|
SARFATTI MARGHERITA «Deità lungamente profughe» (*) Deità
lungamente profughe, ecco ora le idee generali, le idee maestre,
ritornare al dominio delle arti plastiche. Sei giovani pittori, che furono
tra i primi a battersi per i begli occhi del concetto e della
composizione, pensarono di stringersi in manipolo per meglio circoscrivere
i diritti della pura visibilità. Nacque così nel 1922 a Milano il gruppo
che si intitolò “del Novecento”. Il nome dispiacque, quasi i Sei
avessero accaparrato il secolo tutto per sé, e il nome fu abbandonato. Il
gruppo rimase, e la sua esistenza è un sintomo. Non si sarebbe parlato di
“gruppo” fra i novatori di venti o trent'anni fa, quando ciascuno si
vantava prole senza madre creata; quando, per disperazione di altri
criteri, le Mostre di Venezia si ordinavano in sale regionali; e, per
disperazione di altre
Più degli altri, Pietro Marussig (Trieste, 1879) e il marchigiano Anselmo Bucci (Fossombrone, 1885 [sic]) rimasero influenzati dall'impressionismo, forse anche per il loro lungo soggiornare all'estero. Il Bucci, vissuto molto tempo a Parigi, persegue le mobili e fremide vivacità dell'atmosfera e del colore, e ricerca l'inedito nel taglio e nel soggetto del quadro. Fuor del contorno a tinte piatte campite, caro alla Jugend e alla Secession di Monaco di Baviera, dove studiò parecchi anni, il Marussig progredisce con sicura tenacia verso la rotonda corposità e la sensibilità dei piani e delle penombre, caratteristiche tipicamente italiane. La maniera di Mario Sironi, un romano di educazione, nato di famiglia lombarda a Sassari nel 1885, sopra ogni cosa tende sempre alla sintesi della forma. Nei suoi disegni satirici del Popolo d’Italia, la stilizzazione, rude e squadrata, procede per masse apodittiche, quasi tipografiche, di bianco e di nero; non si direbbe lo stesso artista che nei quadri arpeggia tanto duttilmente sui grigi e sui lionati, mentre dalle vellutate penombre e prospettive d'archi fuggenti emergono figure muliebri, e sorridono con gravità. Questi nostri pittori, si può obbiettare, non toccano ancora il punto dove lo sforzo dell'arte si dissolve e scompare tutto nella magia evocatrice delle immagini e dei sentimenti. A tale vertice non è dato giunger d'un tratto. La preoccupazione della tecnica, come di un mezzo e un linguaggio ancor troppo greve, in parte soverchia — è vero — la cura delle cose da dire; ma solo attraverso la conquista di un linguaggio tecnico nobilmente ordinato e perspicuo, i sentimenti e i concetti possono ritrovare espressioni di umanità e di limpida bellezza. __________ (*) Il brano è tratto dal catalogo della Biennale di Venezia del 1924. |
|
Oggi è il giorno
© 1998-
|