Calò Giovanni

Idealismo e scienza del linguaggio


Il risorgere dell'idealismo, e di una certa forma d'idealismo, fra noi è da molti, se non da tutti, considerato come indice, o forse come causa, del risveglio filosofico italiano. Dopo quella che fu detta la barbarie positivistica, e ch'era sembrata, ai suoi tempi beati, la gran luce redentrice del pensiero umano ancora impigliato nelle tenebre della religione e della metafisica — chi non ricorda la famosa tripartizione comtiana dei periodi storici dell'intelligenza umana? — gl'italiani si sono accorti ch'erano rimasti addietro e che un gran vuoto s'era fatto nei loro pensieri e nelle anime loro. Avean cercato i fatti, i fatti nudi e crudi, e avean dimenticato il primo fatto, la realtà veramente umana, lo spirito. S'eran messi da buoni operai, pacati e fidenti, a frugare per entro le viscere della natura, e avean lasciato che la lor vita interiore sonnecchiasse. E se talvolta quest'ultima si facea pur sentire, essi non facean che mortificarla quasi colla volontà di distruggerla; se la rimpicciolivan fra le mani irriverenti, la riducevano a una cosa qualsiasi, l'analizzavano e la studiavano come un qualsiasi meccanismo, la collocavan soddisfatti fra tutti gli oggetti naturali. Quest'era la scienza, questa, anche, la filosofia.

Poi è venuta la reazione: reazione, come suole, tanto piú incomposta quanto maggiore era la vergogna del passato, quanto maggior la paura di rimanervi attaccati ancora. È stata un'ascensione e una conquista che ha avuto un po' della fuga. È stata la conversione del miscredente che diviene un fanatico. E la nostalgia dell'ideale ha cosí determinato in taluni la tendenza a un misticismo buddistico che vorrebbe trasformar gli uomini di pensiero del secolo XX in altrettanti cenobiti, in altri la tendenza a un misticismo piú moderno, ma piú incoerente e meno profondo, qual è quello che ci vien di Francia col nome di filosofia nuova, ecc.

Tutto ciò rappresenta certamente un progresso nell'atteggiamento degli spiriti se non nel movimento scientifico della filosofia. Ma non sta almeno l'idealismo, nella sua forma e nei suoi intenti piú propriamente filosofici, l'idealismo ricollegantesi a quello classico tedesco di Fichte, di Schelling, di Hegel, non sta esso almeno a rappresentare una vera e propria rinascenza della filosofia italiana, un suo procedere per vie ben definite, a una meta sicura? Ne dubito fortemente. Dubito cioè non solo del valore di quell'idealismo, ma del significato piú o men lusinghiero che il suo risorgere e il suo trovar fortuna tra noi dovrebbero avere per le sorti prossime future della nostra filosofia. Noi italiani siamo afflitti da un male originario, che si sarebbe spesso indotti a considerare inguaribile: la retorica. Ora, io temo che la retorica appunto sia uno dei motivi piú potenti a far accettare e a far predicare con slancio le elucubrazioni degli audaci idealisti tedeschi. Il che non toglie che molta retorica, e di pessimo gusto, sia stata fatta nel passato in onore della cosiddetta scienza positiva. Ma non so, della retorica positivistica e di quella idealistica, quale sia la piú odiosa e la piú inconcludente. Certo è che per noi italiani ogni retorica è buona, purché sia secondo la moda dei tempi.

