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Calò Giovanni Un libro su Schopenhauer Arthur
Schopenhauer rimane, e per parecchie ragioni, una delle figure piú
interessanti, forse la piú interessante di tutta la filosofia europea del
secolo XIX.
Si pensi poi, piú che al suo pessimismo, per il quale egli rappresenta l'esponente filosofico d'un aspetto cosí importante dell'anima contemporanea (sebbene lo Schopenhauer si sdegni contro il Fischer di tale motivo storico attribuito al suo pessimismo, osservando che questo risale al periodo che va dal 1814 al 1818, cioè al periodo delle “migliori speranze”, dopo la liberazione della Germania); si pensi, dico, alla reazione violenta ch'egli compie, solitario, trascurato e disprezzato durante quasi tutta la vita, contro la filosofia dominante al suo tempo. E questo aspetto della sua personalità ed è questa sua posizione storica che risaltano particolarmente dal libro del Covotti. La risolutezza con cui lo Schopenhauer, sin dal primo fiorire della sua speculazione filosofica, si pone contro l'idealismo post-kantiano, e la tenacia con cui lo combatte senza quartiere, con una ripugnanza sempre crescente per quel metodo di filosofare che portava i migliori spiriti della Germania alle vertigini e al vaniloquio, e con una fede inconcussa nell'originalità, nella verità, nel trionfo avvenire della sua filosofia; tutto ciò, oltre ad avere un'importanza storica grandissima, ha poi un valore straordinario per la viva luce di simpatia che se ne riflette su questa cosí energica e rude personalità di pensatore. Due uomini, soprattutto, hanno lottato per detronizzare l'idealismo imperante nelle tre persone, quasi mitiche ai loro tempi, di Fichte, di Schelling, di Hegel: Herbart e Schopenhauer. Ma per Schopenhauer anche Herbart è uno spirito stravolto ed egli lo avvolge nel medesimo disprezzo che rovescia sugli altri. La salvezza della filosofia non può essere che in Kant — quel Kant a cui Herbart faceva risalire la colpa dei traviamenti dell'idealismo — e l'unico kantiano intelligente e, nello stesso tempo, correttore di Kant, è lui Schopenhauer. La reazione non poteva essere piú violenta. Codesta filosofia idealistica poneva la ragione come obiettiva e assoluta, considerava il mondo come un processo logico di svolgimento dell'idea, ricostruibile perciò “a priori”, colla dialettica. Schopenhauer si richiama alla critica kantiana e sostiene che l'intelletto è sempre vincolato alle leggi del soggetto conoscitivo e non può uscire dal campo fenomenico e del relativo; e non vuol sentir parlare d'una ragione superiore all'intelletto, quasi potere magico capace di penetrare d'un colpo, con un'intuizione speculativa, nel fondo dell'essere, nell'assoluto. Gl'insulti a Fichte — al quale pure Herbart si professava grato di parecchie cose —, a Schelling, a Hegel sono feroci e inesauribili. Le trovate bizzarre nell'umorismo e nell'invettiva sono innumerevoli e incredibili. Tutte le volte che trova in Fichte espressa l'idea del “porsi” — in principio, per Fichte, l'io pone se stesso, e come limite necessario di sé, tutte le cose fuori di sé, cioè il mondo della conoscenza —, lo Schopenhauer, a illustrazione, vi disegna accanto una sedia. Fichte, Schelling, Hegel sono tre sofisti, tre disonesti, non tre filosofi. Gli scritti di Hegel dovrebbero portare in fronte, come vignetta, una seppia coll'iscrizione: “mea caligine tutus”. E cosí via. La ragione è, per Hegel, la realtà: ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale. Per Schopenhauer, fondo dell'essere è la volontà. Perciò la sua filosofia è antirazionalistica e pessimistica insieme, laddove quella degl'idealisti suoi avversarî era essenzialmente ottimistica — teologi, li chiamava lui anche, in veste di filosofi. — L'intelletto non è che prodotto secondario della volontà di vivere. Quando questa si è individuata e obiettivata in un organismo, e quando quest'organismo è fornito d'un cervello, allora, come funzione di questo, sorge l'intelligenza, che è dunque sempre qualcosa di soggettivo e di fenomenico, prodotto dalla volontà nel suo processo d'individuazione. Questa volontà è la vera “cosa in sé”, lasciata da Kant, come residuo inconoscibile e indeterminabile, al di là dei fenomeni. Perciò anche la realtà è male; poiché volontà è sempre bisogno di qualcosa, cioè dolore, tensione, sforzo verso il soddisfacimento, cioè ancora dolore. E se una giustizia v'è in un tal mondo d'irrimediabile dolore, è giustizia non provvidenziale, ma fatale, consistente soltanto in ciò, che il mondo è, nelle sue manifestazioni, tale qual è la volontà che in esso si rivela, e perciò tale quale merita di essere, e a nient'altro può attribuirsi la responsabilità della sua esistenza e del suo modo d'esistenza. E se un fondamento è possibile assegnare alla morale, esso non è nella ragione e nemmeno nella ragione pratica di Kant — di ragione a ogni costo non vuol sentir parlare lo Schopenhauer —, ma nella compassione, cioè nel sentimento della fondamentale unità e identità della volontà lottante e sofferente in me colla volontà dolorante in