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evola julius Personalità e impersonalità (a cura di Benedetto Brugia)
Sarà dunque opportuno vedere in che termini si definiscono i valori della personalità, che limiti essi abbiano, in che cosa essi possono esser davvero ascritti in positivo alla tradizione europea. Per tutto questo, la premessa necessaria è saper distinguere fra “persona” e “individuo”. L'individuo, di rigore, corrisponde all'idea di una unità astratta, informe, numerica. Etimologicamente, individuo vuol dire ciò che non si può dividere, come fino ad ieri si pensava accadesse per l'atomo. Come tale, esso non ha in proprio una “qualità” e, non avendola, non ha in proprio nemmeno un principio di vera differenza. Considerati semplicemente come “individui”, si può assumere che tutti gli uomini sono uguali e ad essi si possono ascrivere diritti e doveri parimenti eguali nella loro astrattezza e generalità. Ciò definisce appunto la direzione propria a giusnaturalismo, liberalismo e individualismo sociale. È una direzione da dirsi disgregativa, se di disgregazione è legittimo parlare dovunque quel che in un complesso si fa primario è la molteplicità atomica, il che equivale a dire anche l'aspetto della semplice quantità, del numero. Da queste semplici considerazioni si può già capire che, nella misura in cui la “difesa della personalità” abbia una base individualistica, non c'è da illudersi circa la saldezza delle posizioni difese. Se le strutture del mondo della quantità — il quale, poi, ha finito con l'essere quello delle masse — sono esiziali per tutto ciò che è personalità, proprio individualismo e liberalismo a quel mondo hanno fatto da apritori di breccia, proprio essi ne sono gli antecedenti imprescindibili in sede sia ideale, sia storica. L'individualismo sta all'origine del regno della quantità. Ma anche per altri riguardi è difficile che nella civiltà occidentale l'elemento individualistico non infici tutto ciò che è personalità. In sede di cultura, che cosa si è inteso, infatti, in prevalenza, per “culto della personalità”? Non si tratta, è vero, di atomismo sociale, ma pur sempre di un soggettivismo con ben scarse basi spirituali o anche soltanto etiche, con prevalenza, invece, di estetismo, di un'originalità priva di radici, di una creatività mancante di un significato profondo — e, nei casi più deteriori: libertà anarchica, iattanza, narcisismo, “autismo” (cioè mania del proprio Io). Del resto, qui si può riandare a quanto altrove abbiamo detto circa alcuni aspetti della Rinascenza. Ciò a cui alludiamo ora rientra di certo nell'ordine dei sottoprodotti. Ma già nella Rinascenza le interferenze sospette fra individualismo e personalità sono state numerose e significative, sia nel campo delle arti, sia in quello politico. Ed ora, alla “persona”. Ci sarà lecito rifarci anche qui alla etimologia? È noto che “persona” anticamente era, ad un dipresso, sinonimo di “maschera”. Era il nome della maschera che gli attori si mettevano nell'eseguire una data parte. La veduta che ne risulta, per non illegittima trasposizione, è quella secondo cui ciò che ognuno è, concretamente e sensibilmente, rappresenta la forma di espressione o di manifestazione di un principio più alto, nel quale si deve riconoscere il vero centro dell'essere umano. La “maschera” è qualcosa di ben preciso, di delineato, di sagomato. E la personalità si differenzia come concetto dal semplice individuo per avere una natura propria, per essere qualificata e tendere ad una espressione univoca, inconfondibile, nella quale si sia solo sé stessi e si appartenga solo a sé stessi. Il mondo della personalità è dunque essenzialmente un mondo della qualità e della differenza, un mondo dei tipi e della forma, anche se in vari gradi intensivi, ai quali corrispondono i rapporti fra “potenza” e “atto” come già li andava studiando l'antropologia medievale e quali costituiscono il naturale presupposto per dei rapporti organici e gerarchici fra gli uomini. Come l'individuo, la personalità è, in un certo modo, chiusa rispetto all'esterno (non chiusa astrattamente, ma per via del limite della sua natura propria); però essa, a differenza dell'individuo, “non è chiusa verso l'alto”. L'essere personale non “è” sé stesso, ma “ha” sé stesso (rapporto fra l'attore e la sua parte); è “presenza” a ciò che è, non coalescenza con ciò che è. In via di principio, esso è personale in quanto sa comandarsi, sa darsi una legge e una forma dall'alto e dall'interno. Deriva da ciò una specie di autonomia, dato che in questi termini la personalità, per essere tale, esige un riferimento essenziale a qualcosa di più che personale. Tolto questo riferimento, la persona diviene infatti “individuo”, qualcosa di isolato e di privo di relazioni; non è più un volto, perché volto significa espressione, e la espressione rimanda appunto a qualcosa che sta oltre la forma, a qualcosa di cui la forma sia simbolo. Donde risulta il carattere instabile, precario, di tutto ciò che è individuo e individualismo. L'uomo può resistere contro tutto quel che è impersonale in senso negativo e privativo per quanto più intimo è il suo rapporto con ciò che è impersonale per essere, invece, superpersonale. Indebolitosi questo rapporto, si inizia la fase individualistica. In un primo momento, può anche nascere l'impressione che i valori della personalità si conservino e siano anzi accentuati, perché il centro, per così dire, si è spostato più verso l'esterno. Questo è appunto il luogo proprio all'umanismo culturale e a fenomeni analoghi, da noi altrove studiati. Ma quando è solo a questa stregua — cioè senza più riferimenti ad una tradizione, a distanza e prospettive non soltanto terrestri, ad una volontà dell'incondizionato — che si difendono i valori della personalità ci si trova su una linea di difesa per vari versi precaria e fluida, perché non si tratta più che di un residuo, e nulla più agisce avendo radici profonde e la forza dell'originario. Ciò, del resto, è apparso abbastanza chiaramente nei tempi ultimi: l'individualismo è finito in un vano soggettivismo ed estetismo, ed il liberalismo occidentale ha dovuto gradatamente cedere, con scarse possibilità di rivalsa, di fronte ad influenze di carattere spersonalizzante, collettivistiche, societarie o meccanicistiche. La esasperata dottrina del “superuomo”, specie in senso dannunziano, è la ultima eco della precedente fase di transizione, che in un certo senso trae origine dalla visione del mondo della Rinascenza. Dove si abbia, specificamente, l'“autismo”, cioè l'emergenza dell'Io individualistico e delle sue presunzioni, il significato di una caduta di livello e di una diversione dai valori più alti, virili e costruttivi della vera personalità è indisconoscibile. Dove davvero esiste una grandezza di personalità là è visibile l'opera più che l'autore; l'azione, più che chi agisce; il monumentale, il tradizionale e l'oggettivo, più che il “lirico”, l'“originale” e il “soggettivo”; un mondo classico e dorico, non un mondo umanistico e romantico. Qui ciò che ha relazione con l'uomo va a presentare la stessa nudezza e purità delle cose di natura: nella storia, nell'arte, nella politica, nella ascesi, in tutti i gradi dell'esistenza. Si pensi allo stesso artigianato medievale, nella sua attiva anonimia — perché, ad esempio, quasi di nessuna delle grandi cattedrali del ciclo gotico, le quali pur recano i segni certi di un'arte perfettamente coltivata e di una rigorosa tradizione spirituale, se non pure iniziatica, ci è stato tramandato il nome dell'autore. Si pensi anche a forme specifiche dell'antica Romanità, a quelle, per cui uno storico poté chiamarla a ragione “una civiltà degli eroi anonimi”. In altre culture, lo stesso stile di anonimia si realizza anche nel dominio del pensiero speculativo, ed apparve contrassegnato col nome di un individuo. Del resto, non è significativa la frequenza dell'usanza di lasciare il proprio nome, di assumerne uno che abbia riferimento non all'individuo, ma solo alla funzione o vocazione, proprio là dove la personalità è chiamata al più alto impegno? Anche nel campo dell'eroismo, di contro alla sua concezione romantica ed esaltata, può ricordarsi ciò che ancor il principe Eugenio di Savoia disse ai suoi ufficiali in un momento di pericolo, ossia che essi avevano diritto a vivere solo se sapevano servire agli altri da esempio, ma che dovevano farlo in modo così semplice e naturale che nessuno poi avrebbe dovuto rinfacciarglielo. Ma nel considerare tutto questo viene spontaneo