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consoli mario La grande finanza e l'alimentazione (da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia) Il continente africano, oggi teatro di fame, pestilenze, disperazione e morte, fino al 1900, dal punto di vista alimentare, era assolutamente autosufficiente. Proporzionalmente allo sviluppo del colonialismo economico questa autosufficienza è diminuita sino a scomparire. Nel 1961 si attestava ancora sul 98 per cento, nel '71 era scesa all'89 per cento, dieci anni dopo al 78 per cento, nei due decenni successivi la situazione è precipitata. Quando l'azione devastante del consumismo, delle speculazioni finanziarie, dello strapotere delle forze del denaro coinvolge le produzioni industriali ed artigiane, la situazione, per i popoli e per gi uomini, diviene preoccupante; quando sono condizionate le economie monetarie delle singole nazioni, si fa allarmante; quando vengono prese di mira l'agricoltura e le risorse alimentari, si entra nel dramma. Nessuna pestilenza, nessuna carestia ha mai portato distruzione, disperazione e morte quanto lo speculare su prodotti della terra e sull'alimentazione degli uomini, come han fatto e stan sempre più facendo le forze del mondialismo in tutto il globo. L'autosufficienza alimentare è sempre stata, nella storia dei popoli, una dura conquista perseguita con saggezza e costanza, secolo dopo secolo, ed ha condotto ad equilibri complessi in strettissima armonia con i cicli e le regole della natura. Senza autosufficienza alimentare non può esservi libertà per nessun popolo. La coltivazione dei campi era programmata perché potesse continuare a dar frutti, anno dopo anno, anche per le generazioni future. Il maggese, la saggia e previdente utilizzazione ciclica dei terreni, studiata per mantenere fertili le zolle, rappresentava un ostacolo agli utili immediati e massimizzati, quindi oggi si privilegia la monocoltura. Il fatto che la terra si esaurisca sarà un problema solo per chi verrà. Quando una zona si inaridisce se ne aggredisce un'altra, altrove, tanto, in perfetta sintonia con lo spirito della globalizzazione, difficilmente i prodotti della terra oggi vengono consumati dalle popolazioni locali. George Soros, in vista delle prossime speculazioni sui prodotti alimentari, sta già acquistando sconfinati territori africani (1). Siamo arrivati all'assurdo dei paesi del Terzo Mondo, occupati in coltivazioni agricole, i cui prodotti sono destinati ad altre parti del mondo, costretti per i propri consumi alimentari ad importare e ad essere continuamente esposti, per motivi economici e monetari, al rischio della fame. «Il Terzo Mondo è diventato un importatore netto di prodotti alimentari e quasi un importatore netto di prodotti agricoli» (2). «Nell'intero Terzo Mondo aumenta, sia pur lentamente, la produzione agricola destinata all'esportazione e diminuisce, drasticamente e drammaticamente, la produzione di alimenti primari per la popolazione indigena. In Africa si coltivano fiori stupendi e squisite primizie [...] ma la gente non ha da mangiare». «Mentre quasi un miliardo di persone sta morendo di fame, la produzione mondiale dei tre cereali base, grano, mais e riso, non fa che crescere» (3). Ribadisce Phil Bradley: «Le popolazioni del Terzo Mondo non sono più libere di produrre alimenti per il fabbisogno interno, e i magri guadagni ricavati dalle produzioni destinate al mercato mondiale non sono sufficienti per l'acquisto del vero bene che loro necessita, il cibo, proprio quel cibo che, ironicamente, sono costretti a produrre per gli altri» (4). Gli effetti del libero mercato sul Terzo Mondo sono stati talmente devastanti da non lasciar dubbi agli studiosi che si sono avvicinati all'argomento. «I paesi poveri non sono poveri perché lo erano già prima della rivoluzione industriale. È molto probabile che il livello del reddito dell'Occidente intorno al 1700 non fosse più alto di quello del futuro Terzo Mondo» (5). Scrive Massimo Fini: «Non bisogna confondere l'omologazione del pianeta ad un unico livello economico con il colonialismo tradizionale. [...] Il vecchio colonialismo, avendo soprattutto di mira la rapina di materie prime più che la conquista di nuovi mercati, tiene nettamente separate la comunità dei colonizzatori da quella indigena e non stravolge quindi l'esistenza e la cultura dei popoli autoctoni che sostanzialmente continuano a vivere come hanno sempre vissuto. Il colonialismo economico invece, puntando sulla conquista di nuovi