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BARUCH DE SPINOZA Etica - Dio (a cura di Benedetto Brugia)
Di rado una grande opera filosofica è iniziata in maniera così ardua. Gran parte della visione del mondo di Spinoza è stata già suggerita da quelle otto definizioni e nel decifrare il loro significato consiste gran parte delle difficoltà di interpretare l'Etica. La prima definizione è tratta da Mosè Maimonide, un pensatore ebraico del XII secolo che esercitò grandissima influenza sulla filosofia medievale. Come ho notato sopra, sembrava a Spinoza che potesse esserci risposta all'enigma dell'esistenza solo se ci fosse un essere la cui stessa natura è di esistere, un essere la cui esistenza sarebbe autoesplicativa. Un tale essere dev'essere autoprodotto, ovvero “causa di se stesso”. Donde la definizione. Dallo stesso repertorio di idee teologiche proviene la distinzione spinoziana tra finito e infinito. Spinoza crede che le cose finite hanno limiti, o nello spazio o nel tempo o nel pensiero. E una cosa che ha dei limiti è limitata da qualcos'altro: si potrà sempre concepire una cosa più grossa o più grande o più durevole di essa. Non tutte le cose possono essere paragonate con (e perciò limitate da) tutte le cose. Un grande elefante non è più grosso né più piccolo di un grande pensiero. In generale le cose fisiche (corpi) sono limitate da cose fisiche e quelle mentali (idee) da cose mentali. Da qui deriva l'espressione “finita nel suo genere”. La terza definizione introduce il concetto cardinale della filosofia di Spinoza, il concetto attorno a cui ruotano i suoi argomenti metafisici. Il termine “sostanza” è un termine tecnico della filosofia seicentesca, ma ogni pensatore lo usava in maniera peculiare. Secondo Spinoza la realtà si divide fra quelle cose che dipendono o che sono spiegate da altre cose e quelle che non dipendono da altro che da se stesse. Perciò, a esempio, il bambino deriva dai suoi genitori, che a loro volta provengono dai loro genitori e così via. La catena della riproduzione umana è una catena di esseri dipendenti. Questi esseri non sono sostanze, perché per formare un concetto vero della loro natura (ovvero una spiegazione di ciò che sono e del perché sono quello che sono) dobbiamo concepirli in relazione alle loro cause. “Sostanza” è il termine che Spinoza riserva alle cose a cui tutto il resto inerisce o da cui tutto il resto dipende. Le sostanze non sono concepite mediante le loro cause, ma mediante se stesse. Gli esseri inferiori e dipendenti sono “modi” di sostanze. Nella Definizione 5 egli definisce questi esseri inferiori “affectiones”, un termine tecnico latino che significa, più o meno, “modi in cui le sostanze sono affette”, come a esempio un pezzo di legno è “affetto” dall'essere dipinto di rosso o una sedia dal fatto di essersi rotta. (Se una sedia fosse una sostanza, allora il suo essere rotta sarebbe un modo della sedia. Ma possiamo già capire che, per la definizione data, niente di così umile e contingente come una sedia potrebbe essere una sostanza). La Definizione 4 è altamente controversa. Spinoza ha in mente più o meno questo. Quando comprendiamo o spieghiamo una sostanza ciò avviene per mezzo della conoscenza della sua natura essenziale. Ma può esserci più di un modo di “percepire” questa natura essenziale. Immaginate due persone che osservano un dipinto su tavola. Una delle due persone è un ottico, mentre l'altra è un critico d'arte. Immaginate di chiedere loro di descrivere ciò che vedono. L'ottico immagina il dipinto disposto lungo due assi ortogonali e lo descrive così: “In x = 4, y = 5.2, c'è un'area di colore giallo cromo; questa continua lungo l'asse orizzontale fino a x = 5.1, quando si trasforma in blu di Prussia”. Il critico dice: “Vedo un uomo in soprabito giallo con un'espressione incupita e con occhi azzurri color acciaio”. Potete immaginare queste descrizioni completate fino al punto di consentire a una terza persona di ricostruire il dipinto utilizzandole come una sequenza di istruzioni. Ma esse non hanno nulla in comune. Una riguarda i colori disposti su un reticolo geometrico, l'altra riguarda la scena che vediamo in quei colori. Non potete passare in maniera sensata da un discorso all'altro: l'uomo non sta in piedi vicino a un'area di blu di Prussia, ma vicino all'ombra di una quercia. Il blu di Prussia non è posto vicino a una manica del soprabito, ma vicino a un'area di giallo cromo. In altre parole, le due descrizioni sono incommensurabili: nessun frammento di una delle due può apparire all'interno dell'altra senza creare un'assurdità. E tuttavia nessuna delle due descrizioni tralascia alcuna caratteristica citata nell'altra. Questo esempio è qualcosa di simile a ciò che Spinoza aveva in mente con il suo concetto di attributo: una descrizione completa di una sostanza, che non esclude altre e incommensurabili descrizioni della stessa identica cosa. La sesta definizione di Spinoza introduce il “Dio dei filosofi”: il Dio reso familiare da numerosissime opere di teologia antica e medievale, che si distingue da tutte le realtà inferiori per la perfezione e pienezza del suo essere. Esso contiene “un'infinità di attributi”: in altre parole si possono dare di esso infinite descrizioni, ciascuna delle quali comunica un'essenza eterna e infinita. L'idea dell'eterno è spiegata nella definizione conclusiva dove, in un corollario, Spinoza distingue tra eternità e durata. Niente