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consoli mario Il denaro e la qualità della produzione (da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia) Una volta, una delle caratteristiche fondamentali di un buon prodotto doveva essere la qualità. Questo non solo all'epoca degli antichi artigiani, ma anche nelle prime fasi del processo industriale e, in certe aree geografiche e per certi settori produttivi, fino quasi ai nostri giorni. Qualità voleva dire, oltre al buon funzionamento, alla cura dei dettagli, alla bella forma, una lunga durata. Ma, soprattutto quest'ultima, è stata considerata nociva per l'economia consumistica, e combattuta. Ogni prodotto durevole è ritenuto fonte di consumi mancati. Per essere funzionale al vigente sistema, una merce deve risultare sufficientemente appetibile, ma di brevissima durata. Questa logica — che ha condotto al trionfo dell'“usa e getta” — è oggi applicata su tutto, dai prodotti alle costruzioni, dalle automobili ai computer. Mentre i turisti possono ancora ammirare tratti delle strade costruite dagli antichi romani, le odierne carreggiate non reggono alla minima intemperia: si riempiono di buche e necessitano in tempi brevissimi di essere asfaltate. La Fiat ritirò la “500” dal mercato perché era stata progettata troppo bene ed aveva un'“eccessiva” durata. Mio nonno possedeva un'ingegnosa macchinetta nella quale infilava la lametta per la barba che, girando una manovella, si affilava come nuova. Ogni mattina, per qualche decina di secondi, risuonava nella casa il secco rumore metallico di quel marchingegno. La stessa lametta veniva così usata per mesi, forse superava l'anno. Oggi si vende un'incredibile quantità di rasoi “monouso” e le fabbriche di lamette si preoccupano, per non chiudere, di mettere sul mercato solo prodotti in grado di effettuare un ridotto numero di rasature. «L'editoria d'oggi è assurta al rango di efficiente industria dominata da giganteschi agglomerati che raggiungono indici di redditività sul capitale ritenuti accettabili perfino a Wall Street. Ma [...] l'editoria è scaduta enormemente dal punto di vista culturale» (1). L'enorme e veloce sviluppo della tecnologia, particolarmente quella informatica e della comunicazione, ha reso oggi possibile anche l'“obsolescenza programmata”. Si mettono sul mercato prodotti quando ne sono già in fabbricazione similari, ma più “evoluti”. Con la vendita del primo lotto si piazza il prodotto nella fascia di mercato più sensibile alle novità; dopo qualche mese si lancia il secondo lotto conquistando un'altra quota di mercato, più una parte della prima, spinta, per “rimanere aggiornati”, a sostituire il “vecchio” acquisto con il nuovo. A pochi mesi arriva il terzo lotto, e così via. Mi è capitato di ordinare, appena lanciato, l'aggiornamento di un programma informatico e di riceverlo dopo circa un mese; la settimana successiva leggo sui giornali dell'uscita di un ulteriore aggiornamento dello stesso programma. Ho potuto lavorare con uno strumento all'“avanguardia” solo per sei giorni, il settimo avevo già un “software” obsoleto! Per rimanere sul piano delle esperienze personali accennerò a quanto avvenuto nel campo della preparazione grafica negli ultimi quindici anni. Il punto di forza in Europa — come sempre nella nostra tradizione (2) — era la qualità. La nuova avventura tecnologica con la quale gli operatori del settore erano stati costretti a cimentarsi, quella informatica, era vissuta soprattutto come opportunità di migliorare la qualità della produzione. In tal senso sorsero industrie in Germania e altrove per produrre macchine sofisticatissime. All'acquisto di nuovi macchinari ci si armava di lentini a 10, 20, 30 ingrandimenti per controllare la secchezza delle curve dei caratteri e di densitometri di alta precisione per controllare le curve cromatiche. Alla Drupa, la Fiera grafica internazionale di Düsseldorf, l'americana Apple presentò i suoi nuovi prodotti per la grafica — la linea Macintosh — suscitando l'incredulità del pubblico. Si trattava di computer inizialmente ideati per giochi o poco più, potenziati per l'occasione. Erano passi da gigante all'indietro rispetto al lavoro svolto in Europa. Le contestazioni “qualitative” non si contarono. Ad un convegno interno alla Fiera si presentò ai microfoni un rappresentante della casa americana che disse poche, secche parole: «I vostri discorsi sulla qualità non ci interessano. Ho da dirvi solo questo: nel giro di un paio di anni al massimo, il mondo si adeguerà alla “qualità” Macintosh». La Apple mise sul mercato i suoi computer ad un quinto del prezzo richiesto dalle aziende europee, ne piazzò ovunque e il gioco fu presto fatto. Le nostre fabbriche chiusero e tutti furono costretti a lavorare in Macintosh, a nascondere lentini e densitometri, ad accettare per qualità ciò che la Apple offriva. Un esempio eloquente, che ben si potrebbe applicare a cento altri settori, a mille altri tipi di prodotto. Per l'Europa in generale e per l'Italia in particolare la questione è ancor più allarmante che in altre regioni. Le nostre tradizioni produttive sono infatti sempre state contraddistinte proprio dalla qualità, dall'accuratezza dell'esecuzione e dalla durata nel tempo dei manufatti. I nostri tessuti, tanto per fare un esempio, hanno raggiunto ogni parte del globo fin da epoche remote, e sono sempre stati richiesti per la loro lavorazione unica e pregiata. Oggi si dice che il “Made in Italy” è di gran moda in tutto il mondo. Ma basta scavare un poco per scoprire che si tratta solo di una questione di marchi: le produzioni “italiane” sono già globalizzate o in avanzata fase di globalizzazione. Una volta persa l'attitudine, l'abitudine e il gusto per la qualità, i nostri artigiani, i nostri lavoratori, gli stessi progettisti potranno mettersi tranquillamente in lista d'attesa per un posto alla catena di montaggio, peraltro con salari “da cinesi”, o per un impiego nei servizi di distribuzione, sempre pronti ad essere sostituiti da robot o da manodopera a più basso costo. L'attuale invasione di immigrati e il loro progressivo inserimento nel mondo del lavoro, dà poi il colpo finale nel distruggere quelle specificità che hanno sempre determinato il livello qualitativo delle nostre produzioni. Se questo calice fosse bevuto fino in fondo, per l'Europa, per l'Italia, le possibilità di rimonta economica, di autonomia finanziaria, e quindi anche di indipendenza politica e militare, sarebbero ridotte a zero. ________________ |
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