Passato il periodo delle traduzioni dai Ribot, dai Richet ecc., dai fisiologi e psicologi positivisti, è venuto l'interesse per la conoscenza del classici della filosofia. Si son cosí tradotte opere di Kant, di Herbart, di Hegel, di Schelling. Opera, questa, utilissima per la conoscenza della storia della filosofia, ma non sempre utile, io credo, per l'educazione filosofica degl'italiani. Il Losacco, ad esempio, ci ha dato recentemente un'ottima traduzione del “Sistema dell’idealismo trascendentale” di Schelling, del quale non esisteva finora che una traduzione, né fedele né chiara, del Grimblot, pubblicata nel 1842. L'opera è importante per il posto che occupa nella speculazione dello Schelling, come in genere nella storia dell'idealismo post-kantiano. In essa infatti lo Schelling, mentre parte dalla posizione del Fichte, la cui filosofia egli attendeva già a spiegare e a svolgere appena ventenne, si sforza poi di giungere a una concezione originale, il cui merito sarebbe, com'egli stesso diceva, il concetto dello spirito come storicità e quindi della necessità del metodo storico speculativo nella trattazione di esso. Del resto, lo Schelling ha avuto qualche merito reale verso la filosofia: questo, se non altro, d'aver compreso che l'idealismo, qual era stato lasciato dal Fichte, aveva bisogno d'esser completato da una filosofia della natura, ch'egli stesso cercò svolgere in buona parte della sua produzione filosofica. Ebbe peraltro questo torto gravissimo, di credere che, partendo dalla pura e semplice autocoscienza, prescindendo da qualsiasi realtà obiettiva, si dovesse e si potesse giungere al medesimo risultato che partendo dal mondo obiettivo, della natura, e cercando di renderlo intelligibile: che il filosofo, cioè, potesse e dovesse, dalla semplice conoscenza che l'io ha di se stesso, giungere a ricostruire, con perfetta necessità razionale, la realtà tutta quanta e il suo processo evolutivo. In questo poi consisterebbe il metodo dell'idealismo trascendentale. Nel quale, se c'è qualcosa di giusto e di perennemente vero, è, in fondo, quel che forma il cardine del pensiero di Cartesio: l'affermazione della realtà dello spirito in quanto apprende se stesso, la coincidenza del suo esistere col suo pensarsi e l'inderivabilità assoluta di questa sua realtà, ch'è l'autocoscienza. Il resto, è arbitrio e gioco. Ora, v'è da scommettere che tutto ciò appunto che in questa filosofia v'è di arbitrario e di fantastico desti tanto piú l'ammirazione e travii il maggior numero da una filosofia veramente scientifica e feconda di risultati. Pensate un po': un filosofo il quale s'assuma l'impegno veramente eroico di dimostrarvi come dall'unica proposizione: Io=Io, si ricavi, per dialettica magía, tutta la realtà spirituale e, con essa, la natura intera, minaccia sempre di far perdere la testa anche a migliaia di persone piú o meno pensanti; e specialmente in Italia. Non siamo noi meridionali cosí ardenti di fede nei miracoli? E l'idealismo classico tedesco, con tutta la sua dialettica e il suo razionalismo, non è anche un po' la filosofia del miracolo?

Intanto, l'idealismo non ci contenta del campo della filosofia pura e penetra, con vesti e atteggiamenti diversi, in quello delle scienze dello spirito. Una, fra queste ultime, che, dopo i tentativi di Guglielmo von Humboldt, si era forse piú che ogni altra separata dalla filosofia, è la scienza del linguaggio. L'opera di Karl Vossler — un dotto e acuto tedesco particolarmente sollecito della cultura italiana — di recente tradotta da T. Gnoli (“Positivismo e idealismo nella scienza del linguaggio”, Bari, Laterza, 1908) è una battaglia combattuta per ristabilire il piú stretto legame tra filosofia e scienza del linguaggio.

