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PAPINI GIOVANNI Morte e resurrezione della filosofia Finora le critiche che si son fatte alla filosofia sono state parziali, limitate a una teoria, a un sistema, a una scuola, a un indirizzo. Quanto alla parte costruttiva si è pensato piuttosto a dare un nuovo sistema che a tramutare da' fondamenti ogni filosofia; a fare qualcosa di definitivo piuttosto che d'iniziale. Diversi sono i miei propositi:
Per giungere a questi scopi è necessario:
Dopo un'esposizione dei principali tipi di definizione della filosofia, dimostrerò due fatti di grande importanza:
Un esame dei dati della filosofia mi permetterà di vedere se queste voglie sono state o possono essere soddisfatte. Anche i filosofi, come gli altri uomini, son mossi da sentimenti e da istinti. La filosofia non è che una reazione sentimentale, vitale, che assume esteriormente manifestazioni razionali (es. classico: giustificazioni teoriche degli istinti). C'è sempre, in ogni filosofo, una prefilosofia, ch'è fatta di elementi vitali ed effettivi. Ne accennerò, per ora, alcuni:
Siccome i sentimenti sono personali, variabili, molteplici, scompare la possibilità del primo carattere della filosofia, della razionalità. Sono: la mente (l'attività intellettuale in genere); i concetti e l'arte di aggruppare e organizzare i concetti: la logica. Nella mente c'è da notare:
Quanto ai concetti son di due sorta:
Trasformare un gruppo d'intuizioni in un concetto generale significa deformarle e impoverirle; trasformare un concetto generale in universale significa ottenere un segno vuoto, un inconcepibile assoluto. La logica, malgrado le sue apparenze di assolutezza, nasconde due pericoli che insidiano l'opera del filosofo. Essa è:
I dati razionali non ci permettono dunque di raggiungere né l'universalità (inconcepibile) né la razionalità (relativa, incompleta) né la realtà (impoverimento, insufficienza della mente). Oltre che essere una germinazione interiore (vitale e sentimentale) e una costruzione esteriore (logica e razionale) la filosofia è pure un complesso di parole e di segni, cioè di espressioni. La filosofia, in quanto è comunicazione di pensieri, è linguaggio. Ora tutti i filosofi (da Platone a Vailati) si son lamentati delle imperfezioni del linguaggio, il quale essendosi formato in epoche prefilosofiche e fra genti primitive, non è adatto a esprimere le nuove scoperte del mondo e dello spirito. Le principali critiche che gli si posson muover sono:
Così non si esprime tutto quel che si pensa e non si pensa tutto quel che si dice. La critica del linguaggio ci porta a negare alla filosofia il raggiungimento della realtà in quanto essa vorrebbe essere espressione e comunicazione del reale. Riassumendo abbiamo veduto come i dati di cui la filosofia si giova non permettano in nessun modo la soddisfazione della sua triplice volontà di essere razionale, universale e rivelatrice di realtà. La filosofia s'è illusa ed è rimasta sconfitta. Poiché la filosofia non può in nessun modo raggiungere ciò che vuole è costretta a ritirarsi, a rinunziare, a morire. E ci sono infatti cause e segni di prossima morte:
Ci sarebbe il modo di risollevare la vita della filosofia, cercando di modificare e accomodare quegli strumenti che si son visti inadatti e contrari? Vediamo:
Parrebbe che non ci fosse via di scampo, ma invece ve ne son due. La filosofia non deve morire e continuerà a vivere in due modi:
I filosofi vogliono spiegare tutto, ma in generale non si curano di spiegare loro stessi e la loro filosofia. S'è dimenticato che i sistemi son pure parti dell'universo, oggetti su cui si può speculare, rivelazioni ed espressioni di uomini. La filosofia resterà dunque, come fatto, in due maniere:
Vista la vanità dell'opera filosofica quale fu sempre fatta noi non possiamo prendere più sul serio la filosofia, pensare con fede, costruire con gravità. L'arrivo alla coscienza del valore puramente verbale e personale della filosofia ci toglie ogni ragione di rispetto, di dovere, ecc. Ma ci saranno ancora degli spiriti aristocratici, i quali, pur sapendo che le loro meditazioni e costruzioni non hanno né un valore razionale né un valore universale, si diletteranno di comporre nuove metafisiche, nuove teorie della conoscenza, nuove formule morali o di adottare e trasformare variamente quelle già esistenti. Faranno, cioè, dei giuochi filosofici. Per questi occorrerà un manuale. Lo faremo e forse esporremo alcune delle regole del giuoco speculativo: la varietà, la