consumatori, ha bisogno di omologare le popolazioni indigene ai gusti, ai consumi, alla “way of life” del modello industriale e quindi ne distrugge le culture». «I paesi industrializzati non solo li rapinano, come han sempre fatto dall'epoca coloniale, delle materie prime — questo sarebbe ancora il meno —, ma gli rivendono la loro roba inutile (Coca-Cola, radio portatili, pile, eccetera) impoverendoli ulteriormente. In alcuni casi i paesi del Terzo Mondo vengono persino aiutati per poterli depredare meglio» (6). Al Fondo monetario internazionale (7) è riservato il ruolo di grande regista dei prestiti che strozzano il Terzo Mondo. Questi paesi vengono rifinanziati puntualmente per dar loro modo di pagare gli interessi sui debiti contratti e rimanere così legati a doppio filo — sarebbe più corretto dire a doppia catena — con il Nord del mondo, affamato di mercati e di consumatori. Questi prestiti, anziché aiutare Paesi bisognosi, si rivelano puntualmente marchingegni costruiti per schiavizzare popoli che, allontanati dalle loro tradizioni e culture, rimangono, indifesi e inconsapevoli, vittime delle speculazioni finanziarie e mercantilistiche. Si tratta di interventi la cui etica somiglia a quella di un medico che, per allargare la propria schiera di pazienti, si mettesse a diffondere microbi, germi e virus. Il Sahel, la striscia che costeggia il Sahara dall'Atlantico al Mar Rosso, da molti anni teatro di siccità, fame e morte, è costante oggetto dei pelosi aiuti “internazionali”. «È stato calcolato che per ogni dollaro donato dal Nord del mondo ai paesi del Sahel, a questi stessi paesi sono stati venduti tre, a volte cinque, a volte addirittura undici dollari di prodotto finito. [...] Gli agricoltori del Sahel lasciano i campi e immigrano in città dove si proletarizzano e si sottoproletarizzano perdendo ogni autosufficienza e venendo a dipendere in tutto e per tutto dal meccanismo del denaro. Nel frattempo la terra abbandonata si desertifica (questa è la causa della perdurante siccità del Sahel) creando così una situazione di non ritorno» (8). «Nel 1972, l'anno in cui il Sahel fu colpito più gravemente dalla siccità e dalla conseguente morte per fame, il governo degli Stati Uniti pagò ai suoi agricoltori tre miliardi di dollari perché lasciassero incolti 50 milioni di ettari che, se coltivati, sarebbero stati teoricamente più che sufficienti a sfamare le popolazioni del Sahel. Lo scopo era provocare un consistente rialzo del prezzo del grano (che infatti negli anni successivi aumentò del 236 per cento) per poterlo vendere con maggior profitto sui mercati che contano; i morti di fame del Sahel non avevano invece i quattrini sufficienti per comprare il grano a un prezzo interessante per i produttori americani» (9). Analoghi sconvolgimenti sono avvenuti a casa nostra, pur se meno appariscenti data l'industrializzazione e la complessità della nostra società. Enormi appezzamenti di terreni rimangono incolti perché a questo fine la Comunità europea eroga finanziamenti, e ciò solo per allinearsi all'interesse di mercato internazionale, a scapito dell'autonomia alimentare locale. I bulldozer schiacciano colline di arance in Sicilia, mentre al mercato compriamo agrumi provenienti da Israele e da altri paesi; mi è capitato di trovare in un supermercato barattoli di marmellata d'arance confezionati in Gran Bretagna (!). Son cinquant'anni che vengono premiati gli allevatori che abbattono le bestie e riducono il numero dei capi nelle proprie stalle, mentre importiamo carne da ogni dove, anche dall'America Latina. Le diatribe sulle “quote latte” han fatto conoscere a tutti che, mentre non abbiamo autosufficienza nel consumo del latte, viene multato chi incrementa la propria produzione. Il bailamme è totale; il fine sempre lo stesso: nessun popolo deve essere autosufficiente e su ogni derrata alimentare consumata in ogni parte del mondo deve pesare un profitto per gli speculatori, per i maneggiatori del denaro, per gli uomini del mondialismo. A seguito del dilagare della logica del massimo profitto applicata al mondo dell'agricoltura, si profilano inoltre gravissimi inquinamenti, pregiudizievoli per la salute dell'uomo, degli animali e dell'ambiente. Non ultimo quello genetico. Il presidente USA, Clinton, nel corso del contestato summit del WTO a Seattle, ha spudoratamente e ripetutamente chiesto «la totale apertura dei mercati ai cibi transgenici». Jeremy Rifkin ha recentemente scritto che «il polline proveniente da grano geneticamente