che sia concepito nel tempo può essere eterno: nel migliore dei casi ha una durata illimitata. La vera eternità è l'eternità degli oggetti matematici, come i numeri, e delle “verità eterne” che li descrivono. Essere eterno significa stare al di fuori del tempo. Tutte le verità necessarie sono eterne in questo senso, come le verità della matematica. Quando l'esistenza di qualcosa è dimostrata con argomentazione deduttiva a partire dalla sua definizione, allora il risultato è una verità eterna: e Dio è eterno proprio in questo senso. La settima definizione ci dice che le cose dipendenti e determinate non sono libere nel senso autentico della parola. Solo le cose autosufficienti — ossia le cose conformi alla prima definizione — possono essere veramente libere. Dopo aver dato queste definizioni Spinoza passa agli assiomi, che sono le premesse che egli presume autoevidenti della sua filosofia. Eccoli:
Gli assiomi sono poco meno ostici delle definizioni. Spinoza ne era consapevole e suggerì ai lettori di seguire alcune sue dimostrazioni perché potessero gradualmente impadronirsi del significato e della verità degli assiomi. Questo non significa negare l'autoevidenza degli assiomi, ma solo ammettere la difficoltà di acquisire la prospettiva da cui si manifesterà la loro autoevidenza. Anche nella geometria e nella teoria degli insiemi è vero che gli assiomi sono spesso meno chiari dei teoremi. I primi due assiomi hanno comunque bisogno di essere delucidati. Per Spinoza, “B è in A” è un altro modo di dire che A è la spiegazione di B. In tal caso B deve anche essere “concepito mediante” A: ciò significa che nessuna spiegazione adeguata della natura B può fare a meno di parlare di A (donde l'assioma 4). In effetti i primi due assiomi dividono il mondo in due generi di cose. Il primo genere è quello delle cose che sono dipendenti da altre (dalle loro cause) e che devono essere concepite mediante le loro cause. Il secondo è quello delle cose che sono autosufficienti e sono concepite mediante se stesse. Dalle definizioni dovrebbe risultare ovvio che questa è la distinzione tra i modi e le sostanze. Per comprendere pienamente gli assiomi, dobbiamo sapere che cosa Spinoza desidera dimostrare. La prima parte dell'“Etica” consiste di 36 proposizioni e delle relative dimostrazioni, insieme a diversi brani, piuttosto ampi, di commento. Questi testi costituiscono l'argomentazione con cui Spinoza espone la concezione che c'è una e una sola sostanza e che questa sola sostanza è Dio e dunque è infinita ed eterna. Ogni altra cosa esiste in Dio, ossia è un modo di Dio e come tale dipendente da Dio. La dimostrazione di questa straordinaria affermazione segue uno schema che ci è reso familiare dalla filosofia medievale, lo schema dell'“argomento ontologico” per la dimostrazione dell'esistenza di Dio, come doveva poi chiamarlo Kant. Visto che Dio è definito come un essere dotato di infiniti attributi, allora non esiste niente che possa limitare o togliere il suo essere: egli è sotto ogni rispetto senza limiti. Poiché la non-esistenza è una privazione, una limitazione, non può essere predicata di Dio. Perciò l'essenza di Dio implica la sua esistenza: egli è, per la definizione 1, “causa di sé”. Tuttavia, ragiona Spinoza, se comprendiamo correttamente questa prova tradizionale dell'esistenza di Dio, dobbiamo ammettere che non dimostra soltanto che Dio esiste, ma anche che Dio abbraccia tutto, che, al di fuori di Dio, niente può esistere o essere concepito. Perché se c'è qualcosa di altro da Dio, allora o è in Dio e dipende da lui — nel qual caso non è una sostanza, ma semplicemente un modo di Dio —, oppure (per l'assioma 1) è al di fuori di Dio, nel qual caso esiste qualcosa che Dio non è, ossia sotto qualche aspetto Dio è limitato e perciò finito (definizione 2), il che è impossibile (definizione 6). Perciò nel mondo c'è una sola sostanza e questa sostanza è Dio. Tutte le cose finite derivano l'una dall'altra in una catena infinita di causa ed effetto e ciascuna è determinata a essere ciò che è dalla causa che la produce. Come afferma Spinoza:
L'unica sostanza è sia Dio sia Natura e può essere considerata sia come il creatore libero che crea se stesso (“Natura naturans”) sia come la somma della sua creazione, ovvero di quelle cose che sono in Dio e sono concepite mediante lui (“Natura naturata”). In senso metafisico solo Dio è libero (vedi definizione 7). Donde:
Da tutto ciò segue che:
Dio, la sostanza infinita che tutto racchiude, è il solo essere libero, nel senso definito nella Parte I dell'Etica, poiché Dio soltanto determina perfettamente la sua propria natura. Ogni altra cosa è vincolata alla catena di causazione il cui fondamento ultimo è Dio. È facile capire perché Spinoza fu considerato come un eretico tanto pericoloso. Egli offrì la dimostrazione dell'esistenza e della magnificenza di Dio. Ma le clausole aggiuntive della sua offerta ci dicono che Dio è identico alla Natura e che niente nel mondo è libero. Per il credente disorientato, ansioso di trovare una filosofia con cui contrastare la scienza moderna, questo è il tracollo definitivo. La macchina inesorabile della natura è tutto ciò che esiste e noi vi siamo asserviti irrimediabilmente. E il fatto che la natura sia “causa di sé” — cioè il fatto che esiste di necessità e non può essere altra da ciò che è — non fa che aggravare la catastrofe. |
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