eterno in tutti gli altri esseri dell'universo. Questo volontarismo è, si noti, un altro degli aspetti che rendono particolarmente vivo e “contemporaneo” il pensiero dello Schopenhauer. Il prammatismo odierno, ha, in fondo, in lui il suo vero teorico e il suo vero metafisico, piú radicale e piú sistematico di quel che non sia in Francia il Maine de Biran su per giú nello stesso torno di tempo. Il prammatismo non fa che ristabilir nella coscienza, come convinzione “pratica”, il concetto che il pensiero non è che prodotto ed espressione di volontà e che le sue leggi e il suo valore sono riducibili alle leggi e al valore dei fini dell'attività pratica alla quale soltanto esso deve servire. Ed è questo volontarismo che dà una fisionomia netta alla personalità intellettuale dello Schopenhauer e che mi fa esitare ad accettare il giudizio, dato concordemente dal Melli e dal Covotti e fondato, del resto, su quel che lo Schopenhauer pensava e diceva della sua filosofia, esser cioè questa, nelle sue tendenze e nei suoi caratteri fondamentali, una fusione e una correzione reciproca di Platone e di Kant. L'opera del Covotti, l'ho già detto, è una ricostruzione esatta e fedele della personalità e del pensiero del suo filosofo. Le nuoce soltanto che l'A. abbia inserito l'esposizione del contenuto delle opere filosofiche dello Schopenhauer nella narrazione delle vicende della sua vita e della sua anima. Piú che un'esposizione sistematica della filosofia schopenhaueriana, il Covotti ha voluto evidentemente farne rivivere la personalità nel suo svolgimento, nella sua lotta contro l'ambiente intellettuale estraneo ed avverso a lui, nella sua progressiva affermazione. E perciò nel suo libro abbiamo piuttosto, starei per dire, la biografia che l'analisi e l'esame intrinseco d'un pensiero: qualcosa, dunque, che, se ha i suoi inconvenienti, ha anche i suoi pregi ed è, forse, piú interessante. Lo Schopenhauer, del resto, si presta piú d'ogni altro filosofo a esser trattato cosí, per l'intrusione continua della sua personalità nel mondo delle sue idee. Si sarebbe tentati di vedere in lui la piú grande eccezione a quella ch'egli considerava come legge, dell'intelligenza la quale voglia giungere alla comprensione della realtà metafisica, cioè alla “contemplazione” del vero: liberarsi dalla volontà di vivere, uscire dall'individualità, diventare sufficiente a se stessa, negando anzi la volontà di vivere onde emerge. Il pensiero di Schopenhauer è una continua “volontà di vivere”: il suo calore gli viene continuamente dal suo bisogno d'originalità, dal suo amore di gloria e di dominio intellettuale per il quale ha lottato tutta la vita. La calma razionale non è la sua qualità caratteristica. Nelle sue idee e nelle sue concezioni fondamentali e piú care a lui si sente una personalità che vuole affermarsi in tutta la sua originalità, contro tutto e contro tutti: il suo pensiero risente in modo immediato dell'atteggiamento agonistico di reazione violenta, di ribellione intollerante, di lotta irruente, assunto sin dal principio e conservato poi sempre dal suo spirito contro il mondo filosofico che lo circonda e lo soffoca. Le idee contrarie o diverse dalle sue diventano per lui quasi nemici personali. Se egli chiama Hegel uno stupido e la sua filosofia una ciarlataneria disonesta da capo a fondo, ciò è in gran parte perché Hegel è il professore riverito, acclamato da tutti e pagato bene, ma in parte anche perché Schopenhauer non può sentire la filosofia che cosí, come affermazione energica del suo pensiero e negazione recisa del pensiero altrui. L'ironia, il sarcasmo, l'irriverenza iconoclasta sono nel suo pensiero come sono nel suo carattere. Tutto questo fa della vita, compresa l'attività filosofica, dello Schopenhauer un dramma interessante, nella sua esteriore uniformità. I suoi disinganni cominciano dai primi lavori, da quello sulla “Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente” e da quello “Sulla Vista e i Colori”, per il quale non gli riuscí neppure d'ottenere un'approvazione esplicita dal Goethe, che pur lo stimava e ch'egli ammirava profondamente. E tutta la sua vita è una continua amarezza: vorrebbe insegnare, diffondere le sue idee e non ha scolari e non trova editori: vorrebbe diventare un apostolo di verità, un educatore di energie spirituali, alla maniera di Fichte, e rimane sconosciuto; vorrebbe la gloria e non la vede spuntare che quando è presso a morire. Di qui le sue violente e virulente diatribe contro la filosofia ufficiale che fanno di lui l'autore preferito tutte le volte che risorge, a proposito o a sproposito, il bisogno di fare un po' d'antiaccademismo e di combattere l'insegnamento universitario particolarmente filosofico. Orbene, l'averci presentato questa vita e questo pensiero nella forma piú viva e piú drammatica è merito del Covotti, se pure dal modo di concepire il suo lavoro son venuti difetti di struttura innegabili. E bisogna essergliene grati, da questo punto di vista, come d'una lacuna colmata nella nostra letteratura filosofica. |
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