manipolato, contenente un gene tossico chiamato Bt, ha ucciso il 44 per cento dei bruchi delle farfalle monarca che si cibavano delle foglie sulle quali questo particolare polline si era depositato» e che «il 25 per cento del grano americano contiene ora il transgene Bt». Si domanda Rifkin: «Perché non sono stati fatti un maggior numero di studi e ricerche prima di introdurre in milioni di acri di terra da raccolto il grano, la soia, il cotone e altre coltivazioni manipolate geneticamente?». E rivela, con legittima preoccupazione, che «nei prossimi dieci anni le aziende e le multinazionali farmaceutiche e chimiche hanno in programma di introdurre, in milioni di ettari in tutto il mondo, migliaia di piante transgeniche costruite in laboratorio» (10). Lo scienziato ungherese Arpad Pustzai ha riscontrato dei problemi nei ratti nutriti con patate modificate con il gene della lectina: blocco della crescita e indebolimento del sistema immunitario. Intendiamoci bene, si tratta di alimenti destinati a finire nei nostri piatti fra brevissimo tempo. E quand'anche il consumatore si volesse cautelare, controllando meticolosamente l'origine dei prodotti scelti per la propria alimentazione, cosa potrebbe fare per i derivati, cioè per tutti quei cibi industrializzati per i quali si usano farine, grassi e componenti vegetali? In Italia le coltivazioni “transgeniche” sono circa duecento — rivela Alessandro Giannì di “Greenpeace Italia” in una recente intervista — e il ministero della Sanità li tiene segreti. Nella stessa intervista il Giannì spiega come l'utilizzo della bio-genetica, oltre ai pericoli accennati, conduca ad una gestione monopolistica dell'agricoltura di tutto il mondo; grazie al sistema dei brevetti, abilmente gestito, la “longa manus” delle multinazionali è destinata a controllare anche le coltivazioni non di loro proprietà. «I semi che il contadino ricava dal raccolto Ogm non sono suoi: la compagnia li ha brevettati, quindi il contadino deve restituirli. Se non lo fa è legalmente perseguibile. Risultato, ogni anno l'agricoltore deve ricomperare le sementi dalla multinazionale e perde completamente la sua autonomia. Non solo: chi semina la soia Round Up ready della Monsanto, nel contratto si impegna a usare solo l'erbicida glisofato prodotto dalla Monsanto. [...] Se poi permetteranno alla Monsanto di commercializzare il seme Terminator, la situazione diventerà ancor più grave. È una semente geneticamente modificata che produce semi invariabilmente sterili. In questo modo non c'è possibilità di scappatoia: il contadino sarà legato mani e piedi alla multinazionale. Vogliono accentrare il controllo dell'alimentazione mondiale nelle mani di poche multinazionali, che detteranno la loro legge agli agricoltori di tutto il globo. E si sa in quale paese stanno la maggior parte di queste compagnie» (11). * * * Anche per le scorte il discorso è divenuto pesante. Se si fermasse il carosello di tir, container, aerei e navi, anche solo per qualche giorno, si scoprirebbe che i nostri paesi dispongono di provviste alimentari sufficienti per meno di una settimana; per le grandi città i più ottimisti parlano di due-tre giorni. Inutile dire quanto ciò esponga ulteriormente i popoli ai diktat di chi gestisce i mercati, ai capricci dei prezzi e delle speculazioni, ai profitti dei giocolieri del denaro. Nelle campagne, per millenni, si era abituati all'autosufficienza alimentare ed alla sapiente amministrazione delle scorte per coprire il fabbisogno dell'intero anno, anche senza frigoriferi, freezer e liofilizzatori. Si seguivano i ritmi della natura, non c'erano “primizie fuori stagione”, ma la frutta maturava sugli alberi, le pesche avevano il sapore di pesca, le mele di mela, le pere di pera, e nel piatto c'era sempre qualcosa. Nei paesi e nelle città le case erano costruite prevedendo adeguato ed adatto spazio per le dispense, in soffitta o in cantina, secondo i climi e l'esposizione. Ogni inverno iniziava con sufficienti provviste per arrivare sino alla primavera. A un assedio una città poteva resistere mesi, anche un anno; oggi dopo soli tre giorni sarebbe costretta a capitolare. * * * «Lentamente, silenziosamente, surrettiziamente ci hanno tolto la terra e ci hanno dato in cambio del denaro. Ma la terra è piena, il denaro è vuoto. La terra è ferma, il denaro è mobile. La terra ha un contenuto, il denaro no» (12). ________________ |
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Oggi è il giorno
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