complicazione, la contraddizione. E avremo il giuoco della battaglia (sofistica), il giuoco della cavalcata (fantasie metafisiche) ecc., ecc. Per molto tempo ci saranno ancora di quelli che crederanno alla solidità, all'efficacia, al valore delle teorie razionali. Allora ci serviremo di questa credenza ritardataria per giustificare i nostri atti. La filosofia rimarrà come scudo teorico delle nostre azioni. Sarà una corazza della quale noi conosceremo la fragilità, l'inconsistenza, la vanità. Sapremo che un solo colpo la dissolverebbe, ma gli altri, i fedeli, crederanno, vedendola scintillare, che sia di saldo acciaio e in molti casi ci salverà. Socialmente saremo coperti; intellettualmente, per noi, saremo nudi. Si tratta, fin qui, di sopravvivenze. Occorre per il nostro amor proprio di pensatori, che sotto la bandiera della filosofia ci sia qualcosa di più vivo e di più nuovo. Se la filosofia non può andare verso le vecchie mète, troviamone delle nuove. Una sola ambizione conserveremo: il possesso intero della realtà. Bisogna cominciare col fornire alla filosofia un carattere suo particolare, un quid suo proprio. Bisogna che sia qualcosa di non comune alle altre attività, qualcosa che nessuno fa o tenta. Ciò non accade colla ricerca del generale e dell'unità perché tutte le attività umane, nessuna eccettuata, ci tendono. La grande preoccupazione degli uomini è quella di gittare delle corde, delle funi, dei ganci tra le cose. Unire, legare, stringere, avvicinare. E d'altra parte togliere, impoverire, decapitare. Non vogliamo spaziare troppo coll'occhio, non vogliamo fare dei salti. Noi preghiamo la logica che stenda dappertutto le sue maglie, che prenda queste diversità ribelli per schiacciarle nel suo pugno, per farne una poltiglia digeribile. Abbiamo bisogno dell'unico che toglie fatica e dà meno noia. Riportare il nuovo al vecchio: che dolcezza! Lo spirito non vuole arricchirsi troppo, non vuole aumentare i suoi scaffali, non apre la porta che alla gente di casa. Non vuol disturbi di nuove conoscenze. Ha la malattia dei legami, dei richiami, delle comunicazioni e delle catene. Così l'umanità soddisfatta nella sua pigrizia, nella sua mania unitaria ha fatto del paragone e dell'immagine uno dei segni del genio (Aristotele, Schopenhauer, Bain, James, Hoffding). Questa abitudine ostinata di volere unire e semplificare la ritroviamo nelle varie classi di attività:
Tutti temono il particolare, il completo, l'isolato, il singolare (odio degli eroi). Nessuno lo vuole o lo cerca. La filosofia farà quel che nessuno fa o vuol fare, ha trovato la sua missione originale: sarà la ricerca e la scoperta del particolare. La tradizione universalista che rimonta, nella filosofia occidentale, a Senofane, ma risale al pensiero vedico, coll'unificazione del politeismo indiano in Aditi e in Agni avanti di giungere all'Atman delle Upanishads, viene ad essere spezzata. Sembrerà un ritorno, un passo indietro? Può darsi che lo dicano, ma non è. È un'illusione che l'unitarismo rappresenti uno stadio intellettuale superiore e recente. Il contrario piuttosto è vero: si pensi ai vocaboli dal larghissimo senso dei primitivi (Leibniz, Max Müller, Hoffding) alla impotenza di distinzione dei selvaggi, dei fanciulli e degli uomini volgari che vedono tutto molto più simile di quello che sia per osservatori più sottili, e si dovrà concludere che lo sviluppo intellettuale va dall'indefinito al definito, dal generale al particolare, dal confuso al distinto, dal fuso al dissociato. Gran parte del progresso intellettuale è fatto con dissociazioni d'idee (Remy de Gourmont), e il raffinamento dei sensi consiste nel cogliere quelle differenze che ai sensi rozzi e non esercitati sfuggono. Mi piace dare anche, en passant, una teoria metafisica a sostegno della necessità della ricerca del particolare. Tutte le metafisiche sono animiste, consistono, cioè, in una animazione delle cose (sensazioni) fatta con elementi affettivi o volitivi (volontà ecc.). Ora il fatto più profondo delle psiche diviene il fatto più profondo dell'universo. Questo fatto più profondo è, per me, la tendenza all'inerzia, all'ozio, al riposo, all'annientamento. Eccone alcune prove:
