia, dire in molti luoghi universo in cambio di natura, titolo in cambio di attributo, ingegno sublime in luogo di divino, scusandosi meco con dire che prevedeva che io arei avuto che fare con nemici acerbissimi e persecutori arrabiatissimi, sì come è seguìto... Galileo, da Firenze, ad Elia Diodati, in Parigi, 15 gennaio 1633.
SAGREDO — Tra gli uomini, Sig. Simplicio, è la potestà di operare, ma non egualmente participata da tutti: e non è dubbio che la potenza d'un imperatore è maggiore assai che quella d'una persona privata; ma e questa e quella è nulla in comparazione dell'onnipotenza divina. Tra gli uomini vi sono alcuni che intendon meglio l'agricoltura che molti altri; ma il sapere piantar un sermento di vite in una fossa, che ha da far col saperlo far barbicare, attrarre il nutrimento, da quello scierre (12) questa parte buona per farne le foglie, quest'altra per formarne i viticci, quella per i grappoli, quell'altra per l'uva, ed un'altra per i fiocini, che son poi l'opere della sapientissima natura? Questa è una sola opera particolare delle innumerabili che fa la natura, ed in essa sola si conosce un'infinita sapienza, talché si può concludere, il saper divino esser infinite volte infinito. SALVIATI — Eccone un altro esempio. Non direm noi che 'l sapere scoprire in un marmo una bellissima statua ha sublimato l'ingegno del Buonarroti assai sopra gli ingegni comuni degli altri uomini? E questa opera non è altro che imitare una sola attitudine e disposizion di membra esteriore e superficiale d'un uomo immobile; e però che cosa è in comparazione d'un uomo fatto dalla natura, composto di tante membra esterne ed interne, de i tanti muscoli, tendini, nervi, ossa, che servono a i tanti e sì diversi movimenti? Ma che diremo de i sensi, delle potenze dell'anima, e finalmente dell'intendere? non possiamo noi dire, e con ragione, la fabbrica d'una statua cedere d'infinito intervallo alla formazion d'un uomo vivo, anzi anco alla formazion d'un vilissimo verme? SIMPLICIO — O io non sono un di quegli uomini che intendano, o 'n questo vostro discorso è una manifesta contradizione. Voi tra i maggiori encomii, anzi pur per il massimo di tutti, attribuite all'uomo, fatto dalla natura, questo dell'intendere; e poco fa dicevi con Socrate che 'l suo intendere non era nulla; adunque bisognerà dire che né anco la natura abbia inteso il modo di fare un intelletto che intenda. SALVIATI — Molto acutamente opponete; e per rispondere all'obbiezione, convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l'intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che son infiniti, l'intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all'infinità è come uno zero; ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l'intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n'abbia l'istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore. SIMPLICIO — Questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito. SALVIATI — Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerità o d'ardire e che punto non detraggono di maestà alla divina sapienza, sì come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non può fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, Sig. Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Però, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è di un semplice intuito: e dove noi, per esempio, per guadagnar la scienza d'alcune passioni (13) del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle più semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un'altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta etc., l'intelletto divino con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta la infinità di quelle passioni; le quali anco poi in effetto virtualmente si comprendono nelle definizioni di tutte le cose, e che poi finalmente, per esser infinite, forse sono una sola nell'essenza loro e nella mente divina. Il che né anco all'intelletto umano è del tutto incognito, ma ben da profonda e densa caligine adombrato, la qual viene in parte assottigliata e chiarificata quando ci siamo fatti padroni di alcune conclusioni fermamente dimostrate e tanto speditamente possedute da noi, che tra esse possiamo velocemente trascorrere: perché in somma, che altro è l'esser nel triangolo il quadrato opposto all'angolo retto eguale a gli altri due che gli sono intorno, se non l'esser i parallelogrammi sopra base comune e tra le parallele, tra loro eguali? e questo non è egli finalmente il medesimo, che essere eguali quelle due superficie che adattate insieme non si avanzano, ma si racchiuggono dentro al medesimo termine? Or questi passaggi, che l'intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l'intelletto divino, a guisa di luce, trascorre in un istante, che è l'istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti. Concludo per tanto, l'intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle cose intese, esser d'infinito intervallo superato dal divino; ma non però l'avvilisco tanto, ch'io lo reputi assolutamente nullo; anzi, quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio, e delle più eccellenti. SAGREDO — Io son molte volte andato meco medesimo considerando, in proposito di questo che di presente dite, quanto grande sia l'acutezza dell'ingegno umano; e mentre io discorro per tante e tanto maravigliose invenzioni trovate da gli uomini, sì nelle arti come nelle lettere, e poi fo reflessione sopra il saper mio, tanto lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco di apprendere delle già ritrovate, confuso dallo stupore ed afflitto dalla disperazione, mi reputo poco meno che infelice. S'io guardo alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: «E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo di marmo, e scoprire sì bella figura che vi era nascosa? quando mescolare e distendere sopra una tela o parete colori diversi, e con essi rappresentare tutti gli oggetti visibili, come un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?». S'io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gl'intervalli musici, nello stabilir precetti e regole per poterli maneggiar con diletto mirabile dell'udito, quando potrò io finir di stupire? Che dirò de i tanti e sì diversi strumenti? La lettura de i poeti eccellenti di qual meraviglia riempie chi attentamente considera l'invenzion de' concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell'architettura? che dell'arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell'Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, 1632, giornata prima.
L'infinita varietà della natura Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d'uno ingegno perspicacissimo e d'una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell'artificio, colla stess'aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in sé stesso, e conoscendo che se non s'abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di poter incontrar qualche altra avventura. Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce, e per certificarsi se era uno zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch'ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi partecipa dell'ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch'altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s'accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell'aprir la porta? Un'altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in una osteria, e credendo d'aver a veder uno che coll'archetto toccasse leggiermente le corde d'un violino, vide uno che fregando il polpastrello d'un dito sopra l'orlo d'un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirar formavano voci interrotte, ma con velocissimo batter dell'ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l'opinione ch'egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l'esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l'ali, cacciar sibili così dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non poter esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l'avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d'aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell'ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l'ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso dal petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle si ridusse a romperla per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l'ago più adentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili. Il Saggiatore, 1623. * * * È tanto più bella cosa che i movimenti celesti siano fatti circa diversi centri, altri tardi, altri veloci etc., quanto è più artifizioso e leggiadro il canto figurato che 'l canto fermo. Postille alla Disputatio de phœnomenis in orbe Lunæ. ________________ |
|
Oggi è il giorno
© 1998-
|