il chiedersi, se ci si trovi sulla linea di una mentalità che, a buon diritto, si può chiamare soltanto europea. Ciò, effettivamente, è dubbio, e la tesi della “tradizione europea della personalità” non può essere senz'altro convalidata. Tenendosi a questa tesi, il positivo lo si trova mescolato pericolosamente col negativo. Sta di fatto che tutto un indirizzo della storia della cultura considera come carattere specificamente europeo tutto ciò in cui ha invece risalto l'“originalità” del singolo, in cui la sua soggettività, la sua “umanità”, il suo pensiero stanno in primo piano; per tale storiografia, “la libera creativa personalità” in tipicità, definirebbe il retaggio europeo, e sarebbe la conquista specifica della nostra civiltà più recente. Con il che si resta nell'ordine delle forme di transizione poco su considerate. Varrà forse chiarire come stanno le cose nel caso particolare della “tipicità”. La “tipicità” contrassegna il punto di incontro fra la personalità e la superpersonalità, il limite corrispondente ad una sua “forma” perfetta. Forse è in termini di platonismo che questa veduta si rende il meglio evidente. La persona cessa di essere maschera — e quindi anche “persona” in senso stretto e limitativo — là dove essa incarna perfettamente l'idea, la legge, la funzione che vi corrisponde e con riferimento alla quale un significato la illumina e la rende espressiva in un contesto più vasto. In tal caso non si può parlar più di individuo, l'individuo sparisce, esso va ad esprimere quel che molti sono, ma imperfettamente, e quel che si ripeterà ove la stessa perfezione sia conseguita. L'individuo si fa, appunto, “tipico”, il che equivale anche a dire: superpersonale. In forza del detto estremo-orientale, “il Nome assoluto non è più nome”, egli è altresì anonimo. E la tradizionalità, nel senso più alto, è una specie di crisma di tale anonimia, o avviamento ad essa, su di una data linea ed entro un determinato ambito culturale. Si potrebbe anche parlare di universalizzazione e di eternizzazione della persona: ma tali espressioni hanno lo svantaggio di essere state troppo usate in un senso filosofico astratto o religioso che rende poco conto del senso effettivo della situazione. Questa è meglio considerarla essenzialmente nei termini del principio superindividuale e, in sé, non semplicemente umano, che resta consapevole della sua natura, e alla sua “parte” (alla sua “persona”) dà la perfezione “oggettiva” di un'opera del tutto attuata e corrispondente alla sua “idea” (in senso platonico) e al suo significato. Si vede dunque che esistono due concetti della impersonalità, fra i quali corre un rapporto di analogia e, simultaneamente, di opposizione: l'una è inferiore, l'altra è superiore alla persona, l'una ha per limite l'individuo, nella informità di una unità numerica e indifferente che, moltiplicandosi, produce l'anonima massa; l'altra è culminazione tipica di un essere sovrano, della “persona assoluta”. Dopo di che, sarebbe il caso di vedere come stiano propriamente le cose, quanto alla “difesa della personalità”, nel mondo d'oggi. E sarebbe da domandarsi se attualmente, tutto sommato, sia più utile dar risalto ai “valori della personalità” nel senso convenuto e menomato, ovvero accusare le pericolose distorsioni che in molti casi in Europa si sono unite a tali valori. È evidente che ciò porta a problemi sia generali, sia specifici, riguardanti i diversi domini della vita e della cultura contemporanea, problemi che qui non possono esser esaminati. Certo è che oggi i ritmi si accelerano; a causa di un processo ineluttabile di selezione le forme intermedie sono in via di essere eliminate e tutto ci dice che la personalità che potrà mantenersi e sviluppare, forse, forme di un nuovo stile, di un nuovo comportamento, è quella che sarà capace di sciogliersi del tutto dal vincolo individualistico e di integrarsi nel superpersonale. Di contro, come corrente oggi prevalente e sempre più minacciosa, si ha ciò che ha relazione a forze che tendono a scalzare la persona, che con la semplice difesa della persona nel senso umanistico, liberale o borghese non possono essere più arginate e che tendono a sboccare “al disotto” della persona. |
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