Ora dobbiamo essere noi dei semplici spettatori del mondo? Perché, dopo che abbiamo scoperto la tendenza del mondo, non cerchiamo di contrastarla, di impedirla, non ci facciamo attori ed autori? Il rimedio consiste nell'andare contro ai mezzi che fanno prevedere il finale annullamento: l'universale e il riposo. Così movendo verso il particolare e l'azione la filosofia tenta di salvare il mondo, di teoria diviene azione. Ecco l'altro gran mutamento d'indirizzo nella filosofia. Mentre finora il pensatore assumeva rispetto alle cose un'attitudine quasi passiva, conoscitiva, teorica, ora deve assumere un'attitudine attiva, pratica. Non deve solo conoscere e accettare il mondo, ma deve salvarlo, trasformarlo, ed accrescerlo. Salvarlo con la ricerca del particolare e dell'attività, trasformarlo con la ricerca di nuovi modi di conoscenza, e accrescerlo con creazione di altri mondi. (C'è il mondo? No. Ci sono i mondi, più mondi, parecchi mondi per ciascun uomo. Bisogna crearli, moltiplicarli. Sforzo supremo: mondo trascendentale, completamente diverso dall'empirico sensibile). Molti problemi metafisici non sono risolvibili che con l'azione. Ad esempio il massimo problema metafisico, il principio del mondo, è consistito o in un tentativo di ridurre l'interno, lo spirito (elemento interno, attivo, idea, volontà) all'esterno, alla materia (intuizione sensibile), il che, tradotto in termini psicologici, si dimostra assurdo; oppure di ridurre l'esterno all'interno, egualmente assurdo quando fatto razionalmente (omogeneità verbale) ed inutile quando fatto affettivamente (estasi mistica, incoscienza). Il ponte tra cose e spirito, cioè tra sensazioni e sentimenti, non può esser dato che dall'azione. E allora si rovescia la tradizione metafisica e dall'animazione si trascende alla creazione. Mentre lo sforzo dei maggiori metafisici è di mettere la volontà nel concreto (volontarismo: Schelling, Schopenhauer, Wundt, Paulsen ecc.) ci dobbiamo proporre di rendere concreta la volontà, cioè di rendere reali esternamente i nostri desideri (sogno magico che passa in filosofia). Così l'uomo non solo colla creazione della verità, dell'infinito e della legge si fa Dio (Goethe, Fichte, Feuerbach, Stirner, Comte, Hazard, Maeterlinck), ma anche coll'oggettivazione concreta del suo desiderio, colla creazione della realtà. Così con la trasformazione dell'attività filosofica di teorica in pratica, noi sfuggiamo a tutti gli inganni e a tutti i tradimenti del razionalismo e dell'espressione, delle formule, delle parole, delle forme, delle regole, che, pur essendo necessarie come strumenti di vita, sono tanti intermediari tra noi e la piena realtà, sono tanti vetri che falsano, tante forbici che tagliano. E così noi rientriamo in possesso di tutta la ricchezza del mondo (particolare) e creiamo collo spirito (nuovi mondi) e coll'azione che vivifica, per mezzo dello spirito, le cose, tendiamo a una più intensa psichizzazione del mondo. Ma resta ancora un carattere che la filosofia futura, a differenza della passata, deve possedere: la personalità. Visto che una filosofia universale, per tutti, è per più ragioni un vano sogno bisogna rassegnarci a fare una filosofia per ciascuno. Ognuno che sarà degno avrà la sua filosofia, adatta ai suoi bisogni, ai suoi interessi, ai suoi sentimenti. Non più si cercherà d'imporre a tutti una medesima uniforme d'una medesima misura. Il filosofo potrà fare due cose:
Così non parleremo più di filosofia ma di filosofi, e non faremo la storia delle dottrine ma la storia dei dottrinari. Ecco dunque capovolta la vecchia filosofia. Oggi la filosofia tende all'unico, alla teoria, alla conoscenza della realtà, all'animazione del concreto — domani dovrà dirigersi al particolare, alla pratica, alla creazione della realtà, alla concretazione dell'anima. Si poteva definirla: una conoscenza unificatrice e universale della realtà — si potrà definirla una ricerca e creazione pratica del particolare e del personale. Avremo così delle importanti conseguenze metafisiche, gnoseologiche, morali e metodologiche:
Si compie così il ciclo perfetto della filosofia la quale, partita da uno stato di non espressione e di pura azione, attraverso la riflessione sugli atti sociali (morale), sul mondo (cosmologia) e sulla conoscenza (gnoseologia) ritorna, per mezzo di conseguenze gnoseologiche, alla non espressione, alla pratica, alla vita. La mia proposta di futura filosofia è nello stesso tempo il compimento, l'ultimo anello di ritorno della filosofia e il programma, il principio di qualche altra cosa. Mentre in genere i filosofi aspirarono a fare qualcosa di stabile, di ultimo, di definitivo (Hegel, Comte, ecc.) io tengo soprattutto a fare qualcosa d'iniziale, ad aprire una strada nuova ove altri, forse, camminerà e correrà. (1903) |
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