L'esigenza è ora vivamente sentita da quanti non si accontentano piú di raccogliere materiali linguistici o di dare dei fenomeni linguistici una spiegazione meccanica. Ne è prova, ad esempio, un'altra opera uscita di recente, e molto piú voluminosa e ricca di analisi che non questa del Vossler, i Principes de linguistique psychologique di Iac. van Ginneken (pubbl. nella Bibliothèque de philosophie expérimentale, dir. da E. Peillaube, Paris, 1907). Si va facendo sempre piú strada la convinzione che la parola non è fatto meccanico, fisiologico, che vada spiegato, in ultima analisi, con leggi fisiche, ma è fatto spirituale, intimamente connesso colla vita generale dello spirito e soggetto alle sue leggi. Senonché, mentre il Ginneken crede che la psicologia, colle sue leggi sperimentalmente determinabili, dia una base sufficiente allo studio scientifico del linguaggio, il Vossler respinge la psicologia come scienza empirica e vuole una vera e propria filosofia dello spirito, anzi l'idealismo appunto, come fondamento della linguistica. S'accordano ambedue nel ritenere, contro le pretese dell'antica grammatica comparata, che la lingua continuamente diviene e muta e s'atteggia e s'arricchisce in vario modo per impercettibili creazioni individuali. Ma il Vossler, seguace com'è della teoria crociana, va piú oltre e nega come assurda qualsiasi legge linguistica. La parola è espressione, cioè creazione artistica, fatto intuitivo, individuale. Altro è per lui pensare, altro parlare: ond'è erroneo attribuire natura logica alla parola. Il pensiero è il mondo dell'universale, del concetto, che come tale — e qui appar subito la stortura ch'è in tal modo di considerare la cosa — dev'essere ineffabile. In quanto parliamo, noi vediamo, intuiamo immagini individuali che vivono concretamente in una parola o in un sistema di parole. Di qui la conclusione che una scienza linguistica non esiste che come estetica e che l'atteggiamento del glottologo di fronte alla parola e alla sua evoluzione dev'essere quella del critico che di fronte all'opera d'arte, per comprenderla, deve comprenderne, come diceva il De Sanctis, il mondo interno che in essa vive, il processo creativo che l'ha generata. Fonologia, morfologia, sintassi, semasiologia, metrica si riducono, nei loro fondamenti ultimi, all'estetica. Leggi glottologiche, dunque, non esisterebbero, a rigore. Senonché, l'attività dello spirito subisce dei limiti: l'imitazione fa sí che certe forme linguistiche si propaghino e perdurino. La linguistica, in quanto complesso di leggi intrinseche a un gruppo di fenomeni, comincia dove comincia la passività, dove cioè lo spirito non crea piú, ma accetta il materiale linguistico come mezzo tecnico di comunicazione pratica, sociale.

Ora, io non so quanti glottologi, che non son certo tutti positivisti nel senso inteso dal Vossler, si sentiranno disposti ad accettare le sue idee pur sostenute con innegabile acume. È un fatto, intanto, che la parola è prodotto spirituale, avente valore spirituale. Cessa perciò d'esser suono e movimento? S'ha un bel dire che il fatto fisico è secondario e che, nella sua essenza, la parola resta la stessa — cioè fatto intuitivo — sia pronunziata o no, sia o no tradotta in suono. Ma intanto la parola interna non esiste prima che sia realmente pronunziata né ha, anche internamente, esistenza se non come immagine di quel ch'essa è in quanto suono, pronuncia. Or chi potrà dire che la parola, in quanto suono e movimento, non presenti fenomeni e leggi che possano essere studiati per sé e nel loro rapporto reciproco coi motivi puramente spirituali che le dan vita? E anche ammessa la parola come fatto puramente spirituale, è proprio vera ch'essa si riduce totalmente a intuizione? La parola è simbolo — il che non toglie che, sotto un altro aspetto, sia fatto estetico —, e se è simbolo, non può essere pura e semplice intuizione essa stessa. Il rapporto fra la parola e la cosa significata è forse lo stesso che tra una tela e il paesaggio ch'essa rappresenta? Nella tela c'è l'immagine, viva, piena e concreta; nella parola, no. La parola non è essa stessa intuizione della cosa che rappresenta, per quanto strettamente le sia legata; è il segno evocatore di essa. La parola non esprime nello stesso senso in cui è espressione qualsiasi opera d'arte, e nella sua funzione di simbolo si mostra la sua natura logica. Se no, non si vede neppure come potrebbe essere tramite significativo di concetti e di rapporti logici. Come ciò che è essenzialmente ed esclusivamente intuizione può comunicarmi un concetto o un'idea astratta? Come fa a valere per ciò che realmente non è? Si son mai scritti trattati di logica in note musicali o si è mai dipinto un trattato di meccanica?


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