SARFATTI MARGHERITA

«Deità lungamente profughe» (*)


Deità lungamente profughe, ecco ora le idee generali, le idee maestre,  ritornare al dominio delle arti plastiche. Sei giovani pittori, che furono tra i primi a battersi per i begli occhi del concetto e della composizione, pensarono di stringersi in manipolo per meglio circoscrivere i diritti della pura visibilità. Nacque così nel 1922 a Milano il gruppo che si intitolò “del Novecento”. Il nome dispiacque, quasi i Sei avessero accaparrato il secolo tutto per sé, e il nome fu abbandonato. Il gruppo rimase, e la sua esistenza è un sintomo. Non si sarebbe parlato di “gruppo” fra i novatori di venti o trent'anni fa, quando ciascuno si vantava prole senza madre creata; quando, per disperazione di altri criteri, le Mostre di Venezia si ordinavano in sale regionali; e, per disperazione di altre logiche e meditate discipline, ogni biennio vedeva spuntar la fungaia degli imitatori di chiunque — italiano, o, più volentieri, straniero — avesse ottenuto un qualche successo alla Mostra del biennio precedente? I Sei di oggi si sono accorti di avere da un pezzo combattuto a contatto di gomiti. Portano nell'arte ognuno una visione propria ma, pur nella libertà dei temperamenti e delle convinzioni individuali, tendono concordi verso alcune essenziali unità. È consolante il constatare che la ricerca stessa li conduce, come per mano, verso ideali sempre più chiari e definiti di concretezza e di semplicità. Il più giovane fra loro, Achille Funi, nato a Ferrara nel 1890, è il solo che non abbia traversato di persona l'esperienza impressionista, pur avendone colto largo frutto mediato. Si può superarla, chi pretendesse di ignorarla ridurrebbe l'arte moderna a uno schematismo anacronistico. Compatta e solida, la pittura del Funi si nutre liberamente di molti apporti, ma nella sostanza rimane pur sempre vicina ai quattrocentisti di Ferrara sua patria; ne ha il segno incisivo e duro, ha la proba robustezza paesana, eppur ansiosa di venustà classiche, proprie a un Cosmé Tura. Gli altri camerati del gruppo navigarono di persona il périplo e girarono il Capo delle Tempeste: aria, luce, complementarismo, poi le deformazioni e il cubismo, e ora la sintesi di una nuova e arricchita saggezza; i valori consacrati riprendono l'impegno gerarchico, non per tradizione, per libera scoperta e riconquista. Dei Sei, Emilio Malerba (nato a Milano nel 1880) e Leonardo Dudreville (nativo di Venezia, anno 1885) sono i più rigidamente obbiettivi. Il Malerba descrive con iscrupolo la forma, e cura con amore gli smalti cromatici nei delicati e sapienti passaggi di tono. Attraverso i solchi dei volti, nelle sagome delle cose, negli spigoli degli stessi oggetti, il Dudreville scruta inesorabilmente l'espressione e il carattere, e usa la pittura quale strumento di scarnificatrici psicologie.

Più degli altri, Pietro Marussig (Trieste, 1879) e il marchigiano Anselmo Bucci (Fossombrone, 1885 [sic]) rimasero influenzati dall'impressionismo, forse anche per il loro lungo soggiornare all'estero.

Il Bucci, vissuto molto tempo a Parigi, persegue le mobili e fremide vivacità dell'atmosfera e del colore, e ricerca l'inedito nel taglio e nel soggetto del quadro. Fuor del contorno a tinte piatte campite, caro alla Jugend e alla Secession di Monaco di Baviera, dove studiò parecchi anni, il Marussig progredisce con sicura tenacia verso la rotonda corposità e la sensibilità dei piani e delle penombre, caratteristiche tipicamente italiane.

La maniera di Mario Sironi, un romano di educazione, nato di famiglia lombarda a Sassari nel 1885, sopra ogni cosa tende sempre alla sintesi della forma. Nei suoi disegni satirici del Popolo d’Italia, la stilizzazione, rude e squadrata, procede per masse apodittiche, quasi tipografiche, di bianco e di nero; non si direbbe lo stesso artista che nei quadri arpeggia tanto duttilmente sui grigi e sui lionati, mentre dalle vellutate penombre e prospettive d'archi fuggenti emergono figure muliebri, e sorridono con gravità.

Questi nostri pittori, si può obbiettare, non toccano ancora il punto dove lo sforzo dell'arte si dissolve e scompare tutto nella magia evocatrice delle immagini e dei sentimenti. A tale vertice non è dato giunger d'un tratto. La preoccupazione della tecnica, come di un mezzo e un linguaggio ancor troppo greve, in parte soverchia — è vero — la cura delle cose da dire; ma solo attraverso la conquista di un linguaggio tecnico nobilmente ordinato e perspicuo, i sentimenti e i concetti possono ritrovare espressioni di umanità e di limpida bellezza.

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(*) Il brano è tratto dal catalogo della Biennale di Venezia del 1924.


 

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